Il DNA antico di Çatalhöyük e la contingenza del patriarcato
È comune sentire espressioni come “Nel 2025, ancora ci troviamo a…” o “Uno si aspetterebbe che nel 2025 certe cose…”. Queste formule ricorrono soprattutto quando si parla di diritti civili, in particolare di quelli delle donne: “Possibile che nel 2025 le donne percepiscano ancora uno stipendio mediamente più basso degli uomini?”. L’insistenza sull’attualità e sul progresso crea un’urgenza di cambiamento, denotando certe pratiche come arretrate e quindi necessarie di revisione.
Questa retorica, tuttavia, presuppone che nel passato le cose fossero necessariamente peggiori, riflettendo una visione della storia lineare e in costante miglioramento. Tale credenza è problematica perché assume che, allo stato “naturale”, le società umane siano patriarcali, e che solo un progresso morale e culturale possa, eventualmente, emancipare le donne. In questo modo si radica l’idea che il patriarcato abbia qualcosa di storicamente inevitabile: le donne sono fisicamente più deboli, dunque come potrebbe essere diversamente?

Una delle figure più celebri ad aver messo in discussione questa narrazione è stata l’archeologa Marija Gimbutas, che interpretò alcune società neolitiche dell’Anatolia e dell’Europa sud-orientale, pre-indoeuropee, come società a forte centralità femminile, spesso descritte come matriarcali o matrifocali. La sua ricostruzione si basava principalmente sull’abbondanza di statuette votive raffiguranti figure femminili dai seni e dai fianchi pronunciati, interpretate come indizi di un culto di una divinità femminile. Da ciò Gimbutas inferiva un ruolo socialmente preminente delle donne e descriveva inoltre queste società come relativamente egualitarie e scarsamente orientate alla violenza.
Le sue tesi non furono mai confermate scientificamente: il salto interpretativo tra simbologia religiosa e struttura sociale risultava non sufficientemente supportato dalle evidenze archeologiche. Tuttavia, il lavoro di Gimbutas ebbe un ruolo storico importante nel contestare, per la prima volta in modo sistematico, l’idea dell’inevitabilità del patriarcato. Se era plausibile che società organizzate in modo diverso fossero esistite nel passato, il patriarcato non appariva più come un destino naturale, ma come una configurazione contingente. Più in generale, Gimbutas contribuì a criticare una concezione “naturalistica” della storia, che proietta sui presunti stati originari dell’umanità i bias culturali delle società che li immaginano. La cultura umana è sempre storica e contingente, e le pretese di astoricità e inevitabilità sono spesso distorsioni retrospettive.
Le teorie di Gimbutas non poterono però essere verificate empiricamente anche per limiti tecnologici. Lo studio delle società neolitiche richiede l’analisi di resti vecchi di 6–12 mila anni, e i materiali organici di questa età sono fortemente degradati. In particolare, quando il DNA supera alcune centinaia di anni di età si parla di DNA antico (aDNA), caratterizzato da frammenti molto corti, raramente superiori alle 100 basi, e da specifiche alterazioni chimiche, come la deaminazione della citosina alle estremità dei frammenti. In passato, queste caratteristiche hanno reso impossibile lo studio dell’aDNA con le tecniche tradizionali di sequenziamento. Solo lo sviluppo recente del Sequenziamento di Nuova Generazione (NGS) ha reso possibile analizzare sistematicamente il DNA antico, aprendo lo spazio a domande sulla preistoria che fino a pochi anni fa non potevano trovare risposta. L’NGS legge milioni di frammenti di DNA in parallelo e ricostruisce il genoma solo successivamente, attraverso modelli statistici, e non necessita quindi di lunghe sequenze intatte.

Lo sviluppo di queste tecnologie ha reso possibile affrontare empiricamente alcune delle domande aperte dall’analisi di Gimbutas. In particolare, è stato possibile studiare con grande accuratezza il DNA antico degli abitanti di Çatalhöyük, nell’Anatolia centrale, un grande villaggio neolitico sviluppatosi tra l’ottavo e il sesto millennio avanti Cristo. Çatalhöyük è uno dei primi grandi insediamenti agricoli conosciuti, con una popolazione stimata fino a circa ottomila abitanti. I dati archeologici e genetici disponibili delineano una società profondamente diversa da quelle tipicamente note nel Neolitico europeo successivo, caratterizzata dall’assenza di evidenze chiare di gerarchie politiche, di élite dominanti o di violenza organizzata su larga scala.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi da questi studi riguarda la struttura delle residenze familiari. Questi risultati sono stati resi possibili dall’usanza, tipica di Çatalhöyük, di seppellire i defunti sotto i pavimenti delle case di residenza. Ciò ha permesso di studiare direttamente i legami di parentela tra gli individui che abitavano una stessa casa, mediate l’analisi del loro DNA. Mentre la gran parte del DNA cambia tra genitori e figli, per effetto di meccanismi come la ricombinazione e il mescolamento del DNA di entrambi i genitori, esiste una piccola porzione che viene trasmessa quasi identica di madre in figli. Questa porzione costituisce la chiave per studiare l’ereditarietà in linea materna: il DNA dei mitocondri.
I mitocondri sono organuli cellulari responsabili della produzione di energia sotto forma di ATP e possiedono un proprio DNA, distinto da quello nucleare. Derivano da un’antica endosimbiosi, avvenuta circa 1,8–2,1 miliardi di anni fa, quando un precursore delle cellule eucariotiche inglobò un batterio aerobico e instaurò con questo una simbiosi stabile, rendendo possibile un metabolismo energetico altamente efficiente.
In uno spermatozoo, i mitocondri si trovano quasi esclusivamente nella coda, che deve muoversi e consumare molta energia per raggiungere e fecondare l’ovocita. Durante la fecondazione, gli spermatozoi perdono la loro coda e per questo i mitocondri dell’embrione derivano quasi esclusivamente dall’ovocita: tutto il DNA mitocondriale di un individuo è di origine materna. Questo significa che il DNA mitocondriale viene trasmesso lungo una singola linea di discendenza, da madre in figli, senza mescolarsi con quello paterno. Inoltre, il DNA mitocondriale non è ricombinante, e quindi viene trasmesso identico di madre in figli. Nel corso delle generazioni, lungo queste linee materne si accumulano mutazioni rare ma ereditarie, che permettono di distinguere diversi rami di discendenza. Ciascuno di questi rami prende il nome di aplogruppo mitocondriale. Un aplogruppo identifica quindi un insieme di individui che condividono un antenato materno comune.

Nel caso di Çatalhöyük, la distribuzione degli aplogruppi mitocondriali all’interno delle singole abitazioni mostra una forte continuità delle linee materne. Le analisi indicano che la probabilità di una società matrilocale a Çatalhöyük fosse compresa tra il 70% e il 100%, soprattutto nelle fasi più antiche del villaggio. Una società matrilocale è organizzata attorno a nuclei domestici formati da individui imparentati lungo la linea materna.
Ciò significa che in seguito a un’unione erano più frequentemente gli uomini, e non le donne, a trasferirsi nella casa della consorte: era il marito, e non la moglie, ad “andare in sposo”. Nelle fasi successive della storia di Çatalhöyük compaiono anche individui non imparentati, compatibili con forme di adozione o integrazione sociale, senza che venga meno la predominanza della continuità materna. Questi risultati forniscono una delle prime evidenze dirette e quantitative dell’esistenza di grandi società agricole neolitiche che non si conformano a un modello patrilocale e patriarcale, proprio come teorizzato da Gimbutas.
L’esempio di Çatalhöyük mostra come le nuove tecniche scientifiche permettano di rimettere in discussione assunti profondamente radicati sulla storia umana, ampliando gli scenari immaginabili sul nostro passato e quindi anche gli orizzonti realizzabili nel nostro futuro.


