Il condannato procede a testa bassa, soffocando le proteste e le lacrime. Ad ogni suo passo, il terreno polveroso risuona tanto duramente da farmi dolere le piante dei piedi, nonostante sia immobile nell’aia. È accompagnato da due contadini, rigidi nelle divise come vecchi spaventapasseri irrealistici.
«Gli ho visto tremare le gambe» dico al coltivatore che mi sta a fianco. Tiene i capelli come non si portano più, di un unto e una noncuranza fuori moda. Dopo aver dato un’ultima boccata furtiva, spegne lo spinello nella terra fangosa, premendolo forte con il tacco. Ha gli stivali di gomma, cosparsi di macchioline grigie.
Ha visto avvicinarsi le pattuglie. Non deve più temere i proibizionismi, ma un lavoratore non può comunque permettersi tutte queste libertà, tutta questa ricreazione. Il filtrino di carta è sprofondato nel paciugo, gli occhi provati non destano sospetti e dalla tarantella che fischietta non traspare nessun imbarazzo o inadeguatezza. Un giorno mi disse di venire dalle colline del Sud, ma la sua terra mi è sempre rimasta sconosciuta.
Nell’aria resta ancora il profumo elettrico del temporale passato, che ha sradicato le stie di tutto l’allevamento e ha contorto il filo spinato in forme elicoidali che ricordano un corredo genetico di plastica.
Un centinaio di polli a terra, con le zampe irrigidite e sollevate in verticale, gli occhi fuori dalle orbite. Sembrano una distesa di ciocchi di legno spezzati, ancora tremanti per l’impatto di un fulmine o per gli spasmi della memoria muscolare. Tutto intorno, si vedono i filamenti smembrati del gabbione che li teneva al sicuro dalle faine, a contornare una distesa di uova esplose, cotte e strapazzate dal calore naturale.
«Non capisco come possano averlo costruito con quel materiale,» si lamenta il coltivatore «era palese che sarebbe diventata una friggitrice». Con un cenno della testa, indica l’agente che si avvicina ai contadini con falcate incerte, imbarazzato:
«Nessuno ha mai detto nulla, e pensa che venivano a farmi i controlli ogni settimana».
È il responsabile del terreno confinante con l’aia ribaltata. Coltiva canapa industriale e cannabis terapeutica. Quella resa legale, tassata e messa a bilancio con tanto di packaging moderno, con i valori dei principi attivi e dei conservanti chimici ben in vista per i consumatori. Anche se legalizzato, uno spacciatore non cambia mai: non consuma ciò che vende. Ogni volta che vede avvicinarsi le pattuglie un colpo al cuore: metti che decidano di sollevare i pallet sul retro, la botola per la cantina riservata. Lo stesso discorso vale per i bidoni del compost, che non destano sospetti olfattivi e non sembrano il miglior posto dove nascondere i preziosi possedimenti.
Per parte loro, gli agenti si erano sempre limitati a controllare i protocolli d’irrigazione e le varietà di pesticidi utilizzati. Anzi, proprio attorno a questi vertevano le loro maggiori indagini. Il coltivatore, infatti, sosteneva di non utilizzarne alcuni e di riuscire ad arrangiarsi con decotti di ortiche od altre “cazzate da fricchettoni”. Così dicevano gli agenti, una volta risaliti sulle gazzelle. Questa volta vengono per due motivi evidenti: oltre all’esplosione dell’aia, il proprietario del pollaio è scomparso. I due contadini che tengono ritta la schiena del condannato sono dei semplici mezzadri, gli erano state assegnate le prime due settimane d’ottobre. La prima era trascorsa nella più assoluta tranquillità, e dai loro sguardi traspare quanto avrebbero gradito lo stesso anche per la seconda.
Sapendo che non sono giunti per il suo compost e i suoi pallet, un sorriso tradisce il rispetto da funerale sul suo viso scuro, incorniciato dalla peluria sporca e ruvida. Anche il pensiero della friggitrice gli aveva divertito le pupille, ma subito si era contenuto perché, in fondo, il dispiacere per le vittime dell’incompetenza era sincero.
Il condannato guarda i polli defunti con empatia, sembra riconoscerli uno per uno e richiamare alla mente un ricordo assegnato ad ognuno di loro. Nei suoi occhi non c’è paura, ma vi resta stampata un’eterna confusione. A breve, scomparirà insieme a un netto colpo di taglio inferto sul collo. Lo guardo e mi sembra morbido, nei movimenti barcollanti e nel suo silenzio eroico. Continuo a pensare che meriterebbe tutt’altro pubblico, rispetto al filo spinato di campagna e al puzzo di letame. Non ha commesso nessun crimine di guerra, non è stato congedato con disonore né si è macchiato con un errore decisivo per l’esito degli scontri. Ciò nonostante, è atteso al patibolo.
«Che succede, signori, ci si fa giustizia alla vecchia?» chiede l’agente ai contadini, i quali si voltavano dandoci le spalle. «È lui il colpevole, agente» risponde quello tarchiato, con la pelata e la voce d’acquavite «qui non c’è nessun altro». Sta già per sollevare l’accetta sul collo del condannato.
«Che cosa dice di quei due uomini? Quelli che stanno al limitare del campo. Ci guardano da tutto il tempo». Come ci indica con il biancore del suo guanto, il coltivatore si stringe nelle spalle, e nelle tasche stringe i pugni attorno ai rimasugli della sua illegalità triturata.
«Macché, signore» allarga le braccia quello ugualmente tarchiato, ma con un cappello di paglia premuto sulla chioma rossastra, rancorosa «quei due stavano lì ancor prima che esplodesse».
L’agente stringe la bocca in una smorfia di dubbio: «Sì, conosco Antonio. Siamo passati nemmeno quattro giorni fa, per il solito sopralluogo. Ho pensato che stesse per rivelarci i suoi pesticidi, sa?».
«Io nutro i polli, signore. Non me ne intendo di piante, tantomeno di quella roba. Il solo odore mi dà la nausea». Ormai parla solamente il rosso, con ampi cenni delle braccia e la saliva che inondava i lati della bocca. L’altro aveva abbassato il braccio della morte, ma continua a stringere con forza il coppino del condannato.
«Non me lo dica, la penso uguale. Sa qualcosa dell’altro?».
«Non molto, in verità» lo sento parlare, nonostante abbia volutamente abbassato il tono della voce «so soltanto che conosce il coltivatore, ed è rimasto nella sua veranda per tutta la notte, a bere e cantare».
«E ditemi, dov’eravate al momento dell’esplosione?» incalza il carabiniere, adesso spazientito.
«Quei due stavano ancora nella veranda, cantavano quando c’è stata l’esplosione.
Noi stavamo proprio per aprire le gabbie».
«È giusto» fa il carabiniere, annuendo come fosse del mestiere «fra meno di un’ora sarà albeggiato».
«L’esplosione rischiava di ammazzare anche noi!» interviene di nuovo il pelato, mostra come ferite di guerra alcune cicatrici, ai nostri occhi invisibili. «E tutto per colpa di questo bastardo». Dicendo così, colpisce con un calcio il malcapitato, che ruzzola nella polvere e nelle uova strapazzate.
«Si fermi!» gli grida l’agente, mutando voce e facendo capire in che maniera sa far valere la propria autorità «questa non è giustizia».
I contadini non capiscono, io e il coltivatore uguale. Tutte le facce tese con gli occhi sbarrati, in cerca di spiegazioni che non sembrano necessarie, i colli protratti come in un’incornata.
«Ma insomma, sembra che questo fulmine abbia fatto ammattire tutti!» continua il pizzardone, mentre i suoi colleghi misurano l’estensione dell’aia e accatastano i resti delle ferraglie esplose «Che senso ha giustiziare l’unico pollo sopravvissuto?».



