Il problema del cominciamento tra Hegel e Marx
Scrive Hegel nell’Introduzione alla Scienza della logica:
A proposito di nessuna scienza si sente così forte il bisogno di cominciar subito dalla cosa stessa, senza riflessioni preliminari, come a proposito della scienza logica. In ogni altra scienza – prosegue infatti – l’oggetto, ch’essa tratta, e il metodo scientifico sono distinti uno dall’altro; e così pure il contenuto non costituisce un cominciamento assoluto, ma dipende da altri concetti, e si connette, tutto attorno, con altra materia. A queste scienze è perciò concesso di parlare in guisa semplicemente lemmatica della loro base e del loro insieme, come anche del metodo, di presupporre come già conosciute ed ammesse le forme delle definizioni etc., così da poterle senz’altro applicare, e di giovarsi dell’ordinario ragionamento per stabilire i loro concetti generali e le loro fondamentali determinazioni (Hegel 2004, p. 23).
Come in altre circostanze, anche in questo caso il filosofo di Stoccarda aveva ragione, o almeno non aveva del tutto torto. Il problema dell’inizio, l’annosa questione del “da dove partire”, è infatti particolarmente insidioso in una scienza della logica, ossia in una scienza del pensiero, il cui oggetto e l’esito dello studio (la scienza) coincidono.
Epperò, come in altre circostanze, anche in questo caso Hegel non aveva del tutto ragione. Il problema del cominciamento infatti non è un problema che riguarda solo la scienza della logica, ma anche le altre scienze. O, quantomeno, è un problema che ha riguardato la scienza dell’economia politica, almeno nella principale opera di Marx, Il capitale.
Le difficoltà incontrate dal rivoluzionario tedesco si riflettono nelle molteplici bozze di indice che egli stila nel corso del tempo. Bozze ricostruite da diversi interpreti, fra gli altri Daniel Bensaïd:
In una lettera del 24 novembre 1851, Marx annuncia un vasto progetto in tre volumi: una critica delle categorie economiche tradizionali, una critica delle categorie economiche socialiste, una storia delle scienze economiche. […] Sette anni più tardi, nel 1858, egli indica l’influenza determinante di una rilettura “accidentale” della Logica di Hegel nella stesura dei Grundrisse. […]
Tra il settembre del 1857 e l’aprile 1868, Rosdolsky individua quattordici tavole e modifiche del piano de Il capitale. Quest’evoluzione è delimitata da due piani di insieme: quello del 1857 e quello del 1865-66. Pubblicato per la prima volta nel 1939 con il titolo di Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, la prima bozza de Il capitale fu quindi redatta nel 1857-58. Per la critica dell’economia politica appare nel 1859. I Manoscritti del 1861-63 sono costituiti da ventitré quaderni da cui Kautsky ha tratto le Teorie sul plusvalore (anche conosciute come il Libro IV de Il capitale) che includono solo i quaderni dal sesto al quindicesimo compresi. Gli altri sono stati pubblicati con il titolo di Manoscritti del 1861-1863. Il Libro III de Il capitale è composto dei manoscritti datati principalmente 1864-1865. Quattro manoscritti dal 1865 al 1870 costituiscono la materia del Libro II. Infine, la versione finale del Libro I data 1866-1867 (Bensaïd 1995, p. 16).
L’“accidentale” lettura della Logica, come la definisce Bensaïd, è tale solo dal punto di vista storico. La struttura espositiva delle due opere – la Logica e Il capitale – riflette infatti la medesima logica. Si tratta della cosiddetta “logica dialettica” che, depurata dal «guscio mistico», viene applicata a un oggetto di indagine specifico, il modo di produzione capitalistico.
È un modo volutamente impreciso di esprimerci questo nostro, che riecheggia le parole dello stesso Marx. Conviene però definire meglio in cosa consista questa “logica”.
Si usa dire che la logica dialettica sia la logica della contraddizione poiché ammette che adfirmatio negatio est. In senso lato e generico la definizione è corretta. Se seguiamo già le primissime pagine della Prefazione alla Fenomenologia o ancor più della Scienza della logica, Hegel enuncia «questa proposizione logica, che il negativo è insieme anche positivo, ossia che quello che si contraddice non si risolve nello zero, nel nulla astratto, ma si risolve essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare, vale a dire che una tal negazione non è una negazione qualunque, ma la negazione di quella cosa determinata che si risolve, ed è perciò negazione determinata» (Hegel, 2004, p. 37). Ciò significa che negando qualcosa, togliendo il suo contenuto particolare, esso ne viene delimitato formalmente, ossia viene definito, viene stabilito il confine entro cui esso si dà, e viene resa possibile la sua individuazione come un che di particolare e sussistente.
La stessa possibilità dell’enunciato A=A, ossia del principio di identità, principio fondante la logica formale, è che A si de-finisca, si de-limiti nel suo rapporto con ciò che A non è, cioè con il non-A, con l’altro-da-sé. La negazione di A, allora, non è un che di estrinseco alla relazione di identità, ma ne è consustanziale, è la sua stessa condizione di possibilità.
Questo significa in altre parole affermare che la relazione (che è opposizione e negazione reciproca) fonda la possibilità del principio logico-formale di identità, che viene invece preso dal senso comune e dallo studio della logica come un principio primitivo e assoluto: un teorema dimostrabile tutt’al più sintatticamente secondo “deduzione naturale”, ossia calcolo formale simbolico.
Tuttavia, nell’evidenziare il carattere parziale della logica formale, non si deve commettere l’errore di pensare che questo la invalidi. Se così fosse lo stesso discorso che stiamo andando facendo, la stessa affermazione che adfirmatio negatio est, ossia più in generale la stessa fondazione della logica dialettica, sarebbe impossibile. Senza poter far appello ai principi logico-formali, il sistema che si vuol edificare ne risulterebbe irrimediabilmente compromesso poiché risulterebbe in buona sostanza inconsistente. Ex falso quodlibet sequitur dicevano i medievali. Parafrasando si potrebbe dire a buona ragione ex indecidibile quodlibet sequitur.
Come allora coniugare la validità con la parzialità della logica formale?
Una prima risposta potrebbe essere la seguente. La logica formale appare una logica del discorso, ossia la scienza del corretto operare del pensiero. E tuttavia, in quanto fa astrazione dal contenuto particolare del pensiero – o per meglio dire assume come contenuto d’indagine il pensiero che pensa se stesso e le regole generali del pensare –, essa può limitarsi a individuare le leggi computazionali del pensare: il corretto modo di concatenare enunciati espressi in forme simboliche convenzionali. Non a caso, nel momento in cui dalla sintassi e dalla morfologia logica si passa alla semantica logica, i pregevoli risultati ottenuti finiscono per poggiare su assunti gnoseologici assai poco saldi e l’antica adequatio rei et intellectus,che tante legittime critiche ha attirato su di sé, torna ad assumere una rinnovata centralità. Quando dalla logica intesa come analisi della forma corretta del pensare ci si muove all’analisi dei contenuti del pensiero (le categorie logiche: essere, nulla, quantità, qualità, ecc.) – tanto più che essi contenuti del pensiero non sono astrazioni arbitrarie dell’attività razionale ma espressione del reale in forma discorsiva (logica per l’appunto) –, cioè quando dalla logica come discorso sul discorso si muove verso la logica come discorso sull’essere, verso l’ontologia, le leggi logico-formali si dimostrano insufficienti, ancorché corrette. È necessario dotarsi di leggi che diano conto dell’opposizione reale tra gli enti, del loro mutamento (negazione del sé, passaggio del sé in altro da sé, ecc.), della molteplicità. Un tavolo è tavolo perché non è altro-da-sé (sedia, libro, casa…). Il non-A (sedia, ossia non-tavolo) determina A. Io sono io perché non sono più ciò che ero e non ancora ciò che sarò. Non solo A è A perché è negato da B che è non-A, ma anche perché è non-più-A. La polemica del secondo Colletti, che pretendeva di rivalutare kantianamente l’opposizione ontologica di contro all’hegeliana contraddizione, si rivela del tutto inconsistente.
Sul terreno ontologico, infatti, la logica detta dialettica diviene fondamentale per formulare un discorso che, in quanto discorso non può violare le leggi logico-formali (non può essere un discorso contraddittorio e giustificare la contraddittorietà col fatto che si rifiuta il principio di non-contraddizione), e tuttavia comprenda la contraddizione e ne dia conto.
Ora, in quanto logica che esprime la totalità del reale nel suo sviluppo, la logica dialettica non può avocare un fondamento ultimo da cui partire. Se così fosse infatti rischierebbe di incappare in un regresso all’infinito di fondamenti che a loro volta hanno bisogno di fondarsi su qualcosa. Viceversa, la logica dialettica deve assumere la totalità come tale, come un tutto le cui parti si collegano e si sviluppano relazionalmente. In altre parole, la logica dialettica non può dare per scontato nulla, deve ritornare sempre sui presupposti che pone per dimostrarli e procedere oltre. Una scienza che parli «in guisa semplicemente lemmatica della loro base e del loro insieme» semplicemente non può sussistere, anche qualora la scienza in questione non si occupasse della logica ma avesse un altro oggetto di studio: una tale scienza dovrebbe dimostrare, giustificare il proprio movimento di indagine, analisi e pensiero, a partire dal suo stesso cominciamento.
Ed è qui che il cerchio si chiude ed è qui che si comprendono le difficoltà del cominciamento tanto in Hegel, quanto in Marx. Il problema de Il capitale è infatti precisamente il problema dell’inizio (e dello sviluppo) del reale – il reale dell’economia-politica – colto in pensiero. Un pensiero che non si accontenta di definizioni presupposte, ma esige di giustificare ogni concetto, ogni passaggio, ogni concatenazione del suo procedere, poiché il suo procedere è in fin dei conti il procedere del reale.
Diciassette anni e quattordici piani di ricerca dopo l’inizio, Marx dà alle stampe il primo libro del proprio capolavoro. La scelta del principio, la riposta alla domanda “da dove iniziare”, è ormai fatta: la scienza dell’economia politica muoverà dalla merce, forma elementare della ricchezza, oggetto tra i più familiari. Almeno in apparenza. Perché in essa è contenuta l’intera società: ogni rapporto, ogni scambio e ogni forma di dominio all’interno del modo di produzione capitalistico. E una scienza che abbia per propria logica quella dialettica dovrà essere in grado di comprendere e dare conto di questa totalità. Ma a questo forse conviene dedicare un altro articolo.
Bibliografia
G. W. F. Hegel, Scienza della logica, trad. di A. Moni e rev. di C. Cesa, Laterza, Roma-Bari 2004
D. Bensaïd, La discordance des temps. Essais sur les crises, les classes, l’histoire, Les Éditions de la Passion, Paris 1995





