SOLARPUNK

Come imparare a vivere sul cadavere del capitalismo

Definire con precisione che cosa sia il Solarpunk non è un’impresa semplice, perché si tratta di una realtà tanto recente quanto variegata e contraddittoria. Il termine è stato coniato nel 2008 da un post anonimo sul blog socioeconomico Republic of the Bees, dove l’autore voleva indicare con esso un genere letterario in cui si assiste a una rinascita della vecchia tecnologia per risolvere problemi moderni. Viene citato un romanzo del 1980 come primo esempio del genere: si tratta di Songs From The Stars di Norman Spinrad. L’Enciclopedia della Fantascienza definisce come “Solarpunk precedente all’origine del termine” anche il romanzo del 1985 Always Coming Home di Ursula K. Le Guin, incentrato su un’umanità postapocalittica che vive in armonia con la natura e ricicla le tecnologie dell’epoca precedente. Se dunque il Solarpunk esiste da ben prima della sua stessa definizione, bisogna capire fino a che punto sia possibile definirlo in maniera rigida e univoca, piuttosto che come un tipo di atmosfera, una sfumatura applicabile a diverse opere.

Con un approccio accademico, è innanzitutto utile ripartire l’espressione nei suoi componenti. Solar indica essenzialmente l’energia solare, intesa come archetipo di tutte le energie rinnovabili, non inquinanti e sostenibili. Il Punk indica invece uno spirito di ribellione, di anticonformismo e di contestazione dello status quo. Questa definizione è inevitabilmente asettica, ma ha il vantaggio di inserirci su binari stabili per comprendere lo spirito del genere. Il focus sulle energie rinnovabili introduce uno dei principali temi della letteratura Solarpunk: la già anticipata sostenibilità. Il “Manifesto Solarpunk”, ispirato agli appunti del ricercatore indipendente Adam Flynn, ritiene che il Solarpunk abbia l’obiettivo di rispondere a una domanda: che aspetto ha una civiltà sostenibile e come possiamo raggiungerla? La sostenibilità è dunque il vero cuore pulsante del Solarpunk, ma questo ci porta a un’ulteriore domanda: quale civiltà va sostenuta?

Il termine “sostenibilità” è fortemente problematico, perché non ci dice nulla su ciò che dobbiamo “sostenere”. Citando il filosofo Timothy Morton: «Quando sento parlare di sostenibilità, metto mano alla crema solare!» Una civiltà, infatti, può essere sostenibile e allo stesso tempo distopica e disumana. Una società neoliberista può essere eco-friendly, piena di Green Cities, boschi verticali e auto elettriche, purché a pagare il prezzo siano la stragrande maggioranza degli esseri umani, relegati alle periferie degradate e senza la possibilità di accedere a questo paradiso esclusivo. È persino teorizzabile, magari con coscienza politica non proprio limpida, una società eco-fascista, certamente sostenibile, ma a discapito di intere categorie umane marginalizzate, razziate, soggette a esclusione, progetti eugenetici e segregazione. Anche il potere più violento, dispotico e totalitario può trovare dei vantaggi nella sostenibilità. Persino durante il regime nazista furono istituite delle aree protette in Germania. Allontanandoci da questi estremi, le petromonarchie arabe tendono oggi a costruire opere avveniristiche a impatto zero, ma lo fanno sulle carcasse dei lavoratori morti a causa delle loro politiche schiavistiche. Elon Musk, prima di diventare un simbolo della nuova destra statunitense, con il suo corredo di palazzinari arancioni e saluti romani, si proponeva come colui che avrebbe salvato il pianeta con le auto elettriche, le ecocase prefabbricate a basso costo e i razzi vettori riutilizzabili. A Milano troneggiano i quartieri super-esclusivi e superficialmente ecologici, come il Bosco Verticale e City Life, eppure la quasi totalità dei milanesi deve notoriamente barcamenarsi tra le strettoie di una gentrificazione selvaggia che li relega nelle zone più periferiche e degradate, mentre l’inquinamento urbano continua, comunque, a imperare sulla generalità del tessuto urbano. Una menzione d’onore vorrei poi dedicarla all’Israel Defence Forces, considerato “l’esercito più vegano al mondo”, che a Gaza e in Cisgiordania non sembra mettere in relazione questa sensibilità alimentare con una sensibilità più ampia e basilare.

Se il neoliberismo “sostenibile” si avvicina sempre di più alla sua deriva distopica e autoritaria, l’aspetto più marcatamente Punk del Solarpunk lancia un grido di ribellione contro la sostenibilità di questo sistema. Esso rifiuta con forza le logiche del profitto, della guerra, dell’esclusione e della competizione, abbracciando una visione del mondo post-capitalista e mutualista. Le società Solarpunk sono spesso enclavi anarco-socialiste, fondate sulla cooperazione e il rispetto tra gli uomini e la natura. Al profitto individuale e alla competizione si contrappone la solidarietà, mentre all’esclusione si privilegia la guarigione e l’inclusione. Le tecnologie Solarpunk non hanno come obiettivo quello di generare profitti milionari o di purificare le zone abitate dai ceti privilegiati dagli elementi indesiderati, siano essi umani o meno, ma di aiutare l’essere umano a vivere con maggiore armonia assieme ai suoi simili e alla natura. Esse sono sostenibili nella misura in cui servono a sostenere una società migliore e più bella per tutti. Sottolineo con vigore l’aspetto della bellezza perché un mondo Solarpunk deve essere bello, anzi bellissimo! L’Art Nouveau e l’Arts and Crafts costituiscono, infatti, le principali fonti di ispirazione per l’estetica Solarpunk, che ha un ruolo fondamentale nella realizzazione del suo obiettivo. Cascate di luci e colori, volute eleganti e sensazioni musicali ammantano questi mondi di una piacevolezza delicata. L’idea di fondo è che anche la bruttezza di una società sia psicologicamente ed eticamente insostenibile.

La bellezza così predicata può essere quella del piccolo fiore che emerge dalle colate d’asfalto, del quartiere abbandonato al degrado e trasformato in una comune agricola, dell’artigiano che ricicla i rifiuti di una discarica e gli dona nuova vita. Il turbocapitalismo cieco annega la bellezza nel bieco calcolo utilitaristico, nel consumo compulsivo di prodotti che diventano scarti, non appena terminano la loro funzione. Nemmeno gli esseri umani vengono risparmiati dalla logica del consumismo, dal momento che il loro valore viene stabilito solo in base al margine di profitto che riescono a generare, per poi diventare rifiuti quando smettono di essere produttivi. Nelle società Solarpunk, invece, non esiste il concetto di rifiuto, perché nulla esaurisce il suo valore nella sua funzione. Se nel capitalismo un rottame di un’automobile non è altro che un ingombro, nel Solarpunk esso può diventare una bellissima statua nelle mani di un artista. Anche gli aspetti più oscuri dell’esistenza, come le malattie, la depressione o la morte, possono essere dotati di una nuova bellezza, perché ci permettono di confrontarci con i nostri lati più fragili, diventarne consapevoli e prendercene cura. Quindi, al di là del mero atto artistico, gli autori di questo genere offrono un’idea di futuro che assume i toni di un manifesto. Essi propongono una società sostenibile che sia bella di una bellezza gentile e delicata, una civiltà nonviolenta e capace di mettere in luce il valore delle cose senza la necessità di comprimerne l’essenza nella funzione.

A questo punto, possiamo tornare alla domanda originaria di questo articolo. Non so se questa risposta può soddisfare tutti gli amanti del genere, ma la mia comprensione del fenomeno mi suggerisce che il Solarpunk non sia altro che la vita che sorge e brulica sul cadavere di una possibile e paventata distopia turbocapitalista. Questo genere trae la propria linfa vitale dalla volontà di reagire ai fenomeni contemporanei che ci spaventano di più a livello globale: crisi economiche, pandemie, guerre, genocidi e, naturalmente, il collasso ecologico. Più la società contemporanea degrada in forme inquinanti, autoritarie, violente e necropolitiche, più le opere Solarpunk emergono dalle sue crepe come fiori irriducibili che fuoriescono dal cemento. Esso ci insegna a guardare oltre il degrado e la violenza, a sviluppare nuove forme di resilienza e di cura, a immaginare e costruire “un altro mondo possibile”, per citare un vecchio slogan dei No Global. Come però ho già anticipato all’inizio, il Solarpunk non è un genere che si può definire in modo univoco e monolitico. Sicuramente alcuni suoi temi tendono a conciliarsi meglio con un pubblico progressista e pacifista, ma non si tratta di un movimento artistico partitico, né tantomeno di una dottrina. Quello che fa è smuovere le coscienze verso un attivismo che punti all’affermazione di una bellezza e di una salubrità da condividere davvero con tutti, comunitaria e inclusiva. Invito perciò i lettori a toccare con mano questo mondo, a immergervisi e contribuire così alla sua comprensione e, perché no, a considerare la validità e realizzabilità delle sue suggestioni per il nostro domani.

CONSIGLI DI LETTURA

In primis, mi sento di proporre due ottime antologie di racconti Solarpunk attinti da tutto il mondo:

  • AA VV, Solarpunk. Come ho imparato ad amare il futuro, Future Fiction, 2020
  • AA VV, Solarpunk. Dalla disperazione alla strategia, Future Fiction, 2021

Se siete interessati a un saggio sull’estetica e il design Solarpunk, consiglio:

  • Hunting Eric, Solarpunk. Design ed estetica postindustriale, Future Fiction, 2021

A livello cinematografico, non posso che consigliarvi di immergervi nelle atmosfere del maestro Hayao Miyazaki:

  • Nausicaa della valle del vento (1984)
  • Laputa – Castello nel cielo (1986)

Sul piano videoludico, propongo soprattutto piccoli capolavori indie come:

  • Terra Nil (Puzzle Game in cui dobbiamo far rinascere terre desertificate)
  • My Time at Portia (Cozy Game dall’ambientazione postapocalittica)
  • Synergy (City Builder in cui dobbiamo sviluppare una comunità dopo un disastro)
  • The Wandering Village (City Builder ambientato sul dorso di un una colossale creatura errante, con cui dobbiamo vivere in simbiosi)
  • Solarpunk (Survival Game ancora non uscito, ma presente come Demo su Steam)

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