Immaginate di essere una delle menti più brillanti dell’ultimo secolo, sfidare il percorso accademico del proprio padre, a sua volta famoso professore di filosofia; scrivere una tesi che dimostri come il fatalismo di Taylor sia fuffa, una tesi talmente complessa che solo pochi addetti ai lavori sono riusciti a comprendere integralmente; essere ammesso ad Harvard, leggere “Il Pallone” un racconto di Barthelme e quindi avere una crisi di mezza età a 25 anni che ti porterà a scrivere uno dei romanzi d’esordio più belli e più venduti mai scritti; combattere contro la costante paura di non essere all’altezza, di non scrivere al massimo livello di prosa che senti di poter raggiungere, ma non riuscendoci. E allora ti senti un fallito, pensi che non sarai mai paragonato ai grandi del mestiere, che forse lo hai sbagliato il mestiere, forse era meglio rimanere sulla filosofia. Ma tu scrivi perché ti senti nato per farlo, non per la fama; e la tua testa può solo creare. Chiedi aiuto a DeLillo, uno a cui non piace tanto l’interazione sociale, e lo fai innamorare. Ti aiuta a scrivere il tuo capolavoro, un mattone di oltre mille pagine che cade dal cielo e colpisce milioni di lettori, che rimangono storditi, increduli, quasi in coma nel leggere “Infinite Jest”.
L’infinite Jest appunto, un film – di J.O. Incandenza – che una volta iniziato a guardare, la persona non potrà più far altro se non morire o ridursi un vegetale; la più grande droga di un futuro dominato dalle dipendenze, alla continua ricerca dell’intrattenimento perfetto, dove le pubblicità sono diventate così potenti da poter permettersi di dare il nome agli anni del calendario gregoriano, che non si riconosceranno più in combinazioni numeriche. Un mondo in cui Messico, USA e Canada sono un unico Stato e il presidente di suddetto stato, tale Gentle, ex cantante e germofobico patologico, decide di creare -distruggendo intere regioni del Canada del sud e degli USA del nord- la grande concavità, un’enorme discarica a cielo aperto dove buttare tutti i rifiuti del continente. Un mondo in cui il Québec rivendica sempre più la sua indipendenza da questo nuovo stato farlocco, e lo fa con una miriade di attentati terroristici in Canada e USA, i più sanguinari messi in atto da un gruppo di terroristi in sedia a rotelle, che cercano disperatamente di trovare la pellicola originale dell’Infinite Jest, così da utilizzarlo come arma finale per l’indipendenza quebecchese.
Tra un maremoto di personaggi, la trama si snoda in due luoghi principali a Boston: l’ETA (Enfield Tennis Accademy) fondata dallo stesso J.O Incandenza e dove attualmente milita suo figlio minore Hall Incandenza, alla ricerca di un posto nello Show; e la Ennet House casa di recupero per tossico dipendenti in cui è rinchiusa Joelle Van Dyne, alias madame Psychosis, alias la protagonista del film Infinite Jest, che si innamora di Don Gatley ex dipendente da narcotici, sobrio da più di un anno che adesso lavora alla Ennet e che ucciderà per sbaglio il capo dei terroristi sulla sedia a rotelle durante una rapina finita male. Decidi di creare un libro mondo, che parli della nostra società inventandotene una nuova e lo fai con la tua prosa ironica, spiazzante, fenomenale.
Il buio annullava ogni distanza, invece del soffitto potevano esserci le nuvole.

A 33 anni sei uno degli scrittori più famosi in lingua inglese, il tuo capolavoro è dato come sicuro vincitore del National Book Prize, molti ti paragonano a Kurt Cobain -cosa che non ti fa impazzire-, al tour promozionale di suddetto capolavoro si presentano orde di ragazzi ad ascoltarti mentre leggi passi bellissimi, la rivista “Rolling Stone” invia un giornalista/scrittore poco più giovane di te a seguire l’ultima tappa del suddetto tour e tu; con la tua bandana costantemente in testa, i capelli disastrosamente lisci e lunghi, la barba incolta e poco curata, gli occhiali piccoli e tondi che ti permettono di mettere a fuoco le persone che guardi dall’alto del tuo metro e novanta, il tuo atteggiamento da hippy impacciato, che nelle interviste sembra a volte confondersi, divagare, ma che assembla le parole creando frasi ipnotiche la cui profondità non può essere misurata; tu che ti senti un fallito cambi la vita a questo aspirante scrittore che passa solo una manciata di giorni con te e ad altre milioni di persone. Il tuo libro diventa addirittura il manifesto del “Avant-pop”, corrente del post-modernismo che tratta di mass media con uno stile avanguardistico.
Eppure più tu diventi famoso e sembri brillare agli occhi degli altri, più il buio dentro di te si impossessa di ciò che gli altri non vedono. Le vecchie paure di non essere all’altezza, di essere un fallito, la probabile dipendenza da antidepressivi, le accuse di essere stato un eroinomane. Sprofondi sempre più in un baratro ancora più profondo delle tue parole. I libri successivi non sono un successo -Lo sarà “il Re pallido”, ma tu non farai in tempo a godertelo- e confermano ciò che sapevi già.
Il 12 settembre 2008, dopo aver tenuto qualche ora prima l’ultima lezione ai tuoi studenti, in cui gli hai riletto per l’ennesima volta quel pezzo del tuo capolavoro, dell’Infinite Jest, che sapevi essere già la tua lettera d’addio, ti impicchi, e lo fai perché a volte il peso di ciò che pensi è talmente insostenibile da essere schiacciati.
La Cosa è un livello di dolore psichico completamente incompatibile con la vita come la conosciamo. La Cosa è un senso di male radicale e completo, è un senso di avvelenamento che pervade l’io a livelli più elementari. La Cosa è una nausea delle cellule e dell’anima. […]
Cercate di capire. Due persone stanno urlando dal dolore. Una di loro viene torturata con la corrente elettrica. L’altra no. Quella che urla perché è torturata dalla corrente elettrica non è psicotica: le sue urla sono appropriate alla circostanza. La persona che urla senza essere torturata, invece, è psicotica, dato che le persone esterne che stanno facendo la diagnosi non vedono nessun elettrodo o un amperaggio misurabile. Una delle cose meno piacevoli dell’essere in depressione psicotica in una corsia piena di pazienti con depressione psicotica è giungere alla conclusione che nessun paziente è veramente psicotico, e le loro urla sono decisamente appropriate a certe circostanze che non possono essere scoperte da nessuno. Da qui la solitudine: è un circuito chiuso: la corrente è applicata dal dentro e viene ricevuta dentro. La persona che ha una cosiddetta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e l’avere della vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come la persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo, voi o io, se ci trovassimo davanti alla stessa finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta divenuta il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e avere sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.



