centoquarantotto scalini, l’elettrotecnico è moroso e inadempiente, e la terza porta di ogni locazione è già socchiusa. la natura del tutto non sta né nei romanzi di magris (lei amava lei dunque capirà), né sotto le cupole delle brioches. sta forse nei rapporti sovrastrutturali, nella stimmung, nei miti della civiltà. bimba, ora sai qual è l’anno di espiazione del mondo danubiano, il bricco della moka è un po’ stretto, ci sono ancora dei biscotti di natale, quelli a forma di alberello, con le praline argentate. uno sfiato acuto. “ma ce ‘a hai messa, l’acqua?” bimba, non sono fatto per queste cose, fammi fraternizzare con un vecchio bretone bevendo del vino d’importazione, o tradurre una tirata del rosenkavalier, ma il caffè non lo so proprio fare, quello buono intendo. che poi… “a scemo, così salta tutto!” [toglie la moka dal fuoco, la avvolge con uno straccio umidiccio] …non ho fatto apposta, scusami.
Prima incidentale
Nell’esposizione della forma sonata facciamo conoscenza con i suoi elementi tematici di base, con i “soggetti” della sonata. Questi “soggetti”, proprio come le dramatis personae di una commedia, si dividono in due categorie che possono essere definite come maschile e femminile. Il primo tema, di solito, è una concisa melodia di particolare interesse ritmico – e di carattere “maschile” – in tonica. Il secondo tema è di solito di carattere lirico, più “femminile”, in contrasto col primo, e soprattutto in diversa tonalità.
(Ottó Károlyi, La grammatica della musica)
scapola dx, sx, coccige. trova lo sternocleidomastoideo! stimolalo! ripeti! come quei cazzuti meccanismi degli orologi, da segreti svizzeri, facciamo sempre le stesse cose. quanto siamo annoiati. sembra una stanza d’albergo quando è notte. come una fede nuziale. per la vita.. chi ce l’ha insegnata, questa pagliacciata? bimba, fatti in qua, che comincia la commedia. // sì basta un niente e mi viene a 39 e 40. ho caldo. ho sete. “bevi piano” è giorno o notte? “macché notte, è mezzogiorno. senti facciamo un telegramma a tua madre” no no no. // ma perché le sto facendo vedere 8½? è uno di quei film vuoti, da sere strane, di noia e di sudore. poi mio nonno, la mia parte lombarda, direbbe vot e mezz. quasi “vuoto in mezzo”. dove? qui, al posto delle mostrine. non c’è più spazio per nulla. ei, bimba “mmm che vòi…?” ti ricordi quando mi hai detto: sai che conciato così me sembri mi nonno? nelle foto lui è sempre così austero. te strapperei de dosso tutta quella vecchia formalità e… “vacce piano, che così me svegli. t’ho già detto che c’ho sonno, bonanotte.” buonanotte un cazzo, dai, cos’è che hai da fare domattina? “guarda che ‘a finanza nun se fa da sola” nemmeno il dialogo si fa da solo. “stai sempre co’ ‘e tue filosofie, te” non è filosofia, è che questa roba mi rende estremamente triste… “ma che vòi, dai, che è tardi” tu non mi ami e tu dunque non capirai. “ma che vòi?!” voglio capire perché ci annoiamo da cani! voglio capire perché a guardarti addosso mi viene da sbadigliare! “che devo dirte, ormai so’ ‘e tre e mezza, se’ sceso oggi, non c’hai più sedic’anni. poi sai che c’hai ‘a soglia de l’attenzione d’un pescerosso” io sto cominciando a dubitare, sai? come se questo amore ce lo avessero apposto sopra. “ma te sembrano pensieri da fa’ a quest’ora?” è che mi sento imprigionato qui dentro con te. “e allora vattene, sprigionate…” madonna, quando fai così… senti, ci vediamo domani, me ne torno a casa. “certo che se’ strano forte, te”.
Seconda incidentale
“Ma allora… per il garage… cos’hai poi detto?… niente?…”.
Lei, con un sorriso quasi radioso, ha appena acceso due Muratti, e glie ne infila una in bocca, molto naturale e spontanea.
Gli fa: “Ah, ma se è per quello, lo facciamo su nuovo a casa nostra, a Lodi!”.
Lui, consolato, evidentemente si arrende. “Ah… beh… allora… se è così…”.
E tutt’e due, sereni, si voltano sorridendo al fotografo per la cartolina-ricordo. (Alberto Arbasino, La bella di Lodi)
… poi con tutti quei baci si potrebbe ricoprire una busta per le raccomandate … di quando mi prendo le peggio multe, perché a lei piace sentire le ruote che sfrigolano, e poi devo pagare io … ma per lei alla fine io faccio pure questo … forse sta qui il punto, “ma per lei”, “alla fine”, “nonostante tutto” … sempre tutto “per lei” … e io non so dirle di no, non so rinunciare a questa pagliacciata … no, no, no … perché sta andando ancora avanti? … perché nessuno mi ha mai detto che potesse essere così? mi sembra di guardarla e non capirci dentro un cazzo … è come una forma che conosco da vent’anni, ma ancora così estranea … e tutto questo per cosa? per rimanere bloccati di nuovo in un “ma che vòi”? … il già-detto causa la morte e io, qui, mi sento un po’ morto … non possiamo essere qualcosa di nuovo senza essere niente … ma sappiamo essere davvero? oltre le falsità? sappiamo essere qualcosa di nuovo? … bimba, quando mai smetteremo di darci nomignoli cretini? e non sapere come chiamarci davvero? … io … io non ti amo, non ti amo e non so … non ti ritrovo più … non sei lì, nella penetrazione, il sesso è un feticcio troppo debole … è un meccanismo mentale, un rito fiacco … eppure siamo sempre lì a capo, è così immanente, questa trascendenza che mi prometti … mi manchi … mi manchi e sono stanco … umanamente stanco. “ah eccote. se’ ‘nnato a fatte ‘n giro su ‘a tibburtina, né?” dai, sai che sono sempre stato qui. guarda, ti ho messo tutto sul vassoio, come piace a te. ti ho fatto il cappuccino, con lo zucchero già nel caffè, ti ho preso la brioche al melograno giù da panorama. ecco. ma tu mi dici che c’avevi addosso ieri? “nun me andava de parla’, tutto qui” ma non vedi che stiamo girando come due trottole? “che è, ‘n modo gentile pe’ dimme che te faccio perde’ ‘a testa?” dai, veramente non vedi che ci stiamo abbandonando? “lascia sta’, su, mo’ te bacio da strapparte via quer mascherone che c’hai addosso. che magari sotto ce trovo pure l’a-ni-ma tua”.



