Sulla nascita dell’archeologia

La scienza storica ha attraversato molte difficoltà metodologiche, non solo agli esordi arcaici della propria impresa mnemonica, ma lungo l’interezza del suo tortuoso sviluppo. La nascita e la crescita di una delle sue scienze sorelle, l’archeologia, non fu da meno. Il significato etimologico del suo nome ci aiuta ben poco a comprenderne la natura, perché è perlomeno vago: ἀρχαιολογία significa “studio dell’antichità”. Il suo obiettivo è quello di scovare, analizzare e interpretare le tracce materiali lasciate dai popoli del passato, al fine di trarne dati affidabili in merito alla cultura di appartenenza, alla struttura della sua civilizzazione e al suo rapporto con l’ambiente e le culture circostanti.
Il primo “protoarcheologo” di cui la storia stessa ci abbia tramandato il nome fu Nabonide, l’ultimo re caldeo che ebbe Babilonia (556-539 a.C.) prima di essere inclusa nell’Impero persiano di Ciro il Grande. Oltre a ristrutturarne altri, egli fece scavare le fondamenta dell’ormai sepolto tempio di Ebabbar a Sippar, dedicato al dio solare Šamaš, al fine di ricostruirlo il più fedelmente possibile a come era apparso originariamente. Durante gli scavi, emerse un’iscrizione risalente all’epoca del re accadico Naram-Sin (2254-2218 a.C.) e Nabonide tentò di stimarne l’età, sbagliando di oltre un millennio. Questa prima difficoltà iniziale, la datazione, ha un carattere confortante. Infatti, laddove la storia in sé può essere fatta in modi diversi a seconda della scuola di pensiero che ne definisce il metodo, l’archeologia ha delle regole che assomigliano a quelle delle scienze dure e talvolta lo sono. Una volta affermate, possiamo evitare un errore grossolano come quello di Nabonide, ma scoprirle e affermarle non è stato un risultato scontato.
Fino alla fine del Medioevo, in generale, l’umanità non è stata molto sensibile alla preservazione del proprio passato. Gli edifici venivano demoliti o modificati a prescindere dalla loro vetustà e monumentalità. Spesso venivano depredati degli ornamenti e ridotti a cave di pietra. A preservarli parzialmente era piuttosto il riutilizzo, come accadde al palazzo di Diocleziano, in parte fuso all’architettura abitativa e religiosa di Spàlato, o ad alcuni anfiteatri romani, convertiti in caseggiati o fortezze. Gli intellettuali erano sovente interessati al passato, ma utilizzavano quasi esclusivamente le fonti scritte per ricostruirlo e la conservazione, quando presente, era dedicata esclusivamente ai testi, protetti in età antica presso le biblioteche erette dai sovrani o nel medioevo presso gli scriptoria dei monaci cristiani e nelle madrase islamiche. L’attività dello storico rimase a lungo innanzitutto libresca, anche se vi fu sempre una qualche attenzione ad altre fonti. Tucidide, per esempio, capì che i popoli della Caria avessero colonizzato alcune isole dell’Egeo prima che lo avessero fatto anche gli ateniesi, perché questi ultimi vi avevano trovato le loro tipiche sepolture. Tuttavia, fu questa, non la datazione, la più importante difficoltà iniziale dell’archeologia: valorizzare le rovine agli occhi del consesso umano.
Con l’avvento dell’umanesimo, l’interesse perlomeno estetico rivolto ai manufatti antichi iniziò a cambiare la percezione di ciò che, fino a quel momento, era stato visto soprattutto come un cumulo di ruderi. Un viaggiatore ed erudito di Ancona, Ciriaco Pizzecolli (1391-1452), formulò per primo l’idea che quelle pietre potessero aiutare i contemporanei a comprendere il passato. Lui stesso si basava sulle fonti scritte, ma lo faceva per riconoscere i luoghi ivi descritti. Riconobbe il Partenone di Atene in quella che era nota allora come la Chiesa di Santa Maria, grazie alla descrizione che ne aveva fatto Pausania il Periegeta, nonché le Piramidi di Giza, grazie a quella di Erodoto, poiché sin dalla tarda antichità si era affermata l’idea che esse fossero i biblici granai del patriarca Giuseppe. Fu ribattezzato pater antiquitatis, perché per primo denunciò come inaccettabile l’incuria e l’indifferenza verso le vestigia delle precedenti civiltà e, grazie ai suoi resoconti, soprattutto ai Commentaria, mise a conoscenza il pubblico della possibilità di individuare, esplorare e studiare questi luoghi. Grazie anche alla sua, all’epoca assai rara, conoscenza del greco, si dedicò con una cura eccezionale all’epigrafia, altro campo di indagine di cui storici del calibro di Theodor Mommsen lo definirono il fondatore. I manoscritti di Ciriaco essudano la sua sofferenza nel vedere neglette e deturpate le bellezze del passato, così come il suo sogno di vederle amate e protette.
Gli artisti rinascimentali, tuttavia, si ispiravano ai fasti dell’età classica per riconquistare l’estetica di quella che sempre più veniva percepita come l’apice della civiltà umana. Un impulso molto forte arrivò in tal senso dalla riscoperta casuale della Domus Aurea, alla fine del Quattrocento, che portò all’affermazione delle grottesche nelle ville della nobiltà. Altro passo essenziale per l’esordio dell’archeologia fu la fondazione dei Musei Vaticani, nel 1506, allorquando Papa Giulio II volle dare uno spazio adeguato al Gruppo del Laocoonte, ritrovato per caso da un vignaio che lavorava presso la basilica di Santa Maria Maggiore. Diede così inizio alla vasta raccolta di reperti che oggi conosciamo e che funse da esempio per la nascita di altre importanti collezioni pubbliche e private. La riaffermazione del diritto romano nelle università e il ritrovamento di testi creduti persi, aumentò l’interesse per la conservazione del passato.
Furono allora individuate opere nascoste o semplicemente ignorate del Medioevo, come l’arazzo di Bayeux, oppure preistoriche, come i megaliti. Entrambe le cose vennero descritte ne Les monumens de la Monarchie françoise del monaco benedettino Bernard de Montfaucon (1655-1741). Cataloghi come questo espansero di molto la conoscenza collettiva dei tesori archeologici. Con il suo inusuale interesse per le selci lavorate, che all’epoca si credevano essere l’esito naturale di un fulmine caduto su una roccia, il gesuita Nicolas Mahudel (1673-1747) diede inizio a uno studio più sistematico della preistoria e formulò la teoria delle tre età, d’ispirazione esiodea. L’interesse per un’epoca antecedente la diffusione della scrittura incrementò l’importanza tributata alle fonti materiali come strumento di indagine, anche a prescindere dalle loro qualità estetiche, facendo scricchiolare l’iniziale impostazione primieramente artistica della disciplina.

Un processo di vera sistematizzazione iniziò con il riemergere di Ercolano, scoperta all’inizio del secolo durante lo scavo di un pozzo. Carlo III di Borbone rimase talmente colpito dalla ricchezza dei suoi reperti che, nel 1748, decise di finanziare la grande campagna di scavi che portò al ritrovamento di Pompei. La risonanza internazionale di quella scoperta clamorosa offrì all’archeologia un aspetto persino avventuroso e favoloso, il qualche fu però controbilanciato dalla lucida analisi dello storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), che per primo iniziò a periodizzare con rigore quanto emergeva dal suolo, aprendo la porta a una vera modernità dell’archeologia.
Si ebbero poi le grandi spedizioni e campagne di scavo ottocentesche che stravolsero completamente la visione del passato avuta fino a quel momento. È il periodo in cui ebbe luogo ciò che Marcel Brion espresse nel titolo del suo famoso saggio degli anni Quaranta: La résurrection des Villes Mortes. Adorni di esploratori romantici come Giovanni Battista Belzoni, pioniere dell’egittologia, gli studi archeologici videro un’espansione non più unicamente cronologica, ma anche geografica. Si rilessero i testi antichi al di fuori della lente positivista che li voleva solo opere di finzione e fantasia. I poemi omerici e la Bibbia divennero fonte di tracce da seguire per trovare posti in cui affondare le pale.
Nel 1872, Heinrich Schliemann individuò le rovine di Troia. Sette anni dopo, trovò le tombe reali micenee. I corredi funebri che estrasse da entrambi i luoghi dimostrarono quanto gli scavi potessero essere fruttuosi. Nel 1899, Robert Johann Koldewey scoprì Babilonia. L’anno seguente, Sir Arthur John Evans riportò alla luce Cnosso. Nel ’22, sarebbe poi toccato a Howard Carter regalare all’umanità l’inviolata tomba di Tutankhamon. Parallelamente, gli studi filologici, epigrafici e paleografici consentivano di comprendere sempre più lingue morte. Grazie alla stele di Rosetta, scoperta da un capitano napoleonico nel 1799, Jean-François Champollion riuscì a tradurre i geroglifici egizi e diversi studiosi pervennero alla comprensione degli alfabeti cuneiformi mediorientali, così come del sanscrito vedico.
Fu davvero un nuovo inizio, ma portò con sé nuovi problemi da risolvere. Le tecniche di scavo erano imprecise, i ritrovamenti spesso non erano debitamente registrati, venivano mescolati tra loro e manipolati in maniera inidonea, rendendone ardua una valida datazione e conservazione. Con il tempo, però, la passione di coloro che avevano condiviso il sogno di Ciriaco contagiò l’opinione pubblica e permise, almeno in parte, di restituire a noi le conoscenze celate dalle rovine e alle rovine tutta la dignità che avevano sempre meritato di avere.
Di Ivan Ferrari
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