Il difficile apprendistato della Legge Basaglia
L’inizio della psichiatria odierna è una storia di per sé complessa e che forse potremmo sintetizzare con due momenti nodali: il primo è Pinel che libera i folli nel 1795 nell’ospedale di Salpêtrière a Parigi; il secondo è il percorso che ha portato alla legge 180 nel 1978.
Questa storia, a dispetto della sua importanza, non è quasi mai trattata, se non in maniera superficiale e corredata spesso di critiche per una riforma vista come zoppa o troppo affrettata. Questo aspetto, per quanto sia aneddotico e quindi privo di valore oggettivo o statistico, segna bene quanto ci sia ancora da dire su questo tema.
Gorizia è considerata come la prima tappa: Basaglia da lì è partito con l’applicazione di una visione differente della psichiatria. È importante sottolineare come questo incarico non fosse visto come prestigioso, anzi: i manicomi non erano luoghi edificanti e di solito erano riservati a quegli psichiatri che non ce l’avevano fatta a rimanere nelle cliniche universitarie. Di fatto Basaglia fu in un certo qual modo “esiliato” nei manicomi, a dispetto delle innumerevoli pubblicazioni che gli avrebbero tranquillamente permesso di proseguire la carriera accademica.
La psichiatria è stata cambiata in due modalità distinte, dall’interno o dall’esterno. Dall’interno si intende che furono le operatrici e gli operatori sanitari a mettere in moto il cambiamento spesso contro le istituzioni, la stampa e la gente comune, che tentavano in ogni modo di osteggiarlo. Dall’esterno, invece, il cambiamento avvenne in quanto le istituzioni e la società civile, mossi da indignazione, protestavano vigorosamente contro le condizioni di vita delle e dei pazienti ospiti dei manicomi.
A Perugia vi era il manicomio di Santa Margherita, situato nei pressi del centro cittadino. Nel 1965 ci fu un cambio dell’amministrazione che contribuì attivamente al cambiamento e protagonista fu Rasimelli, eletto presidente dell’amministrazione provinciale di Perugia nel 1964. Egli, insieme a Carlo Manuali, psichiatra che al tempo lavorava nel manicomio, avviò un processo estremamente innovativo. Tutto partì dallo sguardo: questo aspetto è centrale ed emerge chiaramente nella storia del movimento che ha portato alla chiusura di queste strutture. Le parole di Rasimelli che Foot cita sono essenziali e crude: «C’erano circa sessanta donne “urlanti e rotolandosi per terra talvolta nelle loro feci». Questa “visione infernale” è la stessa che ha portato allo scandalo pubblico a Parma, Gorizia, Trieste e in tutte le realtà manicomiali, tanto che fu fatta al tempo un’analogia tra manicomio e lager, non senza polemiche. Da questo sguardo, da quest’ottica iniziava a prendere piede una denuncia pubblica delle condizioni di vita nei manicomi.
Tornando a Perugia, nel 1965 venne nominato direttore del manicomio Francesco Sediari, che fu molto aperto all’idea di una riforma. Era chiaro a tutte e tutti che il problema non era la fatiscenza dell’edificio, ma l’istituzione in sé; il concetto stesso di manicomio andava abbattuto. Rasimelli, come politico, e Manuali, come teorico, ebbero un ruolo fondamentale e si fecero portavoce di un movimento che cambiò radicalmente la salute mentale in Umbria. Vennero inaugurati nel 1970 i Centri di Igiene Mentale (C. I. M.), che anticipavano i così detti Centri di Salute Mentale (C. S. M.) o Centri Psico Sociali (C. P. S.), ossia luoghi decentrati rispetto all’ospedale dove affondare le radici nel territorio; infatti, l’idea era che la psichiatria si inserisse nella società, dove la malattia mentale esordisce e si aggrava, di modo che si iniziasse a fare prevenzione e non più confinamento.
L’esempio di Perugia fu precoce e sicuramente più avanzato di tutti gli altri esempi storici. Ne sappiamo poco perché in generale non vi fu lo stesso afflato nazionale e internazionale da parte degli attori del movimento.
Si suppone che il fatto che Basaglia avesse incontrato tante difficoltà lo portò di fatto a guardare altrove: del resto, sono chiari tutti gli ostacoli in cui Basaglia, insieme a colleghe e colleghi, dovette districarsi tra lotte intestine, dibattiti infiniti e sfibranti, scontri con la politica, il giornalismo e la popolazione, oltre a problemi giudiziari. Eppure, da tutti questi ostacoli scaturì la possibilità di arrivare davvero a sensibilizzare la popolazione, non tanto rassicurandola sull’efficacia delle nuove terapie che stavano via via trovando spazio, ma più per una via traversa basata sull’accettazione della follia come parte del reale. L’idea del manicomio, per semplificare molto, nasceva al fine di escludere il folle, allontanarlo in quanto disturbante; così questo metodo portò all’allontanamento in generale di coloro che potevano essere di disturbo (inclusi sordomuti e persone affette da sindrome di Down). Dare dignità alla malattia mentale partiva dal fatto che essa andava “messa tra parentesi”, per citare una famosa frase di Basaglia. Solo che su questo termine bisogna fare chiarezza:
Oggi sta predominando una visione standardizzata che tende sempre più a elidere la singolarità dell’individuo. Fatte salve le preziose scoperte neuroscientifiche, Colucci e Di Vittorio hanno circoscritto bene le difficoltà sottese alla nostra professione, avendo ben chiaro nella loro esperienza come l’impotenza di chi lavora con la malattia mentale è ridotta solo tramite l’ascolto e il confronto costante con operatrici e operatori disposti a fare sì che il perno del lavoro clinico non sia solo una diagnosi, ma la persona. Ecco, nella formazione dello psichiatra spesso sono trascurati quegli aspetti che Basaglia aveva ben chiari. Limitare la conoscenza ad articoli scientifici o a manuali di farmacologia, per quanto di pregevole valore, diventa estremamente riduttivo per una professione che ha sempre avuto una forza propulsiva nella trasversalità delle competenze. Infatti, i servizi di salute mentale sono pensati come fondati sul lavoro di équipe, tante voci e competenze diverse che dovrebbero interfacciarsi tra loro e con altri servizi, oltre che con le famiglie e le associazioni di volontariato. Tutto questo è nato a partire da un desiderio di rottura con una psichiatria che isolava, tratteneva, custodiva e controllava, affinché si accettasse l’idea che la follia dovesse avere lo spazio per il suo cammino.
Purtroppo, oggi la logica dell’efficienza ha contaminato tutto il settore della sanità pubblica, compresi i Dipartimenti di Salute Mentale e Dipendenze. Questo determina di fatto che la qualità del lavoro sia limitata in forza di una corretta gestione del budget. Ci troviamo di nuovo in una situazione di difficoltà iniziale e qui bisognerebbe in un qualche modo agire per rompere uno status quo e dare vita a un ulteriore passo verso una visione il più possibile erede di Basaglia; per questo mi è sembrato importante portare su queste pagine una traccia di una storia che è più che mai attuale e da cui bisognerebbe trarre la spinta per immaginare una salute mentale radicale e radicata nel solco di un pensiero più che mai necessario e attuale.
Bibliografia:
Colucci, Di Vittorio, Franco Basaglia, Meltemi, 2024
Colucci, Di Vittorio, Franco Basaglia, Feltrinelli 2024
John Foot, La “Repubblica dei matti”, Feltrinelli, 2017
Benedetto Saraceno, Sulla povertà della psichiatria, Deriveapprodi, 2017





