Critica sociale nei dipinti di Vasilij Pukirev
Passeggiando per le sale della Galleria Tret’jakov a Mosca, ci si può imbattere in un particolare dipinto con una altrettanto particolare cornice, opera del pittore realista Vasilij Vladimirovic Pukirev (1832-1890) con l’emblematico titolo di Matrimonio diseguale (1862).
Verso la metà del XIX secolo, in Russia al centro del dibattito culturale c’era la condizione di impotenza delle donne, specialmente quelle senza dote che, per sopravvivere, dovevano intraprendere matrimoni basati su interessi materiali e solitamente con uomini di età molto avanzata.
L’opera raffigura il rito del matrimonio all’interno di una chiesa ortodossa, solo gli sposi e il sacerdote sono illuminati dalla luce proveniente dalle vetrate mentre i testimoni sono in penombra. Il celebrante tiene tra le mani un trebnik (libro di preghiere) e la fede da mettere al dito della sposa che è una ragazzina, minuta e con i capelli chiari, con gli occhi solcati da lacrime. Porge la mano destra al sacerdote in modo rassegnato mentre dalla mano sinistra sta per scivolarle un grosso cero. Sembra ancora più piccola dentro il grande abito nuziale. Lo sposo è un uomo anziano, col volto rugoso e l’espressione arcigna e le labbra sporgenti, ben vestito porta al collo e al bavero i segni dell’Ordine Imperiale del Santo Principe Vladimir, Pari agli Apostoli, un’onorificenza militare che garantiva anche una pensione annua. In questo caso la pensione annua era di 300 rubli, poiché il personaggio dipinto era al 2° grado dell’Ordine dal momento che ha una stella sul lato sinistro del petto e una grande croce su un nastro al collo.
Il testimone (autoritratto dell’artista) è raffigurato sul bordo del dipinto dietro la sposa e si distingue tra gli invitati per via del suo volto, che esprime disappunto, e delle braccia incrociate sul petto. Le immagini del testimone e della sposa, gli unici giovani del dipinto, raccontano il loro amore impossibile, costretto a non sbocciare per via di questo matrimonio di interesse.
A sottolineare questa situazione concorre anche la cornice, opera di un corniciaio amico dell’artista di nome Grebensnkij, che intaglia grandi fiori d’arancio e foglie intrecciati a uno stelo di edera secca, in modo da creare un parallelismo tra questi elementi e l’età degli sposi, così il tema dell’unione innaturale, violenta e disastrosa di giovinezza e vecchiaia continua nella decorazione della cornice.
Il dipinto pare trarre ispirazione da eventi reali, esistono due teorie: la prima vede come protagonista della storia ritratta un amico del pittore, il giovane mercante Sergei Mikhailovich Varentsov, che era innamorato di una ragazza i cui genitori preferirono darla in sposa a un mercante più vecchio e pare che addirittura lo scelsero come testimone delle nozze; la seconda teoria vede invece come protagonista il pittore stesso, innamorato della pronipote di una principessa, che venne mandata in sposa a un vecchio nobile.
Il dipinto fu esposto nel 1863 alla mostra dell’Accademia e subito fece scalpore, portando Pukirev alla ribalta come uno dei migliori artisti della sua generazione; secondo il critico Vladimir Stasov, contemporaneo all’artista, l’opera è uno dei dipinti più profondi, ma anche uno dei più tragici della scuola russa, ma per la rivista Iskra l’opera non esegue una denuncia sociale sufficientemente profonda e il suo valore è sminuito da un eccessivo patetismo.
Qualche anno dopo, l’artista torna sul tema del matrimonio tragico con l’opera Le nozze interrotte (1877). Il dipinto, oggi conservato a Baku nel Museo Nazionale d’Arte dell’Azerbaijan, vede come protagonista una giovane sposa, in un abito magnifico, priva di sensi tra le braccia dei testimoni. È in questo stato perché ha appena sentito la rivelazione che il suo futuro sposo ha già una moglie, ed è proprio lei a dirlo presentandosi in chiesa vestita di nero. Il bigamo è lì vicino, con il capo chino per la vergogna ma non per l’azione commessa o per aver giocato con il cuore di due donne, ma per il fatto che la sua rivelazione sia stata fatta così rumorosamente in pubblico creando scandalo attorno al suo ruolo sociale. I testimoni di questo evento sembrano stupiti ma in verità non vedono l’ora di andare a riferire quanto accaduto. Nonostante non fosse pratica comune la bigamia l’evento si presta bene per indagare, ancora una volta, la figura sociale della donna.
Entrambi i dipinti sono carichi di una profonda drammaticità, quasi patetica nei gesti che però offrono nel contempo un’immagine edificante, poiché spingono lo spettatore a chiedersi se sia saggio affrettare gli eventi, abbandonandosi a essi, o affidarsi maggiormente alla ragione per non commettere un errore fatale che potrebbe portare alla tragedia. Vale davvero la pena, per prestigio sociale e onorabilità, rinunciare ai propri sentimenti? Quanto la società ci impone scelte che sono più giuste per facciata ma che ci distruggono dentro? Questo ci chiedono questi dipinti che, nonostante gli anni, fanno sentire la loro voce perché, forse, questi quesiti non sono così lontani da noi e dal nostro tempo.





