Quando siamo arrivati a Grenoble non pensavamo affatto di scrivere questo articolo. L’unico obiettivo, infatti, era partecipare alla 37esima edizione dei Rencontres du Jeune Théâtre Européen, uno dei maggiori festival teatrali europei, dove avremmo assistito a diversi spettacoli, e dove contavamo di reperire interessanti interviste e nuovi spunti.
Facevamo i conti – letteralmente – senza l’oste. Infatti, non appena lo stomaco ha iniziato a brontolare, ci siamo resi conto che sì, l’arte teatrale sarà bellissima, ma necessitavamo anche un po’ di companatico. Da questo punto di vista Grenoble offre molto: sushi più o meno raccomandabili, costosissimi locali per turisti, costosi ristoranti francesi, altri sushi, e infine la grande consolazione di ogni viaggiatore: il kebab. Non volendoci immediatamente rassegnare a cinque giorni di pasteggiamenti a base di ketchup e peperoni, abbiamo iniziato a vagare per il centro, senza una meta precisa.
Gira di qua, gira di là, troviamo una piazzetta. Ci sono due bar. Uno sembra il classico posto per fighetti. Noi non ci sentiamo fighetti neanche un po’. Allora procediamo diritti verso il secondo, che ci sembra scalcagnato quanto basta per attirarsi tutte le nostre simpatie. Entriamo, tentando timidamente di parlare in inglese alla signora che a prima vista sembrava la proprietaria del locale. Riceviamo sorrisoni e timide risposte in francese. Mentre proviamo a chiedere il menu, capiamo che in realtà lei non è la proprietaria, e che per tutto il bar si muovono rapidamente, come fatine disneyane, quattro o cinque altre signore.
Ci fanno sedere, e una delle signore, sempre sorridendo, si siede direttamente al tavolo con noi. Noi continuiamo a domandare il menu, sempre più dubbiosi. Per tutta risposta, la signora tira fuori, come dal nulla, direttamente un piatto colmo di carne e verdure e ce lo sottopone. Quello è il pranzo. A noi sta molto bene. Seguono parole in francese che non capiamo, altre parole in simil-inglese che comunque non capiamo, e la signora tira fuori dei piccoli biglietti, chiedendoci i nostri nomi. Anzi, in realtà i nostri soprannomi. Continuiamo a non capire e a guardarci interrogativi. Glieli diciamo comunque, e lei li appunta. E poi scrive 3. Non è chiaro cosa siano questi tre. Saranno 30, non 3. Trenta euro per due piatti: ci sta. Glieli diamo in banconote, venti l’uno e dieci l’altro. Li prende soddisfatta, torna sul retro, e noi attendiamo i nostri piatti. E invece lei ritorna con i nostri resti, perfettamente contati. Stiamo davvero pagando tre euro. Ci guardiamo sgomenti. Si è aperto un varco spazio-temporale, non c’è altra spiegazione. Siamo negli anni ’50. No, perché stiamo pagando in euro. Allora siamo nei primi 2000? Ma ti pare, manco nel 2002 un pasto completo costava tre euro.
Dove *imprecazione a scelta* siamo finiti?
Magari ci sta facendo pagare solo il coperto, pensiamo, sempre più dubbiosi. O siamo in uno spazio di prima accoglienza, ma la clientela sembra normalissima: gente comune, lavoratori, pensionati… Intanto arrivano i piatti, colmi di verdure, carne e salse, nel tipico stile francese. C’è pure il dessert a base di frutta.
A questo punto siamo costretti all’unica azione che l’uomo moderno possa compiere di fronte all’ignoto: cercare su Google. C’è. Si chiama – non ce n’eravamo accorti – Nicodème, ed è, letteralmente, un “Café Associatif”, un Caffè Associativo. Un luogo di ritrovo aperto a tutti e gestito da volontari. È così che siamo arrivati a scoprire, in Occidente, ciò che la Cina maoista aveva tentato di fare molti anni or sono – peraltro senza granché riuscirci: cibo a prezzo di costo, per tutti, senza distinzione di provenienza, di ceto, di bisogno. Niente assistenzialismo, o ghettizzazione da “spazio per i poveri”. Cibo per tutti, in un posto che favorisca l’aggregazione: i tavoli infatti sono larghi, ampi, in modo che sia molto facile finire a tavola con qualcuno che non si conosce — e, di conseguenza, poter fare amicizia.
Mangiamo, ringraziamo, e torniamo il giorno dopo, muniti dell’unico parlante francese della nostra truppa, per intervistare Agnès Verdillon, la presidente di Nicodème:
Ciao Agnès, come prima domanda vorremmo chiederti di raccontarci la storia di questo posto:
Allora, questo caffè associativo esiste dall’aprile del 1986, dunque nel 2026 saranno quarant’anni; ed è sempre rimasto negli stessi locali. È gestito dalla nostra associazione, secondo quanto prevede la Legge 1901. Nel 1901, infatti, la Repubblica Francese ha deciso di promulgare una legge per i cittadini che si riuniscono insieme per creare un’associazione con un obiettivo comune. Dunque noi siamo gestiti dall’associazione, con un consiglio d’amministrazione di 13 membri. È quest’organo che gestisce quotidianamente l’associazione, e siamo tutti volontari: nessuno qui riceve uno stipendio; questo vale sia per chi lavora in cucina, sia per le persone che vengono il pomeriggio per animare le attività.
Ogni giorno abbiamo una diversa squadra che si occupa delle attività: la mattina la squadra arriva alle 9 e rimane fino alle 15, prepara i pasti, assicura il servizio, poi pranziamo assieme e in seguito puliamo la cucina. E il pomeriggio – ma a partire da luglio non lo facciamo più – siamo aperti come caffè fino alle 18:00.
Nicodème è aperto per tutti quelli che passano e che vogliono passare qui un momento, fare una consumazione, partecipare ad una attività se ce ne sono. Questo è il funzionamento quotidiano. In seguito, dal mese di settembre fino a giugno, una domenica al mese noi assicuriamo la pausa pranzo di mezzogiorno, e dopo il pranzo abbiamo un gruppo di musica, di tutti i tipi di musica, che ogni mese fa un piccolo concerto di un’oretta circa. Inoltre, durante la stagione invernale, tutte le domeniche e i lunedì sera viene una squadra qui alle 16:30 che prepara una zuppa di verdure con legumi, lenticchie, piselli, e a partire dalle 18:00 li mettiamo su una grande tavolata fuori e li serviamo a chiunque voglia una zuppa calda. Si serve dalle 18:00 alle 19:30, poi si rimette a posto, si chiude e ognuno torna a casa sua. Per darvi un quadro, quest’anno abbiamo avuto ogni sera una media di 85 persone a tavola. Questo vuol dire due cose: la prima è che la sera ha una grande importanza a livello di legame sociale, che le persone si ritrovano non solo per il calore della zuppa, ma anche per il calore umano. L’altra è che la precarietà alimentare in Francia è ancora una realtà, sfortunatamente.
Esistono delle realtà simili in altre zone di Francia, al di là di Grenoble?
Allora, Nicodème non fa parte di una catena, ma penso che strutture come la nostra, che assicurano il medesimo servizio, che danno un’accoglienza incondizionata a tutti coloro che vengono, si trovino in tutte le città di Francia, certamente. E a Grenoble ci sono molte associazioni che sono federate in quella che chiamiamo il coordinamento dell’accoglienza del giorno dell’Isère – poiché siamo nel dipartimento dell’Isère – e che aprono nel medesimo modo, con delle piccole varianti. Voglio dire, abbiamo tutti un obiettivo comune: accogliere le persone in precarietà finanziaria, persone vulnerabili, fragili psicologicamente, delle persone isolate. Abbiamo tutto questo in comune, ma ognuno prende delle strade differenti per arrivarci.
Tutti questi valori sociali, l’accogliere la precarietà e l’accogliere le persone isolate, fino a che punto ritenete sia un lavoro politico e, diciamo, fino a che punto tutto questo può aiutare la società a migliorarsi?
Io penso che la missione di associazioni come la nostra, in certa misura, assicuri una missione di servizio pubblico. Questo può essere, ma non è misurabile. In francese c’è un’espressione che dice: “mettere un cerotto a una gamba di legno1”, come a dire che il fondo del problema non lo risolveremo noi. Il problema della precarietà, della solitudine delle persone, è un problema socio-economico molto importante. La società in cui viviamo valorizza il successo individuale. In effetti, abbiamo un certo numero di persone che vengono qui che non possono più rimanere in corsa per il successo personale, il successo sociale, ma che hanno un grande valore. Dunque, è vero che strutture come la nostra impallidiscono di fronte alle carenze, ma almeno fortunatamente esistono. Io penso che noi rispondiamo a difficoltà strutturali, sistemiche del sistema in cui viviamo. Ma, se vogliamo, ci sono gradi differenti, ed io penso che noi sappiamo bene che non riusciremo a risolvere tutto. Lo sappiamo, ma questo non impedisce che, nel quotidiano, le persone possano venire qui per ritrovarsi, creare un legame, mangiare con gli altri, mangiare in maniera corretta, perché sono cose preparate il mattino.
Voglio farvi un esempio preciso. Quando sono arrivata in questa associazione, 14 anni fa, per dessert potevamo offrire una grossa ciotola di macedonia di frutta, con molto sapore di zucchero ma poca frutta. Adesso ci siamo evoluti molto, e prepariamo dei dessert, che sia della frutta fresca, delle creme, dei flan, e di punto in bianco la gente che è là ci chiede se si tratti di frutta fresca, di dolci fatti in casa… è un’evoluzione positiva: vuol dire che non basta dar da mangiare, ma bisogna anche approcciarsi all’idea di mangiare meglio. In Francia attualmente la parola chiave è questa, mangar meglio; è un principio che si sviluppa: la qualità non deve essere riservata a chi vuole pagare. Avere cibo di qualità è un diritto di tutti, perché se si mangia meglio si ha una miglior salute, se si sta meglio ci si ammala meno e la previdenza sociale costerà meno cara.
1Mettre un emplâtre sur une jambe de bois, N.d.T.



