Un albero di mango per i rohingya
“È un film così crudo da non farti nemmeno venire la voglia di piangere”. È stato uno dei commenti più interessanti, venuto da una anonima spettatrice, che si sono sentiti alla fine dell’anteprima al cinema Anteo a proposito di Harà Watan (Lost Land), film di Akio Fujimoto vincitore, l’anno scorso, della sezione «Orizzonti» a Venezia. Commento interessante e anche molto azzeccato perché sarebbe stato facile, in fondo, dato il tema che tratta il film, scivolare in facili ricatti morali, in consolazioni emotive o altri patetismi che scorrono via docilmente proprio come una lacrima e che, come una lacrima, si dimenticano altrettanto velocemente. Invece Lost Land evita tale trappola e si fissa negli occhi e nella testa dello spettatore per restarci.
Il tema di Lost Land è attualissimo. È il tema del razzismo e del nazionalismo, dell’odio etnico e delle persecuzioni: il tema macabro del genocidio. È anche il tema attualissimo e allo stesso tempo antichissimo, arcaico persino, della ricerca di una nuova patria, della Terra Promessa di giudaica memoria, qui diventata Terra Perduta, la Terra del Nostos; è il tema nostalgico di una ninna nanna che canta della terra natia, della terra promessa, sì, ma di chi è in diaspora. La terra in questione è quella dei rohingya ed è, o, per meglio dire, era, in una provincia del Myanmar: l’Arakan (oggi Rakihne). Harà Watan, ovvero in rohingya terra natale, patria, il Myanmar lo è stato per per circa cinquecento anni, finché, nella seconda metà del secolo scorso, in seguito alla caduta del governo democratico e alla salita al potere del regime militare, i rohingya sono stati progressivamente esclusi da ogni diritto alla cittadinanza. Successivamente si sono verificate una serie di campagne violente di persecuzione e quella conclusasi nel 2017, sostenuta ideologicamente persino da parte del clero buddista, ha portato alla migrazione forzata verso il Bangladesh di oltre un milione di persone.
Quello dei Rohingya è, a tutti gli effetti, un genocidio di cui si parla troppo poco. Per varie ragioni, ma senza che ce ne sia una abbastanza chiara da giustificare tanta indifferenza. Forse se ne parla poco perché la responsabilità del genocidio rohingya cade su una giunta militare apertamente nazionalista e sciovinsta che non prova nemmeno a giustificarsi o a fingere di fare parte del campo dei buoni. Non c’è la retorica dell’esercito più etico del mondo (copyright Israele) ad alimentare l’indignazione. Forse perché i rohingya sono musulmani e questi sono tempi in cui l’odio anti islamico è virale a ogni latitudine e, anche in questo caso, per molti potrebbe vale il retropensiero: “se sono musulmani allora se lo meritano”. Forse perché non è credibile che da dei buddisti – che per gli occidentali sono tutti serafici, pacifici e pacioccosi come il Buddha – possa venire tanta violenza. Anche se gli esempi di pogrom istigati da membri carismatici del clero buddista – come il film Le vénérable W di Barbet Schroeder ha illustrato un decennio fa – non sono affatto fiction purtroppo. Forse semplicemente perché le vittime di questo genocidio sono molte meno di quelle del genocidio in atto in Palestina e non scorre abbastanza sangue per la mobilitazione delle piazze. Forse perché il genocidio rohingya non può essere capitalizzato politicamente: fa apparire i buddisti cattivi e indebolisce la retorica contro l’annessione cinese del Tibet. Forse perché coinvolge colpevolmente una paladina dell’Occidente, la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Forse perché si teme di giustificare le azioni dei ribelli dell’ARSA, accusati ultimamente di violenze nei confronti delle proprie donne rohingya, un gruppo di combattenti che ha trovato sostegno ideologico e economico solo in al Qaeda. Forse perché il Myanmar non ha petrolio, né è vicino a stretti da cui passano le petroliere. Forse perché di paesi che svolgano lo stesso ruolo di tafano geopolitico filo-ccidentale, quello che ha assunto e assume ancora Israele in Medio Oriente in funzione prima anti-islamosocialista e poi anti-iraniana, nel Sud-Est Asiatico ce ne sono già: Indonesia, Taiwan e Corea del Sud. Al momento bastano per pungolare la Cina.
O forse, semplicemente forse perché certi drammi paiono ripetersi, con gli stessi meccanismi, a troppe latitudini: autoritarismo e populismo, razzismo e persecuzioni, conflitti e terrorismo, fughe di massa e campi profughi, migrazioni di massa e traffici di esseri umani, ostilità e indifferenza verso chi emigra, genocidio e negazione del genocidio … forse… troppi forse.
Di sicuro in Lost Land c’è il coraggio di Akio Fujimoto. Coraggioso non tanto per la scelta di raccontare un tema politicamente scomodo o una diaspora negletta ma per lo stile registico che adotta. Il coraggio è quello di aver saputo fare non un film sui Rohingya ma un film con i rohingya. Fujimoto coglie la lezione del Neoralismo Italiano, quella zavattiniana del pedinamento dei personaggi; la lezione di Rossellini e De Sica – che fu poi anche della Nouvelle Vogue – capaci di mettere al centro lo sguardo dei bambini e Fujimoto lo fa, oltretutto, senza utilizzare l’espediente estetico, talvolta abusato e un po’ retorico, del bianco e nero. Perché i bambini sognano e giocano a colori, anche quando sono in mezzo alle baracche di un campo profughi.
Fujimoto dimostra di aver saputo cogliere la lezione del Neorealismo anche nella scelta di un cast di attori non professionisti, ma fa anche di meglio. Se il Neorealismo avvalendosi di attori non professionisti, di gente presa dalla strada, dava finalmente un volto cinematografico e bellissimo alle classi popolari e ai derelitti, allo stesso tempo, però, toglieva loro la voce col doppiaggio, imponendo sui dialetti e sulle sgrammaticature locali, l’uniformità dell’italiano, che fu, così, lingua madre e matrigna allo stesso tempo. Invece il film di Akio Fujimoto riesce a dare non solo un volto ai rohingya ma, cosa ben più importante, offre la possibilità di farne sentire la voce, realizzando il primo film in lingua rohingya. La storia di Lost Land può ricordare per certi versi Io capitano di Garrone e anche il tono a volte magico e trasognato, sembra lo stesso. A differenziarlo però è una sensibilità e uno stile filmico da documentarista che permettono a Akio Fujimoto di lavorare con i personaggi e non sui personaggi. Nel seguire le peripezie della novenne Samira e del suo fratellino Uddin che abbandonano il campo profughi in Bangladesh assieme alla zia, ma che, poi, separati dall’arrivo improvviso della polizia durante uno sbarco in Thailandia, devono cavarsela da soli e raggiungere i parenti in Malaysia, Fujimoto ci fa comprendere la tragedia di un popolo e anche la sua forza, che sta nella solidarietà reciproca e nel saper tramandare gesti attraverso le generazioni.
Lost Land ha la potenza cinematografica di Germania anno zero ma, allo stesso tempo, riesce a esprimere la struggente dimensione magico-poetica infantile di Una tomba per le lucciole. Mentre Samira e Uddin cercano un posto che si possa chiamare casa, dove un rohingya possa essere un rohingya, sogniamo insieme a loro che dai semi di mango lasciati lungo il cammino, cresca un giorno un albero abbastanza grande da far da patria a tutti i rohingya.




