«Risplendere sempre, risplendere ovunque», questo direbbe Vladimir Majakovskij se gli venisse chiesto perché fare poesia.
Questa rubrica si ritiene umilmente seguace di queste volontà, condividendone lo slancio vitale e provando così a offrire uno sguardo sul mondo della poesia suburbana, che generi un’istantanea della realtà poetica cittadina raccogliendo i contenuti di quegli autori che, attraverso i loro componimenti, sentono l’urgenza di raccontarsi. Poesie ed Euforie Metropolitane è dunque una raccolta di contenuti autoriali di prosa e poesia, selezionati tramite la votazione di una giuria popolare durante l’evento della “Cena Poetica”, un convivio che prende le mosse dalla tradizione del Poetry Slam e in cui, tramite la condivisione di vivande e di letture, ci si ricollega a una dimensione raccolta e insieme di festa. Il progetto di questa rubrica è perciò quello di dare testimonianza del passaggio e della presenza di questi momenti di poesia urbana, al fine di renderli sorgivi protagonisti della scena culturale.
di Francesco Pipitone
Di seguito le poesie dei vincitori delle scorse edizioni della “Cena poetica” presso la Corte dei Miracoli
(1 maggio, 5 giugno e 3 luglio 2025)
Rizomatica ode – di Tommaso Manca
Un’erba non è meccanica
Se la falci s’estende
Calpestata si sdraia
Adombrata s’allunga
Ribaltata ributta
Da sempre sa
Che opporre resistenza
Vuol dire iscriversi
All’albo degli spezzabiliEppure le graminie
fan lance che rompono il legno,
acidi che bucano la pietra!
Possono sussistere
Di se stesse
In mancanza di suolo
Le rizomatose
hanno insomma una volontà,
una volontà inarrestabile
Di spargersi penetrare fars’impollinare far semi esserci! Esserci!
Esserci e fare il loro:
Fermare il suolo, riportare l’ombra
Ricominciare, dopo la profanazione,
la macchia
il bosco
la foresta
i secoli
EppureUn’erba non è una macchina
Interroga i propri dolori e cambia abitudini
Non ha i mezzi di entrare
In debito energetico
Eppure non può smettere
Di far quello che ci vien di fareEd abbiamo vinto titanomachie con biomi
Di complessità inconcepibili
Per la scimmia nudaAbbiamo profanato paludi
Spostato mari decimato speci
Imposto la prateria alle terre emerse
Ma la battaglia con l’erba
rimarrà suala battaglia con l’erba
ci trova sudaticci in una polo sfatta
trotterellare fuori inseguiti
Dagli ordini di una suoceraLa costanza è dalla loro
I rizomi che di mestiere
fan terriccio agli Eoni
inverdiranno le cime
dei nostri pinnacoli sepoltialla loro
Tommaso Manca è una biennale semi-resistente angiospermica. Considerata infestante, da ventisei fugge il luogo autoctono rovinando orti dalla cintura anteboreale al deserto mediterraneo.

Lettera 32 – Mattia Sofo
Oggi resto fuori dal museo
fuori dal cinema
dalla pizzeria.Fuori dal pub pareti spoglie
fuori dal club danze sul posto
dalla croce pulsante di farmacia.Dal grande magazzino
e dal piccolo pure
fuori dal barbiere caramelle stanche
dal giornalaio lapide di schedine
dal secchio sottometrato che affittate
a quelli che ancora possono vomitare dentro.Fuori dall’autobus
dal tram
metropolitane di manichini
che cercano il campo oltre la banchina.Fuori dall’aeroporto,
dall’autostrada
dalla vita delle persone che non posso raggiungere.Oggi resto fuori
rubo i vostri libri
lecco la pioggia
boicotto la ricerca funesta di un terzo lavoro.Non ho monete che non siano corpo
né giacca
che non sia aria.Resto fuori dai seggi mutilati
fuori dai cortei avviliti
dagli horror genocidi animati
che mai intercettano il vostro disgusto
sepolti vivi tra un’afasica pubblicità e l’altra.Oggi
è tornata
la mia Lettera32
piena di rabbia impolverata.E torno anche io
a brandire l’inchiostro pallido
battere i segni
per cacciarvi da qui.Bagnarvi di benzina
capo a piedi
occuparvi narici e polmoni antisommossa
perché non parlate idioma
che non sia petrolio.Qui non c’è altro tempo da vendere
zero oggetti nel carrello
non un solo futuro obsoleto programmato commerciabile.C’è la fame
che sono disposto ad avere
pur di uccidere
il destino di cera
che mi avete convitto.Mattia Sofo, metà di Sofoia, povero, felice e incazzato. Propina olismi con gli Psoas e PAAC, in Un ballo di campo.

Solarità umida – Diletta Fiore Pappagallo
Mi sono scoperta una persona uggiosa
Le giornate di autunno
con le foglie secche
e l’acqua che dilagaL’asfalto umido
imbrunito,
smaltato dalle pioggeLe foglie, cadute casualmente,
che rimangono impresse
lì, in una morte
che pigmenta le strade,
MaculandoleMi sono riscoperta una persona
che ama l’acqua, i mari,
le lacrimeForse è gran parte di me
che si sente appartenente a qualcosa
e completaLe piogge sono il richiamo del mare
ormai non dimenticato,
Ma lontano,
dei mesi estiviSento quel ciclo naturale,
che torna a me e al mondo
Per farmi salutoe ricordarmi
che esistono tanti arrivederci,
ma gli incontri sono innumerevoliAdoro le giornate autunnali
per la loro solarità umida e persistente presenzaHo rilavorato
le sfumature dei grigi e dei gialliper la loro senile saggezza e eleganza,
che stimola la riflessione e il
Ricordo
I loro preziosi tempi muti mi ricordano di concederne anche a me.Diletta Fiore Pappagallo, entropica più di quanto sembra, è rimasta quella bambina che pasticciava in cucina, scriveva sui muri di casa e colorava le frange dei tappeti di colori arcobaleno.



