Oggettivamente, non è facile scrivere una recensione sul romanzo Yellowface (Rebecca K. Kuang, Yellowface, Milano, Mondadori, 2023, 384 pagine, 14€), della scrittrice sino-americana Rebecca K. Kuang. Non è facile sia per il numero sia per la complessità dei temi trattati. Forse, una breve nota introduttiva sul titolo può essere utile. Il titolo Yellowface, infatti, che l’editore italiano ha deciso di non tradurre, è probabilmente evocativo dei blackface minstrels, attori bianchi che negli Stati uniti del passato presentavano immagini stereotipate degli afroamericani tingendosi la faccia di nero.
In effetti, il libro Yellowface può essere considerato una riflessione dolorosa e terribile sulla stereotipazione degli asiatici (e dei cinesi in particolare) negli Stati uniti, e di come questa stereotipazione sembri dura a morire se non impossibile da eliminare, persino all’interno degli ambiti culturali e intellettuali che si riterrebbero più sensibili.
Apparentemente, l’inizio della trama può sembrare solo un pretesto. Due giovani scrittrici, Athena e June, hanno un’amicizia asimmetrica, non completamente sincera e non del tutto sana. June è una americana bianca, Athena è americana di origini cinesi. Athena sembra già destinata al successo letterario, mentre June fa fatica a farsi strada nel duro mondo della narrativa. La loro amicizia è asimmetrica perché sembra ovvio che fra le due è Athena a detenere il maggiore potere: sembra utilizzi la più sfortunata June un po’ per trarre ispirazione, un po’ per sfogarsi, trattandola sempre e comunque con una certa compiacenza e condiscendenza. Forse, suggerisce il libro, il successo di Athena non è dovuto al fatto della sua diversità, in un mercato culturale ipocrita e perverso che non sa parlare d’altro, naturalmente sempre in modo superficiale?
Il libro cerca di affrontare la questione soprattutto a partire dal colpo di scena iniziale, cioè la morte di Athena in circostanze tragiche e assurde. June si trova per caso in casa di Athena quando quest’ultima muore per un incidente. Quando ormai è troppo tardi, June nota sulla scrivania dell’amica un manoscritto, evidentemente la prima bozza di un libro non ancora pubblicato. La tentazione è troppo forte: June ruba il manoscritto (una prima stesura ancora illeggibile e non pubblicabile), lo adatta e lo pubblica come suo, ottenendo un grande successo economico.
Oltre all’evidente furto commesso da June, che piano piano verrà sempre più a galla, però, il romanzo, che parla di operai cinesi nella Prima guerra mondiale, scatena una serie di polemiche. June Hayward è una bianca: ha diritto a parlare di asiatici? Il libro non è banale e ipocrita? Non presenta i cinesi in modo stereotipato? Non sono fin troppo contenti di convertirsi al cristianesimo, non sono troppo docili, non hanno una perversa voglia sessuale di donne bianche?
Il proseguire della storia mostra l’intrecciarsi di queste due contraddizioni: da un lato l’evidente plagio (almeno parziale) commesso da June, dall’altro l’abbondanza di commenti, sostanzialmente online, che criticano il libro non solo per il suo contenuto, ma anche per la “razza” dell’autrice. Impossibile fare un riassunto: si dica soltanto che se alcuni commenti ricevuti da June potrebbero anche avere un senso, se espressi in modo civile, altri sono gratuiti, violenti, e sembrano espressi apposta per sfogare la propria rabbia sui social.
Il libro fa un lavoro coraggioso ed encomiabile a presentare una certa ipocrisia americana e non solo sulle questioni etniche. Anche i principi più giusti come quello dell’antirazzismo, sembra dire Rebecca Kuang, possono trasformarsi in un inferno di incoerenza. Il libro è particolarmente coraggioso anche perché sembra essere un atto d’accusa contro un certo tipo di intellettuali e contro gli scrittori in particolare. Se c’è uno scrittore che si occupa di un tema sensibile, lo fa sinceramente, accettando serenamente il dialogo con altri scrittori? Kuang demolisce questa illusione, presentando un mondo di scrittrici affamate solo di fama e di soldi, pronte a guardare le colleghe con sospetto, se non addirittura con antipatia e odio (triste dover dire che il ritratto di Kuang ha delle somiglianze anche con ciò che succede in Italia).
Inoltre, il libro fa un ottimo lavoro a descrivere una delle più gravi patologie del nostro tempo, cioè la dipendenza dai social che crea ansia e veri e propri malesseri fisici. Da questo punto di vista, questa non è una lettura facile né piacevole, ma vale la pena affrontarla per conoscere e buttarsi direttamente nell’ansia digitale. Per June, i commenti su Twitter o altri siti sono una cosa che sostituisce in buona parte il mondo reale. Se può fare piacere consultare solo i commenti positivi su sé stessi, a volte non si può evitare di buttarsi morbosamente su quelli negativi, offensivi e violenti. Decidere di spegnere il telefono, non guardarlo per un po’ o semplicemente metterlo in un cassetto non è sufficiente: a un certo punto, June compra addirittura una cassaforte temporizzata per mettercelo dentro.
Eppure, ci si permetta di dire che questo libro ha qualche debolezza. L’autrice Rebecca Kuang, infatti, ha deciso di proporci un romanzo tragico all’insegna più che del post-moderno, della post-verità. Difficile capire cosa effettivamente pensi l’autrice su certe questioni. Nel libro, i commenti più vari e le più varie versioni dei fatti si susseguono l’una dopo l’altra, rendendo oggettivamente difficile al lettore raccapezzarsi e trovare il filo. Da un lato, si potrebbero fare i complimenti all’autrice per essersi in un certo senso distanziata dal tema del suo romanzo senza prendere posizione. Dall’altro, l’impressione che si ha alla fine del libro è che il razzismo sia una categoria culturale astratta, elastica, malleabile e manipolabile all’infinito. Non capendo cosa sia esattamente il razzismo, viene anche il dubbio se sia una categoria concreta ed effettivamente esistente, o forse solo una proiezione dell’immaginario, o dell’io malato di qualche odiatore digitale (eppure, chi subisce davvero il razzismo sa benissimo che si tratta di una realtà fin troppo concreta).
Infine, l’autrice fa un lavoro buono ma non eccelso nella descrizione di un mercato editoriale ipocrita e perverso, e non pensiamo che la questione sia limitata agli Stati uniti. Per gli editori dei quali si parla nel romanzo, le voci “diverse”, cioè gli scrittori di “razze” differenti, non sono altro che una merce come qualunque altra da sfruttare a dovere sinché “tira”, per essere poi buttata in un WC tirando opportunamente lo sciacquone.
Qui, bisogna dire che il libro manca di realismo perché presenta un mondo in cui gli scrittori sono pagati più o meno dalle case editrici, sono più o meno famosi, ecc. È opportuno quindi svelare la verità: gli scrittori che guadagnano qualcosa dai loro libri e che non ci perdono sono davvero pochi. Il mercato editoriale, infatti, è talmente perverso che solitamente tutte le spese le fatiche della pubblicazione e della diffusione vengano buttate sulle spalle dell’autore (magari poi lamentandosi con l’autore stesso perché “non ha fatto abbastanza” per promuovere il proprio libro). Le scuse false e ipocrite che vengono addotte dagli editori per giustificare questo stato di cose meriterebbero un discorso a parte che non è possibile fare qui.
In conclusione, Rebecca K. Kuang ha scritto un romanzo tragico, profondo e interessante che merita di essere letto. Alla fine del libro, però, resta questa perplessità: se non è ben chiaro cosa sia il razzismo, non è chiaro neanche perché bisognerebbe combatterlo, ammesso che sia possibile.




