Ho da poco scoperto che uno scontrino è una risorsa non rinnovabile. Come noi due.
Quando alle medie il professore di Tecnologia spiegava come riciclare i materiali, io disegnavo cubi e parallelepipedi sul quaderno, scarabocchiandone l’interno per riempire gli spazi vuoti.
Non ho mai avuto interesse per le cose pratiche. Forse è per questo che oggi non so come differenziarci.

Ho trovato lo scontrino nella tasca della camicia verde, mentre provavo a infilarci il cellulare camminando per Piazza Vittorio Veneto. Non la mettevo da quel giorno: 27/04. La data è inequivocabile, puntuale l’ora: 18:38. L’ordinazione è chiara: 2× Hugo, preciso il conto: 16€ (di cui IVA 1,45€).
Chi ha pagato, io o tu? Chi ha pagato per quello che siamo stati? Tu e io + altri due = quattro.
Anche questa somma è esatta.
Non ricordo se ci sedemmo prima o dopo esserci riparati sotto i portici di quell’altra città. Avevamo sottostimato il cielo e non portammo l’ombrello. Lo prendemmo come un segno beffardo della nostra sorte.
Di che parlammo al tavolo? Forse di un viaggio, forse di lavoro, forse di noi — che fingevamo per addormentare le evidenze.
Tornammo a casa mia per recuperare le tue cose e poi ti accompagnai alla stazione.
Non pensavo quasi più a quel giorno, forse perché oggi dormo bene, mi sveglio presto al mattino, vado al lavoro puntuale, mangio con regolarità, faccio la spesa premurandomi di riporre frutta e verdura negli appositi cassetti del frigo. La sera, poi, pratico meditazione e dopo vado a letto.
E in questa blasfema litania quel che mi rimane di te è un pezzo di carta: “Arrivederci e grazie”.
Contro ogni ecologismo, lo consegno all’asfalto. Ci penseranno le intemperie a cancellarne ogni residuo.



