Introduzione al n. 37
Il tema di questo numero si sposa bene con l’inizio dell’anno, il finire dell’inverno e la lotta invisibile dei germogli e delle gemme per sopravvivere e scaturire con la nuova stagione. L’I Ching, l’antico testo cinese da noi consultato per estrarre gli argomenti della nostra rivista, spiega infatti che il simbolo della difficoltà iniziale è rappresentato da un’erba che incontra un ostacolo spuntando dalla terra.
Le antiche epopee della storia cinese, che fanno da retroterra alla cultura dell’Yin-Yang, portano il seme delle società vicine al Neolitico, le quali vissero il passaggio fra l’economia di caccia e raccolta a quella agricola. Una necessità fattuale, come illustra Diamond nel famoso Armi, acciaio e malattie, dopo che i nostri antenati falcidiarono la grande fauna del pianeta e si trovarono costretti ad apprendere nuove tecniche di sostentamento. In questa cruciale esigenza agli albori dell’evoluzione antropologica, per motivi climatici si videro fondamentalmente avvantaggiate due aree geografiche: la Mezzaluna fertile e, appunto, il bacino del Fiume Giallo. Tutto ciò spiegherebbe, in parte, perché le grandi migrazioni umane abbiano preso direzioni più latitudinali che longitudinali, alla ricerca di rotte climatiche più simili per piantare e coltivare le semenze di cui nutrirsi.

In un’ottica ciclica, è inevitabile che le condizioni di partenza si ripresentino in epoche successive, impegnando con difficoltà analoghe le civiltà eredi, soprattutto all’indomani di grandi rivolgimenti. Un pensiero, ancora doloroso per la recente storia cinese, va alla Grande Carestia di fine anni Cinquanta, dopo la rivoluzione, nella quale persero la vita per svariate cause (che vanno dalla malnutrizione ai cataclismi naturali), un numero che oscilla fra i 15 e i 55 milioni di persone, una cifra allucinante. Le strategie a dir poco fallimentari del famigerato “Grande balzo in avanti”, imposto da Mao per far recuperare terreno a un paese assai arretrato, all’insegna dello svecchiamento da un’economia agricola verso una potenza industriale priva, tuttavia, delle basi tecniche per essere messa in pratica, stravolsero gli equilibri naturali lanciando piaghe sull’intero territorio. Un esempio paradigmatico fu la “Campagna di eliminazione dei quattro flagelli”, con la quale si promosse lo sterminio di alcune specie di passeri colpevoli di danneggiare i raccolti. L’evento creò un effetto domino nella catena alimentare che infierì ancor peggio sulla vita rurale cinese, scatenando alluvioni e altri disastri.
L’I Ching descrive appunto la difficoltà iniziale come un frangente caotico nel quale l’acqua abissale che dovrebbe stare in basso si trova in alto, mentre un tuono sale da sotto cercando di raggiungere il cielo. Si culmina in un temporale, in cui le forze tese scaricano.
Chissà quindi, arrivati ai giorni nostri, come si rinnoverà questa dinamica all’appuntamento storico con una Cina neo-imperialista e fomentata da un leader come Xi Jinping che, con le politiche della “Nuova via della seta”, dell’egemonia sul Mar Cinese Orientale e l’assoggettamento economico di alcuni paesi del cosiddetto Terzo Mondo, sembra credere ancora ingenuamente nella capacità da parte dell’uomo di controllare le forze naturali a proprio vantaggio. La Cina di oggi sembra ormai lontana dalla sensibilità dell’I Ching e dal suo invito ad attendere che le condizioni naturali si districhino autonomamente, senza forzarne le leggi.

Chi invece, per rimanere in Oriente, ha dato una voce moderna a questa istanza è stato il botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, autore del celebre La rivoluzione del filo di paglia, saggio in cui incoraggia l’agricoltura naturale del “non fare”, attraverso la rinuncia ad azioni perturbanti quali la potatura, la concimazione o la dissodazione, per limitare l’intervento umano nella cura del terreno ai compiti della semina e della raccolta. Pur nell’alone di un’ingenuità opposta a quella summenzionata, di chi si arrogava il potere di governare la natura, e che in questo caso è quella invece di chi presuppone un’implicita concordanza tra gli elementi della flora di uno specifico bioma, c’è da riconoscere a Fukuoka la forza di pensiero che da lui ha partorito non soltanto utopistici riavvicinamenti alla natura in stile New Age, ma anche sofisticate soluzioni che vanno dalla permacultura, alla pacciamatura alla biodinamica, in opposizione all’agricoltura intensiva. Certo, lo strapotere di quest’ultima è tuttora indiscusso e sopravvivrà finché verrà incubato e protetto dal sistema capitalistico, ma la fiducia nel superamento delle difficoltà iniziali elargito dall’I Ching, su cui si è fondata ogni rivoluzione umana tanto nella dimensione sociale quanto nella sfera interiore, deve essere continuamente validata per dare un senso al nostro futuro.
La domanda adesso è: “Non bisogna intraprendere nulla”, come suggerisce l’I Ching in linea con la non-azione di Fukuoka, oppure occorre reagire?
Per provare a dare una risposta, ovviamente, non basta leggere un articolo.
È necessario incontrare il prossimo e attuare un confronto.


