Motore, camera… azione!

Scatti eterni in frazioni di secondo

I paesaggi sono eterni, io vado di fretta,confessa Henri Cartier-Bresson, che aggiunge: in realtà, per andare veloci bisogna andare piano. Bisogna osservare, guardare come avvengono le cose, comprenderle, sentirle, altrimenti si rischia di cadere nella messinscena, nel vaneggiamento.

O nella trappola venatoria che rende ogni fotografia una scelta difficile. Ancora H C-B: lasciarsi andare, premere il pulsante, scattare e pensare “Almeno una sarà buona”. No! Sarebbe come mitragliare un branco di pernici, non è possibile. Bisogna sapere quello che si vuole e al tempo stesso non ci si può censurare in fase di ripresa e aspettare in eterno…

Quando la contemplazione indugia nella nostalgia, diventa depressione. Ma fateci caso: contiene al suo interno la parola “azione”. Ovvero, perdi pure tempo a guardare, ma poi datti una mossa! Azione. Non ebete assuefazione. Muniti di polpastrelli galvanici, facciamo scorrere le immagini sullo schermo con la frenetica, compulsiva, impudenza di un gatto dispettoso che srotola la carta igienica.

Guardiamo (e capiamo) il mondo sempre più attraverso le immagini e sempre meno attraverso l’esperienza diretta. Perché contempliamo? Forse perché cerchiamo un senso, una forma compiuta a qualcosa di intangibile. Qualcosa di così convincente da metterci l’animo in pace. E cosa contempliamo? Qui la strada si dirama come nel medievale albero del Bene e del Male: lo sguardo può abbracciare la bellezza con un rigenerante movimento di stretching muscolare o raggelarsi nella gorgonica paralisi di fronte all’orrore.

La fotografia è uno strumento per occuparsi di cose che tutti conoscono, ma alle quali non badano – diceva Emmet Gowin, fotografo americano degli anni Quaranta.

In metro, un bambino di tre o quattro anni mi fissa. “Non si fissano le persone” lo ammonisce la madre. E io, pur turbata da quello sguardo ineludibile, penso: perché? Perché non si possono guardare cose o persone con attenzione? In quanto scrutatrice fotografica, il mio “fissare” è stato, talvolta, percepito inopportuno. Ma come si fa a vedere quello che gli altri non notano se non trapassando con occhi acuti il filtro della visione passiva? La contemplazione deve portare all’ek-stasis, all’uscita da sé stessi.

Nell’iconografia della Rückenfigur le persone ritratte di spalle da Friedrich e Hammershøi non ci guardano, ma proprio per questo ci invitano a immedesimarci nel loro sguardo. Usciamo da noi stessi per rientrare attraverso gli occhi degli altri. Il fotografo egiziano Youssef Nabil (Cairo 1972) si è autoritratto molte volte, di spalle. Le sue immagini, tradendo un gusto retrò, sono ispirate a cartoline pubblicitarie e locandine cinematografiche dipinte manualmente a metà del Novecento.

La meraviglia e lo stupore hanno bisogno di tempo. Guardare a lungo ci permette di smorzare, tra stroboscopiche raffiche di immagini, quel rumore bianco che rende tutto indistinguibile. Bisogna contemplare profondamente per fuggire alla superficialità che fa cadere Narciso nello specchio e per evitare le sabbie mobili della volubilità social che inghiottono ogni sguardo critico masticando “cuoricini” e “mi piace”. Ma i dipinti nei musei e le fotografie nelle gallerie sono ancora in grado di parlarci? James Elkins in Dipinti e lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro (Bruno Mondadori 2007) suggerisce una ricetta per incontri intensi.

Primo, andate nei musei da soli. Secondo, non tentate di vedere proprio tutto. Scegliete. Terzo, riducete al minimo le distrazioni. Sale affollate, riflessi sul vetro e, se un custode comincia a fissarvi, scegliete un’altra sala. Quarto, concedetevi tempo. Una volta scelto il dipinto (o la fotografia), lasciatelo agire. Quinto, occorre esclusiva attenzione al quadro. Sesto, seguite il vostro pensiero. Settimo, non perdete di vista altri visitatori che guardano davvero. Ottavo, siate fedeli e ripromettetevi di tornare a vedere l’opera.

Per la serie fotografica Aliento (1995-2002) l’artista colombiano Oscar Muñoz stampa ritratti su piccoli specchi metallici utilizzando una sostanza oleosa trasparente. Osservandoli, si vede solo il proprio riflesso ma alitando sullo specchio quel ritratto nascosto diventa visibile. Dagli anni Ottanta, porta avanti progetti fotografici su memoria e identità individuale e collettiva sottolineando quanto la presenza attiva dello spettatore riesca a interagire costruttivamente con la transitorietà delle immagini. Se ascolto dimentico, se vedo ricordo diceva Bruno Munari. Celando il visibile attraverso un’estetica dell’oblio, Muñoz si propone, paradossalmente, di mantenere viva la memoria e di sconfiggere l’evanescenza del ricordo collettivo.

Il ritratto è una finestra sul mistero. Il selfie è uno specchio dove ci si esibisce, senza esprimersi. L’occhio scorre sullo schermo come un’inarrestabile goccia d’acqua su tela cerata mentre la magia dello sguardo viene demistificata da polpastrelli consumistici.

Dobbiamo lottare – consiglia il compianto James Hillman (L’ultima immagine, BUR psyché 2023) – contro le immagini false, surrogate, frantumate, disperse, frammentate.

Abbiamo centinaia di tessere, nessuna delle quali è l’immagine. Tutte recano in sé la possibilità di essere messe insieme, come facevano i grandi mosaicisti. Come facevano? Avevano dentro di sé un’immagine interiore, una forma dell’anima. Ed è qualcosa che abbiamo perso. Oggi confondiamo l’immagine con il visibile. Con l’eidolon.

Le immagini vere, secondo Hillman, sono quelle che non sollecitano l’azione (ma, appunto, la contemplazione). Sono invece false quelle che sollecitano a muoversi: le immagini di propaganda, di pubblicità, di over tourism…

Viviamo più a lungo,

ma con minor esattezza

e con frasi più brevi.
Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano

e torniamo con foto invece di ricordi.

(Del non leggere, Wislawa Szymborska dalla raccolta di poesie La gioia di scrivere, Adelphi 2009, traduzione di Piero Marchesani)

Google, Facebook, Instagram, WhatsApp ecc… non fanno altro che vendere e comprare la nostra attenzione, divenuta monetizzabile. Professore di letteratura francese all’Università Paris Saint-Denis, Yves Citton spiega nel suo saggio (Pour une écologie de l’attention, Seuil 2014) come l’ecologia dell’attenzione si preoccupi meno degli individui, quali bersagli di compravendita attenzionale, e maggiormente dei sistemi ambientali di interazione consapevole. Il mercato, invece, ci vuole tutti prosumer, produttori e consumatori di immagini. Più le produciamo in fretta, senza pensare, più le subiamo in fretta. L’immagine,avverteJoan Fontcuberta, è l’epicentro del sistema globale di dominio. Abbiamo la responsabilità di epurare l’attuale valanga di immagini: di evidenziare quelle che mirano solo a renderci più sottomessi e di attivare, al contrario, quelle che contengono un potenziale di emancipazione.

Lo sguardo contemplativo si presenta come un antidoto alla necrotizzante nebulizzazione di intenzionalità e iniziativa personale. Nel 1994, alla domanda di Pierre Assouline Ma cosa fa per tutto il giorno? Henri Cartier-Bresson risponde: Secondo lei cosa faccio? Guardo…

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