Un viaggio nell’identità sino-americana
Oriental Girls Desire Romance di Catherine Liu è un libro molto particolare e su più livelli, che non ci risulta sia mai stato tradotto in italiano. Si potrebbe dire che l’asse portante del libro è l’identità sino-americana della protagonista, che parla in prima persona. Nata negli Stati uniti da genitori emigrati dalla Cina nel 1949 (l’anno della Rivoluzione cinese), la donna narrante non si è mai sentita completamente a suo agio negli Usa, nonostante parli l’inglese meglio del cinese.
Una buona parte del libro è dedicata alla sua difficile e complicata educazione sentimentale. La protagonista ha molte storie tempestose e tristi con numerose persone, sia uomini sia donne, non riesce a trovare un suo posto nel mondo, e soffre dell’inutilità di essere una studentessa di materie umanistiche (non avrà scelto una materia del genere apposta per rimanere povera e non confrontarsi col mondo?). Il libro è una riflessione triste e tragica sulla solitudine metropolitana (in un certo senso, ricorda un po’ Taxi Driver) ambientata in una New York descritta con toni molto particolari. È fin troppo facile cercare riparo dalla solitudine nella folla e in rapporti fisici il più frequenti e numerosi possibile, sembra dire il libro, ma questo non dà la felicità. Può sembrare un messaggio banale ma ci si permetta di dire che non lo è. Basti vedere gli studi che mostrano come oggi i siti e le applicazioni di incontri creino una vera e propria dipendenza, dando l’illusione dell’abbondanza, della scelta infinita e della possibilità di selezionare le persone “adatte” sulla base di caratteristiche precise (vedasi Eros in agoniadi Byung-chul Han; Roma: Nottetempo, 2013).
Fra la strana storia per un affascinante italiano ex-autonomo (si intende qui l’Autonomia operaia degli anni ’70), spettacoli di drag queen, donne fatali che seducono la protagonista con la fame di un vampiro per poi abbandonarla, la protagonista deciderà alla fine di fare la spogliarellista in un night club. Il romanzo si chiude brutalmente con la decisone della protagonista di abbandonare questo lavoro, ma i lettori restano ignari su cosa le succerà dopo.
Eppure, forse non è questo il lato più affascinante del libro. Le cose, infatti, si fanno davvero interessanti nelle parti in cui la protagonista parla del rapporto coi suoi genitori.
A quanto pare, i genitori sono emigrati negli Stati per motivi economici, non politici: erano stanchi di fare la fame, di non avere vestiti, di potersi lavare una volta l’anno, ecc. Con il rafforzamento del potere di Mao in Cina, si potrebbe pensare che la nostra coppia di immigrati viva felice nel sogno americano, guardando all’austero egualitarismo cinese con sospetto se non addirittura con paura.
Invece, a un certo punto il padre della protagonista trova nel maoismo l’identità che gli mancava, se non una vera e propria ragione di vita. Non solo va con la moglie e i figli a molti incontri politici, ma inizia a passare regolarmente le vacanze in Cina con la famiglia, visitando fabbriche e fattorie modello ed alloggiando nei classici alberghi di lusso per stranieri. Eppure, qualche dubbio fa capolino: questi compagni cinesi d’oltremare non sono troppo controllati? Non sono limitati nei posti che possono visitare? Perché è così difficile lasciare la capitale e visitare gli anziani genitori? Perché le guide locali cambiano ogni tanto senza un motivo chiaro?
Negli Stati uniti, invece, il padre si butta nella fondazione di un negozio di merce cinese con un chiaro fondo ideologico, esperimento che purtroppo non andrà bene. Sebbene con la fine della Rivoluzione culturale e l’inizio dell’era di Deng Xiaoping all’insegna del pragmatismo economico il padre abbandoni progressivamente il maoismo, la Cina socialista ed egualitaria non abbandona l’immaginario della giovane protagonista.
Appena ne ha l’occasione, infatti, quest’ultima fa domanda per andare a insegnare inglese in Cina, un’esperienza molto contraddittoria che la segna profondamente. Piuttosto che un paradiso egualitario, infatti, essa trova nella Cina di Deng un posto dove si guarda con sospetto il prossimo se addirittura non lo si denuncia, dove servono conoscenze per ottenere qualunque cosa, dove non conta niente se non i soldi. A ben vedere, il merito più grande del libro è quello di tracciare un quadro affascinante, terribile e complesso dell’identità di una cinese d’oltremare per la quale l’appartenenza al proprio Paese non è solo culturale, ma anche politica. Certamente, una lettura interessante per coloro che sono interessanti all’influenza politica e culturale del maoismo all’estero.




