LA BOMBA GAY (Parte 3)

Signori, qui rischia di scoppiare un casino, disse l’ammiraglio John McConnell.

Ma facciamo un passo indietro.

Dacché George Washington radiò il tenente Frederick Gotthold Enslin, reo del peccato di sodomia con un suo commilitone, il rapporto fra cameratismo e omosessualità all’interno dell’esercito è sempre stato fonte di controversia e imbarazzo per l’opinione pubblica americana.

Fece sudare sette camicie a presidenti come Thomas Jefferson, che propose addirittura di istituire la castrazione, John Adams e molti altri, fino all’asso dell’aviazione e ricco petroliere George Bush (senior), il quale, poco prima di perdere poltrona per inadempiute promesse fiscali, decise di cucinare e lasciare sul tavolo una bella patata bollente al suo successore, consentendo all’allora capo di stato maggiore Colin Powell di avviare un disegno di legge a dir poco bizantino e tartufesco.

All’indomani della sua promulgazione durante il primo mandato Clinton, l’ultimo di febbraio dell’anno non bisestile 1994, con gli shrapnel su Sarajevo e il ridente faccione da bulldog di El’cin aldilà del muro crollato, l’asettico codice legislativo verrà soppiantato dal tagliente soprannome con cui un noto sociologo ribattezzò il decreto con la sigla DADT, acronimo per Don’t Ask, Don’t Tell.

Lo strano bisticcio linguistico, degno di una strofa di Hello Goodbye, fa grand’angolo sul dritto e rovescio con cui la Casa Bianca ha tentato di non urtare né conservatori né progressisti, facendo così incazzare entrambi, per una legge atta a stabilire che i presunti omosessuali imboscati nelle file dell’improbo United States Army non sarebbero stati indagati circa i loro orientamenti sessuali, a patto di tenere la bocca chiusa in tutti i sensi.

In poche parole, se ti piacciono i maschi buon per te, l’importante non si veda né senta. Guardare e non toccarsi, alla stregua dei pedofili che non sono giudicati colpevoli dei loro gusti finché non li mettono in pratica. Una pantomima alla Cuius regio eius religio: idolatra pure qualunque Dio in imo pectore, in pubblico però professi il credo di Stato.

Risultato, repubblicani indignati dall’omertosa amnistia concessa agli invertiti, democratici delusi nelle loro rivendicazioni per un’espressa violazione della libertà d’espressione (altro bisticcio), da suonar quasi anticostituzionale.

Ora, è proprio in questo bel clima da rovente supposta rettale che in Ohio, pieno Midwest, in uno stato a larga maggioranza bianca e rappresentativo del mainstream sociopolitico, all’interno del Wright Laboratory di Dayton, non lontano da Cincinnati, un team di scienziati stava portando avanti una serie di test condotti su scimmie rhesus (specie di vispi spettinati macachi), per sperimentare funzioni e risposte di alcuni tipi di feromoni e in particolare l’androstenone, un feromone steroideo prodotto dalle nostre ghiandole esocrine, cioè di noialtri valorosi mammiferi.

Più che alla scimmia, la palma di campione d’olfatto va alla scrofa selvatica, la quale non appena lo annusa nell’aria si piazza pronta e acquiescente nella posizione dell’accoppiamento, motivo per cui il subdolo tartufo ha imparato darwinianamente a secernere lo stesso olezzo per mandare la donna cinghiale in brodo di giuggiole tanto da spingerla a grufolare per terra in cerca del suo guilty pleasure, spargendone così inconsapevolmente le spore.

Ebbene, in barba a chi ritiene il nostro sesto senso per l’afrore dei feromoni pura chimera biologica e afferma che l’organo vomeronasale nell’uomo faccia cilecca, i caparbi genialloidi del Wright Laboratory, mischiando nel mazzo esami sensoriali sui sentori dell’androstenone – avvertito da taluni come puzzo d’urina, talaltri gradevole aroma di vaniglia, – insieme a studi neurologici su aree encefaliche che si illuminerebbero in reazione a stimoli olfattivi di natura sessuale nei cervelli delle donne similmente a quelli degli omosessuali e viceversa (lesbiche come gli uomini), se ne scesero con una scala quaranta di totale fantascienza riassunta del numero di tre pagine. Tre sole pagine di un dossier dal titolo “Gay Bomb”, che l’équipe recapitò all’ufficio della National Security Agency, a sua volta in contatto con gli alti funzionari dell’esercito statunitense.

Ecco perché, tornando a noi, l’ammiraglio John McConnell, uno dei tre vertici dell’NSA, dopo aver minuziosamente spulciato l’esile ma denso dossier e averlo riposto sulla scrivania di fronte a sé, si lasciò andare sbuffando al suo commento.

Ripeto, qui rischia di scoppiare un cazzo di casino!

Sembrava una barzelletta, con lo stempiato e occhialuto Mr McConnell rigidamente assiso, rossiccio di pelle come un coltivatore di pannocchie, al fianco di Mr William Cohen, Ministro della difesa, con gli occhi da triglia e i denti perlacei da sembrar finti, poi un qualche esponente del Pentagono e uno del Joint Chiefs of Staff, tutti dirimpetto ai tre membri del pool scientifico di Dayton, ideatore di un ordigno che, secondo loro, caricato a dovere di un certo non so qual “ferormone” o come cavolo si dice, dovrebbe, se detonato in campo nemico, indurre le truppe avversarie a sbrigliate disinibizioni erotiche verso membri dello stesso sesso al punto che, abbandonandosi seduta stante al lubrico piacere, abbasseranno la guardia cadendo facile vittima di un immediato assalto.

Sembra assurdo, ma è andata esattamente così. È andata che gli alti graduati non trovarono nulla di innaturale nell’idea che un morbo come la finocchiaggine potesse innescare un’arma batteriologica, piuttosto, se declinarono l’istanza di realizzare un prototipo bellico fu perché, oltre alle dispute appena suscitate dalla legge DADT sull’ipocrisia del coming out nel servizio di leva, stava di fatto che un uccellino già sapeva che Bill Clinton, in veste di governatore dell’Arkansas, qualche anno prima si era lasciato andare troppo disinvoltamente con alcune sue dipendenti, e sicuro ci sarebbe ricascato, e il suo vizietto presto o tardi sarebbe sfogato anche a Washington e lì erano guai e ne sarebbe venuto fuori un Sexgate in piena regola da far ridere Nixon e questo andava schivato a tutti i costi, perciò meglio evitare ogni piano strategico concernente qualsivoglia debolezza o perversione sessuale su questi schermi per almeno qualche tempo cazzo!

Così esclamò il portavoce del Pentagono, e rincarò il ministro paventando che se quel maledetto fascicolo fosse finito nelle mani del Vicepresidente, l’onesto Al Gore, si sarebbe scatenato un putiferio e quindi meglio distruggerlo, cancellarlo e dimenticarlo il prima possibile.

Morale, il comitato scientifico se ne tornò a giocare coi macachi, i colonnelli tornarono a giocare alla loro buona vecchia virile guerra lealmente condotta, l’I Want You di Zio Sam non rischiò di suonare ambiguo e della Gay Bomb non si fece più menzione nei gabinetti delle forze armate a stelle e strisce e questo è tutto. O forse no, staremo a vedere.

You say Goodbye, and I say hello.

[prosegue…]

Federico Filippo Fagotto

illustrazioni di Diletta Fiore Pappagallo

Autrici e autori

  • Federico Filippo Fagotto, direttore editoriale della rivista La Tigre di Carta, presiede l’Associazione culturale La Taiga che gestisce il teatro e circolo culturale Corte dei Miracoli. Appassionato di scrittura, pubblica nel 2021 il suo primo romanzo: L'invenzione di Casares (Bookabook Editore), cui seguono Flæsh (Santelli Editore, 2024) e, in prossima uscita, Rever (Do It Human Editore, 2025).

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