LA BOMBA GAY (Parte 4)

Trema il coperchio.

I fagioli sono quasi cotti. Borbottano minacciando di scoppiare, ma sua mamma Anifa non ci bada, intenta com’è a borbottare con la nonna.

La piccola Lea, dall’altra stanza, non afferra bene i loro discorsi per via del rugghio della pentola e del trucco di mamma e nonna che cucinano sempre i segreti in stretto dialetto Karamojong. Staranno confabulando la iattura del villaggio, che c’è sempre qualcuno a sbellicarsi nei paraggi, per strada, in compagnia, tranne oggi e ieri e questa luna intera. Chi appestato, chi atterrito, chi rinchiuso lontano dai malati. Pare tutti maschi. E quando dalla cucina sfugge un po’ di swahili, Lea capisce le parole: Padre Daniel, confessione e rimedio, ma non s’è fatta ancora bene un’idea. Ha pure chiesto al signor Cheche, per lei Maestro, che ha svicolato smontandosi gli occhiali per non guardarla in faccia.

Nonna entra in sala, brocca in mano, e dice: Maji!

Sono suoi i pizzi colorati sul divano a far sparire gli strappi e così tutti i decori intorno, cuciti pian piano nelle ore. Lea va in un angolo, casca l’acqua dalla caraffa appesa alle mani grinzose per lavare le piccole sue lisce prima di mangiare. Le direbbe volentieri dello sciamano, nonna forse lo conosce, e di quel rito assurdo e la paura dei mortificati, ma Ismahil, suo padre, ha raccomandato acqua in bocca.

Con le manine grondanti nota che, a proposito: dov’è papà?

Entra finalmente Anifa insieme a due scodelle. Mchele (riso bianco appiccicato), e sukumawiki (piccoli spinaci in trucioli). Osserva in alto l’orologio, col tre rosso per via della Trinità, di fianco la statuina velata a braccia aperte, cerchio in testa sospeso. Sono le due e dieci, di solito è già qui. La giornata africana inizia alle sei, si conta così, sono quindi le otto passate del secondo giro. È sera. Nonna apre già le zanzariere sui letti per la notte, ha spicchi di pelle sotto gli occhi, ali nere che pendono dalle braccia quando le solleva e tutto il contegno delle vesti attorte. Da fuori grida mischiate dei bambini nelle case vicine. Qui a restituirle la sola voce di Lea.

Basta nonna!

Non vorresti un fratellino? Insiste lei, il chiodo fisso.

Lea, guance gonfie, soffia. Chiedi a mamma!

Per indicarla deve rompere l’incrocio offeso delle braccia.

Anifa, coi lunghi braid in testa, pettina la tovaglia dalle briciole di ugali. Ah no, dillo a tuo padre!

Anche qui la piccola non coglie, ma di sicuro mamma ne vuole altri di bambini, tutte le amiche sempre uno per ogni mano, un altro allacciato sulla schiena e qualcuno in giro. Lei no e la colpa è certo di Ismahil, ma lui oggi è in ritardo e non è mai successo e Lea è tornata da scuola a Kaabong col matatu, ormai è grande.

Ma capitasse un maschietto, che si fa? Papà, che di mucche non ne vuole, con lei va sul sicuro. Qui il sistema della dote è rovesciato ed è lo sposo che mobilita le bestie, così si va in pari, o corna o braccia da lavoro. Ma col maschietto tutto si complica eppure mamma non vede l’ora, ne vuole tanti, ma Ismahil è di legno e in più oggi ritarda, disgraziato. Ci sarà mica un’altra? Anifa ripudia i pensieri con uno schiocco fra i denti. Sia pure, ma che poi mi faccia il suo dovere.

Nonna sbuca dalla latrina e cede la scopetta, ha gli acciacchi, non riesce a piegarsi.

Amichetti a scuola? Sghignazza, con un buffetto alla nipote.

Oh, insomma! Lea scappa indicando a mamma il maharage sul fuoco col suo famoso ditino.

Che c’è di strano? Raddoppia Anifa, non degnando i fagioli che bollono. Io alla tua età…

Guarda mamma! È piccola ma stavolta s’impunta, che c’è un posto dove tutte le donne per protesta hanno piantato i mariti, e ora stanno per conto loro. Che poi, chi lo dice che ce n’è bisogno per forza di quelli?

E la nonna: Ma dove, nell’altro mondo?

No no, proprio qui vicino! Nel Samburu.

E infatti, interviene Anifa che sa essere dura, le poverette patiscono sete e fame!

Sale un lamento di legumi.

Occhio al fuoco però…

Ma va’, sono quegli altri che stanno a pancia vuota senza voi tra i fornelli!

La pentola ormai si ribella.

Chakula!, dice nonna, Chakula!

Sarebbe un disonore, gli zimbelli di Kaabong!

E subito dei botti improvvisi.

Ve lo dicevo.

Ma no, viene da fuori.

A colpi di tosse si avvicina un motore.

Questo è Ismahil.

Ha riparato il piki-piki?

Una moto balbetta le ultime note prima di fermare il singhiozzo nell’aia. Poi la pendola di passi pesanti fino alla porta, molto più lenti del solito.

[prosegue…]

Federico Filippo Fagotto

illustrazioni di Diletta Fiore Pappagallo

Autrici e autori

  • Federico Filippo Fagotto, direttore editoriale della rivista La Tigre di Carta, presiede l’Associazione culturale La Taiga che gestisce il teatro e circolo culturale Corte dei Miracoli. Appassionato di scrittura, pubblica nel 2021 il suo primo romanzo: L'invenzione di Casares (Bookabook Editore), cui seguono Flæsh (Santelli Editore, 2024) e, in prossima uscita, Rever (Do It Human Editore, 2025).

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