Sono diciassette le fiabe dei fratelli Grimm che Anne Sexton racconta, rielabora e reinterpreta in questa raccolta, intrecciandole e contaminandole con esperienze del proprio vissuto ed elementi di modernità.
Il risultato è uno studio sugli archetipi delle fiabe ma soprattutto sul modo questi, con diversi personaggi ma simili, situazioni si ripropongono nella nostra vita.
I racconti fiabeschi sono da sempre custodi di un sapere antico: la consapevolezza che le persone vissute centinaia di anni prima di noi vivevano le nostre stesse paure e gli stessi incubi, e cercavano risposte nel nostro stesso modo. C’è un po’ di conforto in questo, nonostante il parallelismo che Anne Sexton traccia tra le fiabe e la nostra contemporaneità regala una visione del mondo cruda, talvolta disperata.
La sua poesia sembra dirci che queste fiabe, rilegate con il tempo a vecchi racconti folkloristici, raccontati e ripetuti troppe volte perché abbiano ancora qualcosa da dire, o bollati con disprezzo come storielle troppo semplicistiche per un pubblico adulto e troppo violente per i bambini, contengono in realtà verità scomode che si preferisce dimenticare.
E così Mother Gothel che chiude Raperonzolo nella torre perché la fanciulla non incontri mai il suo principe e non ami nessun altro se non lei diventa una riflessione sull’incesto e sull’abuso dei minori, l’immagine della madre-matrigna che tortura la fanciulla non più per puro odio o invidia, come nelle fiabe, ma per una visione distorta ed eccessiva dell’amore materno che reclama il diritto di possedere i bambini impedendo loro di crescere.
Unocchia, Duocchia e Triocchia è uno studio su cosa succede quando un figlio si sente privato dell’affetto dei genitori per via della disabilità dei fratelli o delle sorelle che necessitano di più attenzioni.
Tremotino, che chiede alla futura regina il suo primogenito in cambio dell’aiuto che le ha promesso, è tanto il padre quanto il diavolo. Il suo desiderio di avere un figlio è sincero, così come il ricatto che impone alla giovane donna come prezzo per salvarle la vita è mostruoso. Non c’è contraddizione in ciò: ogni uomo, e ogni personaggio, contiene in sé stesso il proprio doppio. Ogni padre di famiglia affettuoso è un diavolo pronto a esplodere e ogni diavolo, ogni essere vivente demonizzato e alienato dalla società perbene, vorrebbe più di ogni altra cosa ricevere l’affetto assoluto e privo di condizioni che Tremotino brama, e che crede riceverà da un figlio, anche uno sottratto attraverso il sotterfugio ai legittimi genitori. Ma vuole davvero un figlio Tremotino, o piuttosto vuole l’accettazione incondizionata che nessuno gli ha mai dato, e che a suo parere solo una creatura cresciuta nella propria ombra, a propria immagine, gli potrà dare?

I personaggi di queste storie, grazie alla penna di Anne Sexton, si fanno metafora ed esemplificazione di certe dinamiche familiari e psicologiche ancora tremendamente attuali che scopriamo essere in realtà incredibilmente antiche, forse ancestrali; sono sempre state qui, nelle nostre storie, negli angoli nascosti delle pagine, dietro il torrente delle parole.
Frammenti di orrore e paure da sempre presenti nelle società e nelle famiglie diventano archetipi una volta rinchiusi nella dimensione atemporale delle fiabe. E il il Lupo Cattivo di Cappuccetto Rosso non è altri che la somma di tutti i truffatori che si incontrano nella vita di ognuno.
Many are the deceivers:
The suburban matron,
proper in the supermarket,
list in hand so she won’t suddenly fly,
buying her Duz and Chuck Wagon dog food,
meanwhile ascending from earth,
letting her stomach fill up with helium,
letting her arms go loose as kite tails,
getting ready to meet her lover
a mile down Apple Crest Road
in the Congregational Church parking lot.(Little Red Riding Hood, Anne Sexton)
Il lupo è colui che, prima ancora di aggirarsi per foreste buie e nascondersi negli angoli della strada, si traveste con i panni delle persone più innocue a cui possiamo pensare (come quelli della dolce nonnina) e si insinua mellifluo nei nostri ambienti più intimi, familiari, negli spazi in cui le Cappuccetto Rosso di tutto il mondo credono di essere al sicuro.
The bed was stale with my childhood
and I could not move to another city
where the worthy make a new life.
Long ago
there was a strange deception:
a wolf dressed in frills,
a kind of transvestite.
A differenza di ciò che accade nella vita con i truffatori reali, il lupo alla fine della fiaba viene punito. Il ventre squarciato, riempito di pietre, e poi arriva l’uccisione; e infine i nostri eroi banchettano felici sulla sua carcassa. Non è la giustizia degli ideali e dei principi che trionfa, ma quella della violenza. L’unico modo per sconfiggere gli astuti e i prepotenti è diventare più furbi, più forti, superare la loro sete di sangue con la propria, alimentata dal desiderio di vendetta.
He raised his gun to shoot him
when it occurred to him that maybe
the wolf had eaten up the old lady.
So he took a knife and began cutting open
the sleeping wolf, a kind of caesarian section.
It was a carnal knife that let
Red Riding Hood out like a poppy,
quite alive from the kingdom of the belly.
And grandmother too
still waiting for cakes and wine.
The wolf, they decided, was too mean
to be simply shot so they filled his belly
with large stones and sewed him up.
He was as heavy as a cemetery
and when he woke up and tried to run off
he fell over dead. Killed by his own weight.
The huntsman and the grandmother and Red Riding Hood
sat down by his corpse and had a meal of wine and cake.

Se l’uccisione del lupo è giustificata dalla crudeltà innata dell’animale e dalla mancanza di leggi del bosco, per cui l’unica giustizia a cui si può ricorrere è quella del cacciatore che di sua iniziativa uccide il predatore per salvare le vittime e gli innocenti, il quadretto di Cappuccetto Rosso e della Nonna che banchettano, senza fare una piega, sulla carcassa del Lupo ci rende un’immagine molto più cinica e spietata di quella a cui siamo abituati quando pensiamo a questa storia.
La penna di Anne Sexton sembra volerci chiederci che differenza crediamo che esista tra i personaggi per cui tifiamo e il Lupo, il predatore per eccellenza, se non che in quest’ultimo la violenza scaturisce da un puro, famelico, non sublimato istinto, mentre negli eroi può emergere solo nel momento in cui la storia crea una giustificazione di tipo morale.
Ma è la morale delle fiabe, e quella del taglione; non esiste giustizia astratto, o atto punitivo che sia troppo crudele. Solo il puro, semplice desiderio di far soffrire chi ha inflitto sofferenza su noi stessi. La metodica e veloce, mai messa in discussione, applicazione di questo desiderio è ciò che ristabilisce la tremenda quiete dei protagonisti, e del lieto fine.
Il mostro che sconvolge le fiabe è una metafora per la violenza. Ma lo status quo che viene ristabilito con la morte – l’uccisione- del lupo è anche frutto di violenza. Addirittura, è possibile solo attraverso di essa. È uno status quo immobile, arcaico, senza compassione, che riposa sul sangue.
E la fine del Lupo, così cruda, così gratuitamente violenta, inutilmente più crudele di una semplice e punitiva uccisione, è la riprova che la violenza in fondo si nasconde in tutti noi, una fame ancestrale che aspetta solo di venire solleticata (dalla rabbia, dalla vendetta, dal senso di superiorità o dalla sete di giustizia) per manifestarsi in tutto il suo splendore
Queste fiabe sono piene di sangue, ma è quando il sangue manca che fanno paura, perché è allora che la violenza diventa implicita, minacciosa.
Le immagini disturbanti sono i punti in cui la penna della poetessa calca la mano, come per trovarvi quante più similitudini possibili con la propria visione del mondo e personalità artistica, plasmata da disperazione ed erotismo in egual misura.
Anne Sexton fa luce sugli angoli d’ombra delle fiabe, con uno sguardo acuto e una scrittura pungente; ma è una luce a volte opaca, ambigua, non di facile interpretazione, quella che rischiara appena, come il lanternino un po’ rotto di un viandante perduto in mezzo al bosco, il contorto sentiero di versi, parole, pensieri, miti e vita vissuta che la poetessa disegna a partire dalle fiabe.
A volte, d’improvviso, questa luce diventa invece troppo forte, disturbante: diversa dal bagliore soffuso della candela nella torre della principessa, è un flash accecante che con crudeltà quasi giornalista rende improvvisamente e irrimediabilmente evidente la violenza che è sempre stata lì, nel castello di Raperonzolo o nell’uccisione del Lupo Cattivo, ma di cui solo adesso, attraverso le parole di Anne Sexton, capiamo il peso.

“A middle-aged witch, me”, si definisce Anne Sexton a un certo punto. Ed è forse lo sguardo di una strega che illumina queste poesie, di una poetessa che è stata definita “maledetta” – attributo che di solito viene affibbiato ai colleghi maschi. Ma la vita e la poetica di Anne Sexton sono sempre state anticonvenzionali.
La sua poesia fortemente biografica e talvolta tagliente è una testimonianza della sua perenne lotta contro il proprio animo turbolento, contro i disturbi mentali e le dipendenze, i traumi irrisolti del passato. È la lunga storia in poesia di una donna a cui stava stretto il ruolo che la società borghese americana sua contemporanea avrebbe voluto per lei e che riuscì a ritagliarsi, nonostante tutte le difficoltà, un posto d’onore nella scena poetica e intellettuale sua contemporanea, prevalentemente maschile.
E cos’è una strega, nelle fiabe, se non una donna che non rientra nei canoni dell’eroina, per estetica, età e grigiore d’animo?
È una figura di cui le fiabe e i racconti popolari non possono fare a meno, la vecchia che conosce tutti i segreti e le storture del mondo e non crede che il bene possa o debba sempre trionfare.
La sua presenza è necessaria, così com’è, teoricamente, la sua sconfitta: la sua triste figura non ha spazio al termine di in una storia a lieto fine, per cui deve finire nel forno. La strega, una volta sconfitta, è un ricordo spaventoso e scuro, che come tutti i cattivi e i mostri delle fiabe rappresenta sia la meschinità che le paure inconsce della società che l’ha creata. Il villaggio crea le figure della Strega o del Lupo per esorcizzare il male presente in ogni comunità, dandogli un volto e una personificazione esterni ad essa.
Ed è proprio questo suo ruolo di outsider, nelle fiabe e nella società, che consente alla “strega” di donarci uno sguardo diverso e provocatorio sulle storie che spesso abbiamo sentito raccontare.
The speaker in this case
is a middle-aged witch, me-
tangled on my two great arms,
my face in a book
and my mouth wide,
ready to tell you a story or two.(Anne Sexton, the Golden Key)
Perché soprattutto, la strega è colei che sa incantare, ingannare, e trasformare ciò che è brutto o malvagio (e nelle fiabe spesso i due termini si equivalgono) in qualcosa che ci toglie il fiato, ci commuove dalla bellezza o sconvolge i nostri sensi, abbattendo il confine tra realtà oggettiva e finzione come quasi nessun altro, all’interno delle fiabe stesse (che operano nel reame in cui la realtà è finzione) sa fare. E qual è il compito della poesia, se non mettere in pratica lo stesso mellifluo e meraviglioso inganno?
In copertina: illustrazione di Benedetta Fiano – Gpt5



