La visione atmosferica da Ghirri a Chakraborty
“Ma quando non riesci più a vederci chiaro, allora sei nei guai, di brutto.”
(Carlito’s Way, De Palma 1993) Abisso(Kan) sopra, Tuono(Zhen) sotto. L’esagramma n. 3 annuncia un temporale. Fuori piove e il gatto non si muove. Saggi i gatti. Almeno quanto l’I Ching. Muoversi nel disordine non porta da nessuna parte. Ma non bisogna abbattersi: nel caos c’è già la soluzione. Il trucco è riuscire a distinguere, nella confusione, ciò che è passeggero da ciò che è strutturale. Ci vuole allenamento e disciplina ma si può imparare a mettere a fuoco visioni a occhi chiusi. Il poeta, lo sciamano e l’indovino, venerabili fari per la loro comunità, sono proverbialmente ciechi.

Nel 1985 Italo Calvino scrive cinque (sei, con l’incompiuta Consistency) magnifiche lezioni da tenere presso l’università di Harvard. Una di queste si chiama Visibility. Con lungimiranza, Calvino voleva avvertirci di un pericolo imminente: stiamo perdendo la capacità di pensare per immagini. Un brivido d’ansia mi sale su per le vertebre. Sì, perché la mia coscienza dice: “Penso per immagini, dunque sono.” E l’ansia aggiunge: “Non penso per immagini, dunque non sono.” Nel tentativo di evitare l’iperventilazione, respiro concentrandomi sulla risoluzione di un rebus. Bene, risolto. Lo spavento si dirada mentre la curiosità fa capolino, indicandomi con un cenno la mia vissutissima copia di Lezioni americane. Sfoglio la Visibilità con rapace attenzione e leggo questa frase vistosamente sottolineata:
Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, “icastica”. Per illuminare le sinapsi degli studenti d’oltreoceano, Calvino rielabora l’endecasillabo dantesco affermando che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. Ed ecco che ritorna l’immagine del temporale. Anche leggendo il più tecnico libro scientifico o il più astratto libro di filosofia – assicura Calvino, fresco della stesura di Cosmicomiche – si può incontrare una frase che inaspettatamente fa da stimolo alla fantasia figurale. Rincuorata dall’opinione di uno dei miei miti, ho accolto la sfida di leggere articoli scientifici o filosofici (capisco poco o nulla in entrambi i casi) e mi sono fiondata nella ricerca iconografica per La Tigre di Carta col muso proteso e le pupille dilatate di un felino in agguato. Una cosa ho imparato: bisogna bluffare. No, non parlo del poker (le mie espressioni facciali sono plateali anche dietro gli occhiali scuri!).

Bisogna cercare di orientarsi nel nuovo ambiente accettando che la strada puoi trovarla perdendoti, senza programmare ogni passo dal primo all’ultimo. Tutto può risolversi in un baleno. Simultaneamente, un lampo rischiara e abbaglia dando forma alla realtà e gettando la mente in un caos labirintico. Nonostante la sua presenza dimessa e ovattata, anche la nebbia ha una sua violenta deflagrazione. Nella mia dotazione da fotofobica, ho un paio di occhiali specifici per le giornate di nebbia. Sì, perché quell’ammasso di micro goccioline è un gigantesco softbox riverberante luce a perdita d’occhio. Pagina bianca, inquadratura vuota, buio in scena, tela intonsa, photo editing… Da dove comincio? “Non è quel che vidi che mi fermò, ma quel che non vidi. Io lo cercai ma non c’era… C’era tutto, ma non c’era una fine.” Così Novecento, pietrificato sui gradini della scaletta che lo avrebbe condotto sulla terraferma.
Iniziare, senza vedere il risultato finale. Difficile. Ma la sfida sospinta da immaginazione e curiosità si trasforma in energia creativa. I gomiti fendono l’aria come eliche schiumogene, aprendo nuove vie a nuove, vorticose idee. Tra le tante, alitare sull’obiettivo per dare l’effetto onirico e soffuso di un ricordo nebbioso. Ho scoperto, in seguito, che con questo metodo fai-da-te si rovina la lente. Efficace, anche se a mio parere non altrettanto, una calza di nylon. Insomma, per rubare immagini di bruma e foschia bisogna munirsi di collant camuffanti, come i ladri.

Secondo Gianni Celati, spalla letteraria di Luigi Ghirri, la nebbia è atmosfera fertile per lo svelamento e la conoscenza perché rivela quello che non si riesce a vedere quando tutto è completamente visibile. Nel racconto Condizioni di luce sulla via Emilia, Celati tratteggia una Pianura Padana avvolta da una spessa coltre di smog, dove tutte le cose sono immerse in una “luce scoppiata in disfazione”. L’aria tremula rende instabile ogni cosa, compreso il pittore d’insegne Emanuele Menini. Per definire lo sguardo di Ghirri, Celati usa l’espressione “visione atmosferica” (L. Ghirri, G. Celati, Il profilo delle nuvole, Feltrinelli 1989).
La fotografia di Ghirri, cogliendo qualcosa che appare e scompare, non sentenzia ma chiede. E la risposta, per niente chiara o univoca, è inafferrabile come quella di un oracolo. Il dubbio può addensarsi in un delirio che fa lampeggiare il fantasma di Banquo (Shakespeare, Macbeth, ActIII Scene IV). Ma bisogna rasserenarsi perché la realtà non può essere afferrata completamente né racchiusa entro dei margini. La fotografia rappresenta e cancella al tempo stesso. Guardiamo due tra le sue immagini più rappresentative. In Formigine (Modena, 1985) il visibile in primo piano si dissolve nella nebbia in avvicinamento. C’è un cancello? È aperto o chiuso? Scatole cinesi concatenano soglie di illusione e realtà. Roncocesi(Reggio Emilia, 1992) ci mostra il volto della vaghezza, dove limiti assenti lasciano spazio ad opacità e trasparenza avvinte in un silente concertato.
“È quello che ho sempre cercato – rivela Ghirri – quello strano e misterioso equilibrio tra il nostro mondo interno e il mondo esterno” (L. Ghirri, Lezioni di fotografia, Macerata 2010). Formigine e Roncocesi: magici portali dall’umidità permeabile.

Iniziare la giornata con la giusta energia, per il fotografo indiano Dipanjan Chakraborty, significa farsi una camminata nel Maidan di Calcutta. “The Lungs of Kolkata” è uno dei più grandi parchi dell’India. Dipanjan inquadra uomini, animali e bambini di spalle o in silhouette mentre rivolgono il loro sguardo verso un leopardiano indefinito. Nelle immagini della serie Foggy Morning (2021), la luce dell’alba invernale avvolge Calcutta in una dimensione mistica: ogni cosa sembra provenire da un sogno e le certezze evaporano nella nebbia. Catturato in un moto ondoso ipnotico, tutto sembra prendere vita al massimo delle sue forze per poi scomparire, affievolendosi nella foschia.
La nebbia appiattisce tutto, ma lo scenario muta come le ombre dei cirri in una giornata ventosa. Nascosti i dettagli, rende misterioso il paesaggio stimolando l’immaginazione. Nebbia, bruma, foschia o caligine: per molti un nemico imbattibile, minaccioso labirinto gettato addosso come la rete di un reziario. Niente panico. Non è altro che vapore acqueo. E continua a piovere…



