Diverse visioni del mondo 

Modi diversi di vedere il mondo nella patologia psichiatrica 

Per vivere all’interno del mondo, per farne parte, l’uomo ha necessità di ricoprirlo di significato. Lo fa in maniera più o meno cosciente, appoggiandosi in parte ai propri pre-giudizi (giudizi a priori, non legati all’esperienza), in parte alle proprie conoscenze, derivanti cioè dall’insegnamento di altri o dall’osservazione diretta in prima persona.  

La visione di un coltello e un tagliere sul tavolo della cucina vengono interpretati come l’impegno ai fornelli del nostro coinquilino/a. Uno sconosciuto che ci porge la mano e sorride assume il significato di qualcuno che voglia fare la nostra conoscenza. Progressivamente o, talvolta, aprioristicamente, l’uomo ricopre di significato i vari aspetti della realtà che incontra, fornendole colore, trovandovi uno schema, riuscendo a orientarsi dove altrimenti sarebbe perso.  

L’interpretazione della realtà passa attraverso la comprensione del contesto e l’osservazione di oggetti, circostanze e azioni. La contemplazione del mondo ci permette di comprenderlo, la comprensione ci permette di viverci e di vivere con gli altri. L’interazione sociale e il nostro benessere dipendono, in questo senso, dalla capacità di attribuire i corretti significati alla realtà.  

Questa capacità, che tanto pare assodata, quasi naturale, viene a mancare in alcune patologie psichiatriche. In esse si perde – tra le altre cose – la corretta (o normata) interpretazione del mondo e delle regole che lo governano. La contemplazione di oggetti, circostanze e azioni, dunque, non porta più a quegli stessi significati come vengono attribuiti dal soggetto sano. Il paziente psichiatrico riveste la realtà di altri significati, altre possibilità e interpretazioni, smarrendo pertanto la capacità di vivere nel mondo e di prendervi parte. 

Nel disturbo ossessivo-compulsivo, per esempio, il paziente soffre di quelli che vengono definite, appunto, ossessioni. Si tratta di pensieri intrusivi, egodistonici (il soggetto ne prova fastidio, si accorge del loro aspetto patologico), cui la persona non riesce a opporsi. Compaiono improvvisamente, involontariamente, e si accompagnano a sentimenti di disagio, fastidio e paura. Per far fronte a queste ossessioni e prevenirne la comparsa, il soggetto mette in atto compulsioni, cioè azioni, rituali, ripetizioni verbali o qualunque altra attività mentale o pratica che, secondo il pensiero dell’ossessivo, riuscirebbe in qualche modo magico a contrastare gli eventi avversi minacciati dalle ossessioni. Per esempio: ho il timore che, uscendo di casa, i miei cari morranno. Per prevenire che questo succeda, la compulsione che la patologia mi spinge a mettere in atto è quella di arrivare fino alla macchina senza pestare le fughe tra le mattonelle del vialetto. Se sbaglio, dovrò ricominciare daccapo. 

Quello dell’ossessivo-compulsivo viene appunto definito pensiero magico, che contiene cioè la fantasia inconscia per cui il pensiero possa modificare la realtà, o che le associazioni tra due azioni non avvengano secondo il principio di causa-effetto, ma secondo somiglianze o altre forme di contiguità, anche solo immaginate (‘se esco di casa, i miei cari morranno’ / ‘se non pesto le fughe delle mattonelle, i miei cari sopravvivranno’). Il mondo dell’ossessivo-compulsivo è un mondo simile al nostro, ma più fragile e connotato di elementi fantastici. È un mondo che nasconde un lato oscuro e che è a rischio di scivolare in qualunque momento in un sistema caotico, dove le cose assumono contemporaneamente un significato comune, condivisibile, comprensibile, accanto a un altro perverso, magico, minaccioso (le fughe tra le piastrelle sono sia delle concrete fughe, che il mezzo per salvare delle vite umane). 

Se l’ossessivo si rende conto dell’inadeguatezza dei propri pensieri, lo stesso non si può dire per lo psicotico in fase di scompenso. Il mondo dello psicotico muta ulteriormente, superando il confine che nell’ossessivo ancora resisteva e scivolando definitivamente in quel lato oscuro e caotico sopra citato. Il paranoico, per esempio, vede un coltello e un tagliere appoggiati sul tavolo e la sua interpretazione è che il coinquilino/a voglia ucciderlo. Se uno sconosciuto gli si avvicina sorridendo e porgendo una mano, può interpretare il gesto come un tentativo da parte dell’estraneo di raggirarlo, aggredirlo, fargli del male. Per lo psicotico contemplare il mondo è difficile, perché l’intera realtà si carica di significati ostili, che parlano di lui, rimandano a lui, esistono in funzione di lui. Le cose e le persone smettono di esistere in quanto tali, ma si fanno portavoce di messaggi pericolosi. Questa sensazione è definita, in termini psichici, interpretatività: la tendenza a leggere un significato ostile per se stessi in ogni cosa che ci circonda. 

L’interpretatività è presente anche in altre forme di psicosi. L’erotomane, per esempio, è colui che si convince di essere l’oggetto del desiderio di un’altra persona. Egli, dunque, interpreta i comportamenti dell’altro come segni dell’amore nei suoi confronti. Non importa quanto evidenti siano le prove che tale amore non esista, l’erotomane leggerà comunque i gesti dell’altro a proprio vantaggio e in modo inconscio, senza accorgersi dell’errore. Esempio: una persona non mi scrive né risponde ai messaggi: probabilmente vuole mettere alla prova la mia pazienza e il mio amore. La persona mi dice di smettere di contattarla: forse è il suo fidanzato/a che l’ha obbligata a scrivere queste cose. Lui, di certo, pensa a me. 

L’ultima forma della psicosi, l’estrema rottura di contatto con la realtà, è la disorganizzazione: il paziente perde ogni capacità di interpretare ciò che osserva. Il mondo smette in toto di avere significato, qualunque significato. Il paziente disorganizzato non è in grado di allacciarsi le scarpe, di parlare, di interagire, forse anche di usare la forchetta. Nei momenti di peggiore scompenso, egli non sa comprendere nulla del mondo, delle persone, delle cose. La sua è un’osservazione passiva, in cui sopravvivono solo i gesti più antichi, meccanici, i riflessi. Nella disorganizzazione, la realtà intera si svuota di significato, perché il soggetto non è più in grado di darne ad alcunché. 

La patologia psichiatrica è una malattia che colpisce non il cervello in quanto organo, ma la mente in quanto pensiero, consapevolezza, giudizio e capacità di interpretazione e comprensione dell’intorno. Per rispondere a un mondo che smarrisce i suoi confini, i pazienti spesso diventano sospettosi, bizzarri, chiusi o anche violenti. La perdita di significato si allarga così a comprendere anche loro stessi. Finiscono per apparire estranei, incomprensibili, diversi al sano che li guarda dal suo mondo ancora pieno di significato. Il modo migliore per avere a che fare con il paziente psichiatrico è dunque cercare di riscoprire il nuovo significato che lui, il paziente, ha deciso di attribuire a una realtà percepita come diversa, ostile o magica, comunque altra da quella comune e condivisa. 

Di Federico Grasso 

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Bibliografia per approfondimenti 

  • DSM 5- Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali; American Psychiatric Association; Cortina Editore; 2014 
  • La perdita dell’evidenza naturale. Un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche. Blankenburg, W. (1998). Raffaello Cortina Editore, Milano. 
  • La mente ossessiva. Mancini, F. (2016). Raffaello Cortina Editore, Milano. 

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