Cinquanta sfumature di cacao

L’afrodisiaco azteco nelle mani di De Sade

Parigi, 1772, secondo le memorie di Louis Petit de Bachaumont, durante un ballo il Marchese de Sade avrebbe di nascosto fatto scivolare nel dessert un afrodisiaco al cioccolato. Gli ospiti che consumarono i dolciumi furono immediatamente rapiti da un “ardore impudico” e da una “frenesia amorosa” che trasformarono la festa in un’orgia senza ritegno.

Come confermeranno il suo biografo e le lettere inviate dal carcere, il Divin Marchese era ossessionato da ogni derivato del cacao, tavolette, cioccolatini, bevande e addirittura supposte e non sappiamo se ciò fosse dovuto al semplice gusto o al desiderio di mantenere alti i livelli della sua leggendaria libido. Del resto, le ragioni di questa mania non erano imputabili unicamente al palato, bensì ai ben più licenziosi effetti che si presumeva questo alimento fosse in grado di suscitare.

Per capire le origini di questa leggendaria proprietà, bisogna tornare alle corti azteche, dove il cacao occupava un posto del tutto particolare nell’economia materiale e simbolica della civiltà: era strumento estremamente polifunzionale. Poteva venire usato come offerta cerimoniale, oggetto di tributo, o bevanda riservata all’élite guerriera, tanto che il nome scientifico con cui nel 1753 Linneo lo avrebbe classificato, Theobroma cacao, ovvero “cibo degli dèi”, rispecchiava la devozione che i mesoamericani serbavano per questo alimento.

Il mito del cioccolato però si inizia a cristallizzare attraverso la figura di Montezuma, probabilmente molto mediata dalla penna dello spagnolo Bernal Díaz del Castillo, testimone oculare alla corte azteca e cronista dotato di un discreto senso dell’aneddoto. Díaz annotò che l’imperatore si scolava quotidianamente cinquanta schiumose coppe di cacahuatl (la bevanda a base di cacao e spezie), non sappiamo in litri quanto sia una coppa d’oro azteca ma “cinquanta” è senz’altro un numero ragguardevole anche qualora si trattasse di normalissime tazze.

Tale consumo era collegato, dice la fonte spagnola, con un ammiccamento tutt’altro che casuale alla possibilità di avere “accesso alle donne”. Agli occhi degli spagnoli il nesso fu immediato: tanta bevanda, tanto vigore. La logica era discutibile sul piano fisiologico, ma impeccabile dal punto di vista del mito esotico che si voleva attribuire a quella popolazione.

Prima di diventare afrodisiaco, tuttavia, il cacao doveva passare dei processi di trasformazione. La bevanda, che viene raccontata come densa e spumosa, era ricavata dai semi fermentati del cacao, veniva poi speziata con peperoncino e profumata con vari fiori locali. Tutto iniziava con la raccolta delle cabosse direttamente dal tronco dell’albero.

Una volta aperte, se ne estraevano i semi bianchi (tipici della varietà criolla indoamericana) avvolti in una polpa dolciastra; seguivano poi cinque o sei giorni di fermentazione, l’essiccazione al sole e la tostatura sul fuoco. Infine, i semi venivano macinati su una pietra riscaldata fino a ottenere una pasta densa, scura e intensamente amara, da cui si ricavava l’infuso rituale: senza zucchero, probabilmente parecchio amaro.

Quando gli spagnoli incontrarono per la prima volta questa bevanda, la reazione fu di autentico disgusto, tanto che il mercante milanese Girolamo Benzoni, che viaggiò nelle Americhe a metà Cinquecento, la definì adatta ai maiali piuttosto che agli esseri umani, confessando di aver resistito a lungo prima di assaggiarla e di averlo fatto più che altro perché mancava il vino. Eppure, nel giro di qualche decennio, la stessa Spagna sarebbe diventata la maggior consumatrice di cioccolata d’Europa.

Il cambiamento avvenne principalmente nelle cucine conventuali di Città del Messico e nelle case delle donne creole che avevano sposato i conquistadores, dove la bevanda subì una metamorfosi culturale che la rese qualcosa di completamente diverso da ciò che avevano bevuto gli Aztechi. Per rispecchiare i palati spagnoli segue un processo di edulcorazione venendo zuccherata, scaldata e aromatizzata con cannella e vaniglia fino a diventare non solo parte della dieta ma addirittura un elemento irrinunciabile.

Fu Francisco Hernández, medico reale inviato da Filippo II in Messico nel 1570 con il mandato di catalogare sistematicamente le piante medicinali del Nuovo Mondo, a conferire al cacao la sua prima patente scientifica in termini comprensibili per il pubblico europeo, applicando le teorie umorali del più volte qui citato Galeno, il quale classificava ogni alimento in base alle sue proprietà di caldo, freddo, secco e umido.

Il cacao, con le sue spezie era chiaramente un alimento riscaldante alla stregua del peperoncino e ciò che riscalda, sempre secondo il medico greco, rientra anche nella categoria degli eccitanti: stimola la circolazione risvegliando gli spiriti vitali ecc. ecc.

Che la scienza alla base di queste speculazioni fosse quanto meno opinabile non era un problema particolarmente sentito all’epoca tant’è che la ricetta di Hernandez per una cioccolata che, favorisse l’appetito venereo fu presa molto sul serio dai suoi contemporanei al punto che venne citata con reverenza per generazioni.

Ma se il cioccolato eccitava le carni, questa sua qualità non poteva passare inosservata ai tutori dello spirito. Ben presto ci si trovò di fronte a una questione teologica prima ancora che alimentare: era lecito berlo durante il digiuno ecclesiastico? La disputa agitò la Chiesa cattolica per quasi due secoli, generando una letteratura teologica di rara vivacità.

I Domenicani schierati sulla posizione rigorista secondo cui una bevanda così nutriente e potenzialmente stimolante violava palesemente lo spirito della penitenza.

I Gesuiti, non a caso tra i maggiori commercianti di cacao del Seicento, si appellavano al principio liquidum non frangit ieiunium, “il liquido non rompe il digiuno”, rendeva la cioccolata perfettamente lecita sul piano canonico. Diversi papi interpellati sulla questione, si pronunciarono in favore del drink d’oltreoceano, consentendo a monaci e cardinali di sorseggiare la loro cioccolata anche durante la Quaresima, tenendosi la coscienza a posto.

Fu nell’Europa aristocratica del Seicento e del Settecento che questo alimento visse la sua prima vera fortuna, diffondendosi dalle corti spagnole verso la Francia, l’Italia e l’Inghilterra seguendo le rotte della diplomazia e del commercio.

Fu verosimilmente la regina d’Austria a introdurla alla corte di Luigi XIII, dove però la bevanda rimase a lungo un vizio praticato in segreto, lontano dall’occhio disapprovante del marito, prima di diventare sotto Luigi XIV uno degli alimenti irrinunciabili della vita di corte.

Ovunque, la bevanda era consumata in contesti privati e intimi, associata alla seduzione e agli incontri galanti e come è facile immaginare, questa nomea del cacao come bevanda dell’alcova, o del boudoir, valse assai più di qualsiasi teoria medica nel consolidarne la fama.

Oggi sappiamo che il cioccolato e il cacao hanno poco o nulla di effettivamente afrodisiaco, perciò se dovessimo tornare al banchetto del marchese, e alla domanda se avesse ragione de Sade o avesse ragione la chimica, la risposta, sarebbe che aveva ragione la storia.

È più la nomea che fa l’effetto. Nonostante il cacao contenga effettivamente molecole capaci di influire sull’umore e sui livelli di energia, possiamo escludere che qualunque preparazione a base di cioccolato il nostro Marchese si fosse autosomministrato esercitasse un’influenza realmente quantificabile sull’economia della sua libido, se non nella misura suggerita da una sorta di placebo gastronomico.

Questo per quanto concerne le dosi assunte da un libertino europeo del Settecento, invece per quanto riguarda le cinquanta coppe di quella vecchia volpe di Montezuma possiamo rimanere con un lecito dubbio.

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