Uno degli aspetti più curiosi ed interessanti della mitologia norrena si ritrova nel suo atto conclusivo. Difatti, il mondo nordico è il solo tra le culture pagane a noi più familiari a prevedere un mito di dissoluzione in aggiunta agli ubiqui miti di creazione, una peculiarità che non ha finito di sorprendere tanto gli studiosi quanto i semplici appassionati. Noto anche al di fuori della cerchia degli specialisti, questo episodio prende il nome di Ragnarǫk, che tradotto letteralmente significa il “Destino degli Dèi”, sebbene sia molto diffusa la credenza – influenzata dall’omonima opera di Richard Wagner – che tale termine indicherebbe il “Crepuscolo degli Dèi”1. Del resto, benché non letterale questa denominazione è sicuramente evocativa e fattualmente accurata: il Ragnarǫk racconta infatti la fine del mondo e la scomparsa degli Æsir, la stirpe degli Dèi guerrieri che avevano fin lì regnato sui Nove Mondi, consumati in una grande battaglia finale contro le forze del Caos e della dissoluzione, un incendio cataclismatico da cui l’intero cosmo uscirà distrutto.
La vicenda ci è nota principalmente a partire da uno dei testi più criptici ed affascinanti della letteratura nordica: si tratta della Vǫluspá, la “profezia della Veggente”, il primo e più famoso brano dell’Edda poetica, la grande silloge di miti del mondo nordico. Nella Vǫluspá si racconta di come Odino, padre e signore degli Æsir, si rivolga alla Vǫlva, una profetessa della stirpe dei Giganti: su richiesta del dio, la Veggente racconta la creazione dei Nove Mondi ed altri episodi di sapienza gnomica, per arrivare infine al racconto degli ultimi tempi. La fine del mondo comincerà con Fimbulvetr, un terribile inverno che durerà per tre anni e non sarà interrotto da alcuna estate, e proseguirà con la distruzione della società:
«Fratelli carnali si uccidon l’un l’altro
infrangono germani di stirpe i legami,
nel mondo malvagio lussuria imperversa;
è un’epoca d’armi, di scudi spezzati,
di lupi e tempeste, il mondo inabissa;
non v’è uomo alcuno che l’altro risparmi»2.
Altri dettagli sono riportati dal Gylfiaginning, “l’inganno di Gylfi”, prima parte dell’Edda in prosa del dotto Snorri Sturluson. In questo tempo di tumulti, tutti i legami saranno sciolti e le potenze del Caos saranno chiamate a raccolta: Skǫll e Hati, i due lupi celesti, raggiungeranno e divoreranno il Sole e la Luna, mentre le stelle si spegneranno; Loki e i suoi figli saranno liberati dai vincoli e uniranno le forze con i Giganti e le anime dei morti. Seguirà la battaglia sul campo di Vigriðr, dove gli Dèi e le anime dei guerrieri coraggiosi – che Odino aveva radunato nel Valhalla appositamente per questo scopo – fronteggeranno i Giganti e i figli di Múspell: Odino morrà sbranato dal lupo Fenrir, Thor cadrà avvelenato dopo aver abbattuto il Serpe di Miðgarð, Loki ed Heimdhall si uccideranno a vicenda, così come Týr e il cane Garmr, guardiano delle porte di Hel; infine il demoniaco Surtr, signore di Múspellsheimr, appiccherà il fuoco alla terra ed ogni cosa brucerà.
Pure, alla fine di tutta questa devastazione, si aprirà una prospettiva di rinascita. Dai flutti emergerà terra nuova e fertile, che una coppia di uomini scampata alla distruzione di Surtr ripopolerà con i propri discendenti; gli Dèi sopravvissuti al massacro bandiranno il male ed i mostri, e dalla morte tornerà indietro Baldr, il dio luminoso e beneamato la cui morte ingiusta aveva preannunciato il Crepuscolo degli Dèi. Suggello di questa palingenesi sarà il ritrovamento delle figure degli scacchi d’oro con cui gli Æsir avevano giocato all’alba dei tempi, prima dell’arrivo delle Norne e della tessitura del fato implacabile, e la promessa di giustizia imperitura:
«Poi viene dall’alto pel grande giudizio
il forte signore che domina tutto
la lotta ei decide, compone i dissidi
e dà delle leggi che durano eterne»3.
È sopratutto quest’ultima strofa ad aver suggerito ai commentatori un’influenza cristiana sul racconto del Ragnarǫk, che si estenda al mito nella sua interezza oppure che si limiti unicamente a quest’inserzione. Nell’uno e nell’altro caso non ci è dato di sapere, giacché i miti nordici sono stati trascritti solamente nell’era cristiana e da dotti già convertiti alla nuova fede. Tuttavia, la religione cristiana non è la sola ad aver sviluppato un racconto apocalittico od un mito della fine del mondo: un analogo tema si trova nella mitologia hindu, dove alla fine del Kali Yuga – l’età oscura in cui stiamo vivendo – si assisterà alla conclusione del ciclo cosmico e alla rinascita di un mondo restaurato nella virtù; qui comparirà Kalki, decimo ed ultimo avatāra di Vishnu, che al pari di Surtr metterà a fuoco con la sua sciabola il mondo e tutti gli esseri viventi.
Forse il Ragnarǫk è discendente della tradizione indiana, similmente a larga parte della mitologia norrena, come ci ha insegnato Dumézil; forse invece è debitore dell’escatologia cristiana e di quei compilatori tardivi che l’hanno registrata secoli dopo. Ma quale che sia l’origine, nella sua cripticità il Crepuscolo degli Dèi continua ad affascinare i lettori a distanza di anni.
Note:
1A complicare la questione del significato, intervengono alcune varianti del nome, Ragnarök e Ragnarøkkr, che rendono valide entrambe le lezioni: difatti, la parola -rök vuol dire “destino”, mentre -røkkr vuol dire “crepuscolo”.
Gli studiosi ipotizzano che questa seconda lezione sarebbe successiva e derivata da un’etimologia popolare; da questa sarebbe poi disceso il calco Götterdämmerung, “Crepuscolo degli Dèi”, nella ricezione tedesca del mito norreno.
2Vǫluspá XLV, in Canti dell’Edda. La voce degli Dei nordici, Iduna, 2019, p. 112.
3Vǫluspá LXV, in Canti dell’Edda. La voce degli Dei nordici, Iduna, 2019, p. 118.




