Recensione al film Dead Man On Leave di Tommaso Bertoncelli
Dopo aver visto Dead Man On Leave (d’ora in poi DMOL) non si può non chiedersi che tipo di film abbia voluto fare il regista. Mostra ad esempio un’ottima fotografia, capace di rendere le sfumature interiori del protagonista in una palette di contrasti tra luce e buio (soprattutto buio in certi passaggi dato che si tratta di una storia velatamente noir) ed è ricco di immagini evocative. Un film molto estetizzante, per rubare il commento a un altro spettatore. Tuttavia nel cercare di fare un bel film, come inevitabilmente accade nelle opere prime, si rischia, paradossalmente, di fare un film in cui pregi e difetti tendano a coincidere. Intendo dire che il rischio che si incorre nel cercare di fare un bel film è quello di fare un film bello anche in senso negativo.

Ci si potrebbe, chiedere, giustamente, da quando la bellezza costituisca un difetto e non solo un pregio ma, avendo in mente Gianni Berengo Gardin che, nel mostrare i suoi scatti a un ammiratore, all’ennesimo commento del tipo: “ma che bella foto!” a un certo punto seccamente sbottò: “sì, ho capito che è bella, però almeno è buona?”, ecco, similmente, una volta riconosciuto che DMOL sia un bel film dovremmo anche noi, come Gianni Berengo Gardin, chiederci: “sì, ma almeno è un buon film?” (e qui le cose si complicano). Si complicano non perché non sia un buon film ma perché, per capire se effettivamente lo sia, in primo luogo bisognerebbe capire se abbia anche una qualche utilità o, persino, una necessità. Bisognerebbe ovvero capire a quale pubblico sia rivolto; per chi possa essere un buon film. È magari un film fatto per funzionare con l’algoritmo d’una piattaforma on line? Uno di quei film OGM (Organizzati al Grado Massimo) che, già dalla stesura del soggetto, si propongono di essere biada per pubblico affamato di consumo di immagini? Oppure è un film fatto per il pubblico fine, quello che fa colazione a croissant e Mubi? Un film per quegli alteri cinephiles che affollano festival e manifestazioni a caccia di nuovi pedigree registici?

In primo luogo si può dire che è un film fatto per la generazione dei ventenni e dei trentenni. Lo si può capire già dall’età di protagonisti e comprimari. DMOL è la storia di Billy, un giovane newyorkese che ha da poco abbandonato la casa dei genitori per cercare la sua strada. Non ha un piano preciso. Al momento lavora nell’edilizia e, in particolare, sui tetti dei palazzi della Grande Mela, perché “ama guardare le cose dall’alto”. È però inquieto e dorme male, se non dorme affatto addirittura. Billy sta attraversando un periodo duro e buio, forse dovuto a un lutto o forse no (il protagonista non ha un passato ma solo un presente), quel che è certo è che Billy vive in un’ansia perenne che lo spinge a una semi dipendenza da droghe e alcool. Un’ansia soprattutto che non gli permette di avere stabilità relazionali e affettive. Insomma è il perfetto campione del giovane consegnato alla precarietà esistenziale contemporanea.
In seguito alla morte di Charlie (di cui Billy è vagamente responsabile dato che non era del tutto lucido mentre lo assisteva su un tetto) un giovane collega apparentemente più strutturato di lui (Charlie sì che lo aveva un piano) Billy si lega a Raissa (ex amante di Charlie) che gli spiega qual era il loro progetto (il piano di Charlie): rubare un quadro (di Rothko?) dalla casa in cui Raissa fa la domestica e rivenderlo a un collezionista disonesto. Billy è inizialmente titubante a farsi coinvolgere ma sedotto da Raissa e, poi, soprattutto dalla bellezza delle opere pittoriche si convince a calarsi dal tetto per rubare il quadro. Non sveliamo il finale, se non per dire che il furto di un capolavoro artistico ha qui un senso metafilmico e si presenta come senso stesso dell’operazione cinematografica, arrivando a proporre l’arte, l’arte vera, come una specie di furto di bellezza contro il malessere esistenziale.

A un primo sguardo si sarebbe quindi tentati di rispondere che con DMOL ci si trovi di fronte al caso di un film fatto per il pubblico dei cinefili, il pubblico dei festival. Non mancano, infatti, nella storia (minima) sviluppata dal film, dei riferimenti, al dio dei Cinephiles, J-L Godard, alla sua opera prima À bout de souffle ma, ancor di più, in particolare a Band à part (con tanto di scena di visita al museo). Per non parlare dei velati riferimenti al Kim Ki-duk di Ferro 3 (durante la scena del furto). Il film sembra a tratti aver frullato tutto il catalogo di MUBI per versarlo in una brocca filmica dallo stile molto sperimentale e poco narrativo, che avanza con suggestioni visive e, soprattutto, sonore (è un film da ascoltare bene): sperimentalismo non fine a sé stesso ma necessario a restituire le sensazioni interiori e le angosce del protagonista. Se si considera che è un film che si sviluppa più per quadri estetico-sensoriali che per capitoli narrativi, quasi fosse una partitura di suoni e immagini tra il jazz e la musica concreta, una colonna sonora espressiva e astratta come i quadri di Rothko, la tentazione di liquidare il film come la classica opera fatta per far sentire più intelligente della massa un certo tipo di pubblico è forte. Tuttavia giudicare DMOL come il film intellettualistico sviluppato per un pubblico colto dei cinema, indipendentemente da come ci si ponga di fronte a questa tipologia di film, sarebbe un giudizio frettoloso, ingiusto e ingeneroso.

Questo genere di film, infatti, è meno OGM dei film da piattaforma o delle grandi produzioni hollywoodiane ma è e nell’essenza resta, comunque, un genere di film OGm, cioè Organizzati al Grado minimo. Si tratta, di norma, di film produttivamente più piccoli nella dimensione finanziaria, magari un po’ più ricercati nella proposta estetica e di politica dell’autore, ma non per questo meno controllati e studiati, fatti e pensati per un pubblico meno vasto e qualitativamente più esigente, ma comunque delineato, definito e che quindi, soventemente, non lasciano poi molto spazio all’innovazione e alla sperimentazione.
Invece DMOL, già dalla sua storia produttiva è tutto il contrario e si svincola da entrambe le logiche, quella OGM e quella OGm, e si afferma in tutta la sua singolarità e necessità poetica. La prima necessità a cui risponde questo film è infatti quasi personale. Un film fatto per strappare via dall’anima una coltre buia, scesa durante un periodo difficile della vita del regista e ridare aria alla luce dell’esistenza. È un film quindi girato con lo stesso intento terapeutico di quando, chi ne ha la sensibilità e l’attitudine, qualcuno scrive una poesia una canzone per elaborare un dramma o una crisi interiore e leccarsi le ferite dal cuore. Almeno così lo ha presentato il regista, Tommaso Bertoncelli, alla prima al cinema Mexico quando ha spiegato il percorso produttivo del film. Qualcuno potrebbe essere tentato, a questo punto, di fare della facile ironia e considerare artisticamente risibile un film mosso dalla necessità di quella che appare essere la lussuosa terapia personale di un giovane abbastanza in gamba da poter mollare tutto per andare a New York a reinventarsi e, forse, avrebbe anche ragione se DMOL non rispondesse anche ad altre necessità che riguardano, addirittura, il cinema italiano in questo preciso momento di spessi tagli al settore della cinematografia.

Il fatto è che DMOL è un film con molta improvvisazione e poca organizzazione, girato in modalità guerrilla come, purtroppo, non se ne vedono più da molto tempo in Italia e in genere in Occidente (dai tempi di Fellini direi).
Nonostante sia un film senza una sceneggiatura di ferro, con una scrittura più consona alla commedia dell’arte goldoniana che al cinema contemporaneo, nonostante il regista e chi lo ha finanziato fossero animati dallo stesso spirito picaresco con cui Luffy di One Piece prende il mare, DMOL è un film non banale, che qualcosa da dire lo ha, specie alla generazione dei trentenni ma non solo. Ad esempio colpisce la quasi totale assenza delle altre generazioni, specie quella dei padri, se non come voce retorica nel buio, come il “blablabla” degli adulti dei Peanuts (fatta forse eccezione per la figura di un anziano, l’unico in grado di accompagnare fuori dal cimitero Billy). Soprattutto però DMOL sembra segnare una nuova via produttiva per il cinema italiano, più fresca e meno rispondente a necessità castranti del cinema OGM e OGm. Una via difficile da percorrere ma necessaria. Per questo motivo si perdonano volentieri al film la strana profondità psicologica dei protagonisti, le ellissi narrative, il non aver forse del tutto sviluppato l’evoluzione dei personaggi e le loro motivazioni, persino aver cercato di fare un bel film perché, di fronte alla strada coraggiosa che traccia (una strada che tenta di congedarsi da un certo modo finito di fare cinema), non possono che essere considerati pregi e medaglie.



