La sera della prima e il sistema parasimpatico

Partiamo dal fatto che praticamente ho fatto tutta un’intera preparazione stanislavskiana prima di cominciare questo articolo che parla proprio della difficoltà di cominciare le cose, come per esempio un articolo; ovvero ho procrastinato per giorni e ho girato intorno alla pagina bianca con la stessa confidenza di un gatto traumatizzato. Fare esperienza della condizione per trovare l’ispirazione. Quando ho fatto le audizioni per entrare nelle scuole di teatro alla prestigiosa accademia nazionale Silvio d’Amico di Roma chiedevano di portare, tra le altre cose, una partitura fisica originale il cui titolo doveva essere “sulla soglia”. Portai una lunga e simpatica pantomima di un personaggio x che non trova mai il coraggio di buttarsi in piscina, arriva sul bordo della vasca, sta quasi per, si caga sotto, sente prima la temperatura dell’acqua, temporeggia, si mette occhialini o salvagenti, scivola eccetera. Fu carino ma comunque non mi valse l’ammissione alla prestigiosa di cui sopra accademia.
Il concetto di inizio è abbastanza emblematico se riflettiamo su quella che sarebbe l’arte della cosiddetta recitazione. Iniziare a recitare un personaggio è fondamentalmente un passaggio di stato di coscienza piuttosto radicale ed estemporaneo.
È come uno spostamento volontario in uno stato di attivazione totale completamente diverso da quello ordinario: fai un saltino di lato e, a mio avviso, se lavori bene, ti attivi completamente per reagire nella maniera più dettagliata possibile a delle circostanze irreali che devono apparire nella dinamica del palcoscenico, dell’osservazione, della presunta catarsi all’interno di un’opera di finzione. Non so se si capisce quello di cui sto parlando. C’è un qui reale, la realtà fisica del teatro o del luogo della rappresentazione o dello spazio temporale tra “azione” e “stop” a telecamera accesa, e il luogo, le circostanze, il tempo storico eccetera della finzione che mettiamo in atto. Una volta un grandioso attore napoletano che si chiama Vittorio Viviani, prima di uno spettacolo in cui tutti ripassavano ansiosi la loro parte, mi disse, a me che non avevo più sbatti di studiare: “Tu ti devi ricordare la prima battuta, poi non sai più che succede.” Come attitudine Taoista è assolutamente impeccabile, anche perché recitare per bene è un po’ come stare nel Matrix, vedi un po’ a rallentatore le possibilità infinite che ti passano vicino e ne scegli costantemente a una velocità innaturale quelle più appropriate per lo specifico momento presente. Come immagino accada per i musicisti nell’ambito dell’interpretazione. Diceva Bob Wilson, uno dei più grandi maestri del Novecento, da poco defunto, americano, che le cose più importanti di uno spettacolo sono l’inizio e la fine. Perché la gente è concentrata all’inizio, poi che succede in mezzo più o meno non se lo ricorda, poi quando esce si ricorda la fine se è stata bella o brutta. Chi ha lavorato con lui dice che dedicava tre quarti delle prove a provare la prima scena ossessivamente, poi si accorgeva che era nella merda e stava per debuttare e faceva in fretta e furia tutto il resto dello spettacolo.
Perché iniziare bene è importante e difficile, presumo e penso.
Quindi, continuiamo a dire, un passaggio di stato di coscienza. Come ci dice anche la psicologia e come è ben rappresentato dai film dell’orrore o di magia, quando ci trasformiamo in un’altra cosa, tipo pozione polisucco, tipo lupi mannari, tipo la bambina che diventa un mirtillo nella fabbrica di cioccolato, tendenzialmente la trasmutazione avviene tra spasmi, convulsioni, bave, schiume alla bocca e versi orrendi ed eccessivi.
Quindi sì, per la nostra anima probabilmente è faticoso iniziare qualcosa di nuovo perché per fare qualcosa che non abbiamo mai fatto noi dobbiamo anche diventare qualcuno o qualcosa che non siamo mai stati. Sono ruoli che non abbiamo mai ancora interpretato. Fare un figlio: diventare padre.
A parte questa deriva psicologica delle patatine, rispetto alla recitazione, alla temutissima soglia della ribalta, l’interregno del palcoscenico, la strizza prima di uno spettacolo, mi vengono in mente le parole di Maggie Smith, altro genio recentemente spirato: “Stare sul palco è molto più facile che vivere: almeno sul palco sai quello che devi fare.” Anche perché uno studia una vita e si prepara ossessivamente e prova le cose il più possibile, quindi teoricamente, prima di iniziare a recitare, dovrebbe essere piuttosto consapevole di quel cazzo che deve fare per portare a casa la serata. Ed è questa un po’ la grande contraddizione a cui volevo arrivare.
Non so voi, ma io tutto quello di importante, per me per lo meno, che ho combinato o mi è capitato nella vita l’ho fatto senza avere la più pallida idea di quello che stessi facendo. Come la storia del calabrone che pesa troppo per volare per la proporzione con le sue piccole ali ma vola comunque perché non lo sa. Come nel racconto taoista di Cook Ting che deve tagliare un bue.
Se è vera, e secondo me si, la teoria quantistico romantica che il tempo è uno e noi siamo già stati quello che saremo e ci mandiamo (il nostro io futuro manda al nostro io presente che per lui è un io passato ma comunque non vuol dire niente perché tutto accade simultaneamente ed è già quindi accaduto), sotto forma di intuizione, soffiate sulle scelte giuste da fare da un futuro in cui tanto quella cosa è già realizzata, possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo e pensare che per iniziare bene qualcosa, è meglio non sapere proprio un bel cazzo di niente di quello che si sta facendo, solo avere una bella, ignota, misteriosa, invisibile sensazione di doverlo fare.
Carmelo Bene diceva che per recitare non serve studiare, serve aver studiato.
Amleto diceva essere pronti è tutto.
Sono slogan? Certo. Sono una paracula che mescola fisica quantistica livello Marzullo e citazioni shuffle di roba di teatro per parlare della grande metafora della vita? Ovviamente. Ma un colpo al cerchio uno alla botte ci stiamo capendo, poiché il Tao che si può dire non è il grande Tao. Neurologicamente, quello che distingue, a mio avviso, un attore cane da un attore decente è molto semplice. Un attore cane, oltre che essere cane, va be’ dai poverino, un attore scarso, oltre che recitare male non conosce lo stato di coscienza giusto. Quello del Matrix di prima: fondamentalmente, clinicamente, andare in sistema parasimpatico. Il sistema della muscolatura involontaria, quello della respirazione, quello della meditazione, lo stato di attenzione senza coercizzare il pensiero, lo stato dello Hua wei, non il cellulare pacco ma il Non-agire taoista, quello stato di coscienza passiva e di saggezza fisica che ha a che fare con una sorta di trance vitale dove entriamo come in un flusso che vive di vita propria, come gli animali un po’, rinunciando a un pezzo del pesante macigno della consapevolezza che continuamente dentro di noi pesa e pensa di avere le briglie della nostra veglia. Dopo certo ovviamente essersi disciplinati a dovere. Aver studiato, ma prima. E poi iniziare, abbracciando la sensazione di non sapere più un cazzo, fidandosi del fatto che sappiamo molto più di quello che sappiamo.

Cook Ting stava tagliando un bue per Lord Wen-hui. Ad ogni tocco della sua mano, ad ogni sollevamento della sua spalla, ad ogni movimento dei suoi piedi, ad ogni spinta del suo ginocchio – zip! zoop! Facendo scorrere il coltello con un fischio, tutto era in perfetto ritmo, come se stesse eseguendo la danza del Bosco dei Gelsi o tenesse il tempo della musica Ching-shou.
“Ah, questo è meraviglioso!” disse Lord Wen-hui. “Immaginate che l’abilità raggiunga tali vette!” . Cook Ting posò il coltello e rispose: “Ciò che mi interessa è la Via, che va oltre l’abilità. Quando ho iniziato a tagliare i buoi, vedevo solo il bue stesso. Dopo tre anni non vedevo più l’intero bue. E ora – ora lo faccio con lo spirito e non guardo con i miei occhi. La percezione e la comprensione si sono fermate e lo spirito si muove dove vuole. Vado d’accordo con la composizione naturale, colpisco nei grandi vuoti, guido il coltello attraverso le grandi aperture e seguo le cose come sono. Quindi non tocco mai il più piccolo legamento o tendine, tanto meno un’articolazione principale.
“Un buon cuoco cambia il suo coltello una volta all’anno – perché taglia. Un cuoco mediocre cambia il suo coltello una volta al mese – perché taglia a pezzi. Ho questo mio coltello da diciannove anni e ho tagliato migliaia di buoi con esso, eppure la lama è buona come se fosse appena uscita dalla mola. Ci sono spazi tra le articolazioni, e la lama del coltello non ha davvero spessore. Se inserisci ciò che non ha spessore in tali spazi, allora c’è molto spazio – più che sufficiente per la lama per muoversi.
Ecco perché dopo diciannove anni la lama del mio coltello è ancora buona come quando è uscita dalla mola. “Tuttavia, ogni volta che arrivo a un posto complicato, valuto le difficoltà, mi dico di stare attento e di fare attenzione, tengo gli occhi su quello che sto facendo, lavoro molto lentamente e muovo il coltello con la massima sottigliezza, fino a quando – flop! tutto si disfa come un grumo di terra che si sbriciola a terra. Resto li con il coltello in mano e guardo tutto intorno a me, completamente soddisfatto e riluttante a muovermi, e poi pulisco il coltello e lo rimetto via.”
“Eccellente!” disse Lord Wen-hui. “Ho ascoltato le parole di Cook Ting e ho imparato come prendermi cura della vita!”
Di Viola Marietti



