Ma come non ha aperto i social stamani? Chiese una voce annoiata
-Veramente no, non ne ho avuto il tempo. E comunque non credo siano affari suoi. Vuole rispondermi o no? Ribatté Orlando
-I treni sono scomparsi- Rispose l’altro senza interesse.
-In che senso scomparsi? Ci sono dei ritardi? C’è stato uno sciopero forse?
-Nono, scomparsi nel senso che non si trovano più treni fisicamente. Gli operai FS è da stamani che non se ne capacitano. Aprendo i portelloni dei depositi non hanno trovato che rotaie arrugginite e vecchi vagoni inutilizzabili. I treni che dovevano portarci a lavoro o in vacanza, puf, volatilizzati-
Orlando fece una smorfia con tutto il volto, che lo deformò fino all’inverecondo, come se quella confessione gli risultasse una tortura insopportabile.
-M-ma io devo andare da…-
Il signore che gli aveva dato la catastrofica novella voltò il busto panciuto, la sua figura piccola ma ingombrante rotolò verso i portelli elettronici che davano accesso ai binari. Le sue gambe piene d’adipe fecero i primi passi, ma subito vennero fermate dalla petulanza di Orlando.
-Aspetti. Ma lei ne è sicuro? Ha parlato con qualcuno del personale?
-Signore, forse non ha visto cosa si è creato intorno a lei. La gente non ce la fa neanche più ad entrare in stazione. Le file che si stavano formando davanti alle biglietterie ormai sono un agglomerato informe di persone che non sapendo più con chi lamentarsi stanno iniziando a bisticciare fra loro. Io non ho intenzione di stare qui un minuto di più. Se vuole provare a parlare con qualcuno le auguro buona fortuna. Addio- concluse il signore paffuto.
Con un ampio e sinuoso movimento del soprabito nero, di quelli che pretendevano essere beni di lusso, ma in realtà risultavano come brutte copie comprate su uno di quei siti low cost che vanno tanto di moda, si incamminò verso i cammini in ferro.
-Ma perché va verso i binari e non verso l’uscita? Provò a chiedergli Orlando quasi gridando. Ma ormai il lobo occipitale del signore era stato inghiottito dalla folla che occupava ogni millimetro cubo del pavimento di mattonelle rosse e slavate della stazione, che dall’alto sembrava una grossa E dipinta da un artista puntinista alle prime armi. Nella zona dove erano ubicate la sala d’attesa e gli sportelli della biglietteria regnava ormai il caos, due signori molto alti e corpulenti stavano picchiandosi nei limiti del possibile, si strattonavano senza la possibilità di potersi atterrare vista la compattezza e la densità dell’ormai disperato numero di persone. Una ragazza, poco più che ventenne, stava agitando in aria un neonato senza accorgersene, presa com’era dalla discussione focosa che aveva ormai intrapreso da diversi minuti con un pre-adolescente, in quanto sosteneva -il ragazzino- che la giovane mamma gli avesse pestato le sue Dunk nuove di pacca.
Solo a quel punto Orlando si degnò di sfilare dalla tasca dei pantaloni in tela beige lo smartphone, con non poca difficoltà, visto l’opprimente quantitativo di gente che lo attorniava. Digitando poche parole inintelligibili sullo schermo, gli apparvero subito conferme di ciò cha aveva da poco tragicamente appreso. In tutto il paese era scomparso qualsiasi tipo di treno nel quale non vi fosse più la targhetta in metallo accanto a dei seggiolini verdi ormai divenuti marroni, per comunicare che quei posti fossero riservati a reduci e mutilati di guerra.
Le prime ipotesi davano come responsabili del fatto alcuni gruppi di negazionisti ambientali, che avrebbero avuto l’intenzione di destabilizzare la rete di trasporto pubblico più green, dimostrando che anche senza treni e usando solo macchine e moto, si sarebbe sopravvissuti comunque. Non era però del tutto esclusa la possibilità di un taglio inspiegabile e poco razionale del governo alle casse delle ferrovie dello stato, ipotizzano alcuni, per avere soldi che servirebbero a finanziare la guerra anti secessionista contro i ribelli del Nord.
-Pronto Clé Clé, come va? Hai letto cosa è successo? Gridò Orlando nel minuscolo microfono del telefono pensando che il rumore della folla impedisse al suono di arrivare in maniera comprensibile dall’altro capo.
-Ciao Innamorato, ma cosa urli, guarda che ci sento ancora. Comunque si, sto seguendo ora in televisione, sta arrivando la polizia in ogni stazione principale per disperde persone e chiuderle al pubblico- Rispose Clemenza con tono preoccupato
-Si, ma non mi hai detto come stai?
-Come vuoi che stia? Chiese sarcasticamente Clemenza con voce tremula
-Penso proprio che oggi non riusciremo a vederci…-
-…-
-Clé Clé, ci sei?
-Tu non mi ami- Sibilò Clemenza tra il rabbioso e il disperato
-Ancora con sta storia, cosa dovrei fare? Camminare per più di seicento km?
-Non capisci mai niente, io la distanza non la sopporto, e tu continui a trattarmi male e poi non mi dici mai ti amo. Perché non dici mai che mi ami?
-Basta Clé Clé per favore, anche ieri sera abbiamo affrontato lo stesso discorso. Si tratta di resistere ancora qualche mese poi ti raggiungo-
-Mmm-
-Mi perdoni?
-Non lo so…Ma ora, senza treni come facciamo?
-Qualcosa m’invento, in qualche modo da te ci arrivo- Rispose determinato Orlando
-Sei sicuro?
-Si Clé Clé. Adesso fammi andare, è arrivata la polizia, vedrai che con loro si risolve-
-Va bene innamorato, a dopo. Ti a…- Non fece in tempo a concludere Clemenza, che la linea cadde bruscamente.
Nel tempo della chiamata, almeno cinque poliziotti per uscita si erano piazzati con i loro gilet blu scuro davanti alle due entrate della stazione, composte da due grandi arcate in marmo liscio. Attraverso dei piccoli megafoni stavano imperando di far scorrere donne e bambini verso di loro. Le persone iniziarono a mugugnare polemicamente. Ci si chiedeva perché non far uscire, come logica suggeriva, prima coloro che erano in prossimità delle uscite. Allora diverse persone che non rientravano nelle categorie sopracitate dai poliziotti, iniziarono a sfruttare i corridoi creatisi per far passare donne e bambini, così da poter giungere finalmente alla libertà.
Tutto ciò non fece altro che creare scalpore e rabbia nella folla che iniziò ad agitarsi, chiudendo i passaggi appena aperti. Nonostante gli improperi dei poliziotti, la calma si perse e la situazione degenerò. Tutto partì con una piccola spinta sulla spalla della persona sbagliata, e come una catena di montaggio si arrivò a vedere bambini di pochi anni provare a buttare per terra omoni di almeno novanta chili. Quando poi le persone iniziarono a muoversi sempre più velocemente verso i due grandi archi bianchi, in molti caddero al suolo, e con indifferenza olocausta quelli rimasti in piedi li usarono come tappeti, mentre clavicole, denti e tibie si spezzavano sotto il loro peso.
Accanto a Orlando una giovane donna minuta, con gli occhi limpidi come acqua clorica e un caschetto arancione perfettamente squadrato gridava di dolore, il suo ginocchio era rivolto verso la parte posteriore del corpo, completamente capovolto rispetto alla naturale posizione. Orlando si accovacciò per metà della sua altezza e prima che riuscisse a soccorrere la ragazza, un calcio gli trapanò la tempia. Cadde a peso morto sul pavimento senza sentire dolore. Si accorse solo che altre paia di gambe stavano salendogli sulla spina dorsale, scricchiolio di ossa scheggiate, poi grida nella zona delle uscite. La sua coscienza era intermittente.
Adesso la voce metallica che solitamente annunciava l’arrivo, le partenze o i ritardi dei treni, stava invitando le persone rimaste a dirigersi verso i binari. Orlando, preso da un impeto furioso, sentì il suo corpo elevarsi in posizione verticale e con la forza che solo gli innamorati riescono ad accumulare, si spinse deambulando verso i binari. Arrivato al limite di mattonelle calpestabili sulla banchina, si guardò intorno e vide che le altre persone stavano allineandosi in una fila perfettamente ordinata sulle rotaie, occupando così tutti i binari della stazione. Orlando soddisfatto li imitò.
Stando attenti a non intralciarsi, le file si mossero all’unisono, come treni che per pochi secondi viaggiano contemporaneamente, sulla stessa linea direzionale, senza lasciar capire ai passeggeri quale di questi sia realmente in movimento e quale sia in realtà ancora fermo, per poi scoprire traumaticamente, alla prima intersezione metallica, che le loro destinazioni sono polarmente opposte. La fila in cui era Orlando prese un cammino piuttosto scosceso, fatto di lunghe salite interminabili, seguite da veloci discese che raggrinzivano la pelle facendola appiccicare alle ossa facciali. Una brusca virata che servì ad aggirare una buffa montagna a forma di triangolo appuntito, come se fosse stata disegnata da un bambino, permise ad Orlando di scorgere nella parte finale della fila di persone di cui faceva parte, lo stesso signore a cui aveva chiesto informazioni quella mattina, o forse chissà quante mattine fa.
Era evidentemente dimagrito, tant’è che i suoi pantaloni strusciavano rovinosamente a terra, riducendo gli orli a lembi di stoffa penzolanti. Il soprabito nero era ormai troppo grande, e inglobava completamente la sua figura. Orlando provò ad alzare il braccio per attirare l’attenzione del buffo figuro. Sollevò lo sguardo e arrotolando la manica del soprabito, fece sì che la mano fosse visibile e imitò il gesto di Orlando. Orlando fu preso da un’irrefrenabile voglia di raggiungere il signore, per parlargli e scoprirne quantomeno il nome. Provò a muoversi in direzione opposta a quella che stava seguendo la fila, ma gli fu impossibile. Il signore, vista il patetico tentativo di Orlando, si chinò verso la persona che gli stava davanti e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Iniziò così un fanciullesco passaparola che portò all’orecchio di Orlando il seguente messaggio: -Non faccia sciocchezze, la sua destinazione l’attende, pensi a raggiungerla-
Durante una pendente salita, Orlando riconobbe, poco più avanti, tra le persone che lo seguivano nella fila, la forma a cupola del caschetto appartenente alla giovane ragazza che aveva tentato di aiutare in stazione. Un pensiero gli passò per la mente, il nome della giovane gli era ignoto. Quest’anomia lo stava facendo impazzire. Viaggiare con sconosciuti è la più grande forma d’angoscia. Allora s’inginocchiò per racchiudere tutta l’energia possibile sui quadricipiti ed effettuare un enorme salto che l’avrebbe portato da lei. Ovviamente fu inutile. Si ricordò allora del metodo utilizzato da quello che fu il signore rotondo per comunicare, e bussò sulla spalla destra dell’anima che lo seguiva.
Un veloce gioco del telefono portò la fanciulla a girarsi verso Orlando. Anche lei era cambiata, l’iride limpida riempiva ormai la totalità del suo occhio e l’arancione acceso dei suoi capelli era ormai sfumato in un rosso funereo, come quando le braci nel camino si stanno spegnendo e fanno di tutto per esalare gli ultimi respiri di fuoco. La donna sorrise in direzione di Orlando, scoprendo una dentatura giallognola ma perfettamente dritta. Utilizzando l’ormai usuale metodo di comunicazione, disse ad Orlando: -Non sono io la tua destinazione, guarda più in là-
Dopo un lungo battito di ciglia Orlando si trovò solo. Ormai tutti i suoi insipidi compagni di viaggio avevano preso le loro direzioni paraboliche, inevitabilmente diverse l’una dall’altra. Attento a poggiare i piedi solamente sulle traverse, evitando quelle marce o distrutte, proseguì il suo cammino per un tempo che non poté definire cronologicamente. Seppe solo quando finì, oltre la luna, in un volto lentigginoso di donna. Una dolce linea nera, guidava lo sguardo di Orlando, dagli zigomi agli occhi trasparenti, mentre palpebre spesse si aprivano e chiudevano rapidamente comunicando un astruso e complesso messaggio morse. Le labbra sottili e scure, sussurravano qualcosa. -…mo grosso-
-Ti amo grosso Clé Clé- Rispose Orlando.



