Il 5 giugno 1989 un uomo sta in piedi, fermo. Verso di lui avanza una fila di carri armati che ha appena lasciato Piazza Tienanmen. L’uomo non si sposta e i carrarmati sono costretti a fermarsi per qualche minuto.
Nell’ottobre del 2025, a Portland, negli Stati Uniti, un manifestante travestito da rana gigante fronteggia un agente di polizia davanti a una sede dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Mentre il Tank Man di Piazza Tienanmen, com’è poi stato chiamato, in abiti umili e armato solo di buste della spesa, ha un’aura di coraggio e dignità incrollabile, l’immagine di Portland è così assurda che è difficile pensare all’anonimo manifestante negli stessi termini. Eppure i due personaggi stanno, virtualmente, facendo la stessa cosa.

La tattica di usare un travestimento per sfidare il potere costituito non è affatto nuova. Michail Bachtin, a questo proposito, ha condotto uno studio approfondito sul carnevale nelle società medioevali e rinascimentali, ipotizzando che questo particolare tipo di manifestazione funzionasse come valvola di sfogo per le classi non abbienti. Per la durata del carnevale, era possibile ribaltare la propria condizione sociale travestendosi da re e regine o da alti rappresentati dell’aristocrazia e, al tempo stesso, ridicolizzarli spendendosi in atteggiamenti osceni.
Nel caso delle proteste statunitensi, tuttavia, le motivazioni dei costumi sono diverse: non si punta tanto a prendere il potere quanto a sottolinearne l’ottusa brutalità. È molto difficile legittimare le azioni della guardia nazionale se questa prende a manganellate un unicorno gonfiabile.
Già negli anni Sessanta il poeta Allen Ginsberg suggeriva di portare alle proteste «fiori e strumenti musicali […] e non dimenticate i dolcetti da dare alla polizia. Se ci sono degli scontri, iniziate a cantare e danzare». Per disinnescare la tensione, Ginsberg esortava a trasformare la protesta in uno spettacolo e sembra che il suo consiglio continui a essere ascoltato.
Ma più che della possibile reazione delle forze dell’ordine, forse oggi dovremmo preoccuparci proprio di questo: che le proteste diventino solo uno spettacolo; che l’assunzione di strategie carnevalesche faccia sbiadire la ragione politica nella dimensione estetico-performativa.

La perdita di una vera effettualità inizia nel momento in cui queste azioni estetiche iniziano a circolare come immagini, per realizzarsi definitivamente quando le stesse immagini diventano simboli. Nella circolazione massiva delle immagini di protesta, esse subiscono una transizione da illustrative di una strategia a simboliche di un movimento.
Nel trasformarsi in simbolo, l’immagine perde quella trasparenza che la rende una finestra su un’altra parte di mondo; diventa un fatto in sé, diventa oggettivabile, e in quanto oggettivabile anche commerciabile. Il processo di oggettificazione comporta dunque una neutralizzazione del ruolo strettamente informativo dell’immagine e un suo assorbimento da parte del sistema, secondo quel meccanismo squisitamente capitalista di addomesticamento e mercificazione di tutte le idee, senza discriminare per colore politico.
C’è un’altra ragione per cui dovremmo essere coscienti di questa evoluzione da immagine a simbolo ed è che quest’ultimo, come spiega bene la teoria semeiotica di Charles Sanders Peirce, funziona per convenzione. Un simbolo rappresenta un’idea o un avvenimento preciso, che tutti gli appartenenti a una stessa comunità possono identificare in virtù di un accordo e un’esperienza condivisa, il che rende il significato del simbolo convenzionale. Ed entrando nel reame del convenzionale, ci si inizia a muovere entro i confini dell’abitudine. A questo proposito, tornano in mente le parole di Guy Debord, il quale, nella Società dello Spettacolo, scrive: «Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini diventano degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico». Debord ci mette così in guardia dal potere di normalizzazione che le immagini, inglobate o direttamente prodotte dal sistema, possono esercitare sul nostro modo di comprendere e di agire nel mondo.

In Italia, un altro tipo di proteste catalizza l’attenzione dell’opinione pubblica. Nelle azioni del gruppo Extinction Rebellion, la componente estetica, a volte perfino teatrale, è una parte integrante della strategia di lotta. Senza scadere mai nella pura estetizzazione del gesto politico, gli attivisti manifestano il loro dissenso attraverso atti performativi evidentemente metaforici, variandone spesso la fenomenologia, il che impedisce di rintracciare elementi comuni fra le azioni e di inchiodare il gruppo a un’identità visiva. Secondo il teorico dell’immagine Nicholas Mirzoeff, stiamo vivendo, ormai da diversi anni, in un periodo di «rottura», ovvero «una frattura nello spazio e nel tempo, una cesura, reale o immaginaria, rispetto ai modi precedenti di essere, vedere e rapportarsi al cambiamento». Per lo stesso motivo stiamo anche assistendo a una crisi del principio di rappresentazione, sia esso in politica, nel campo della salute mentale o dell’identità. Non essendoci più un principio, cioè una regola o un modello a cui la rappresentazione si può ricondurre, c’è una proliferazione di immagini che, secondo Mirzoeff, non è dovuta a una «forma di narcisismo globale, […] ma al tentativo da parte delle persone di creare un’immagine della propria situazione». Durante la primavera araba – uso questo avvenimento come esempio ma se ne potrebbero scegliere altrettanti equivalenti – i social venivano usati come mezzo di coordinamento dell’azione di ribellione. Nelle manifestazioni odierne invece, il ruolo dei social è complementare alla protesta “dal vivo”: oltre che come spazio di organizzazione, le piattaforme funzionano come amplificatori per le istanze dei manifestanti, ma, forse soprattutto, come luogo dove si sta formando l’immagine della “situazione” attuale, e dove la questa immagine può confrontarsi con altre.
Tuttavia, alla luce dell’opprimente quantità di immagini da cui siamo circondati quotidianamente, che impatto può avere la componente estetica nell’articolazione di un pensiero politico? E poi, come far sì che lo Spettacolo non neutralizzi questi fenomeni, come fare a mantenere, se c’è, la loro efficacia?

Mirzoeff propone come possibile risposta la devisualization, ovvero una pratica di de-costruzione dei processi di spettacolarizzazione che sono messi in piedi e foraggiati dal potere e che hanno lo scopo non solo di mantenere lo status quo, ma di farlo apparire come desiderabile. Bisogna allora evitare di fruire delle immagini di protesta come si fruisce di un prodotto artistico, poiché proprio l’estetizzazione dei processi di lotta è ciò che impedisce alle persone di incontrarsi davvero, di scambiare idee e quindi di creare alternative.



