LA BOMBA GAY (Parte 2)

L’adolescenza è un tubetto di dentifricio, sembra non finire mai poi di colpo esaurisce, non ne vomita più neanche un po’ e non c’è niente da fare.

Hermes ci ha pensato su ieri sera, lavandosi i denti, e ci ripensa ora con la sua bocca che dice: Si sdrai sul lettino e si abbassi i pantaloni – come ogni giorno, svariate volte al giorno in automatico, lasciando campo libero al cervello di seguire il suo corso e rimuginare che quando studi medicina, qui due maledetti anni aggiuntivi più tirocinio costringono la tua giovinezza a finire prima che tu te ne accorga, prima di laurearti e darti il tempo di cazzeggiare un po’.

Adesso un cazzo floscio l’aspetta sul lettino. È sfiorito, appena appena rugoso, spelacchiato e, come non bastasse, solcato da una pallida verruca. Poco più in su due occhi spauriti e mutamente vocanti. Gonorrea, dottore? Sifilide?

Hermes vorrebbe gridare al paziente un Clamidia! che come atterriscono i tecnicismi galenici niente mai, ma deve mettersi la camicia di forza alla lingua ed evitare sparate, e carognate, e poi è sicuramente un herpes genitale, che a dire il vero cela un termine più segnato.

Ha detto, scusi, condiloma?

Esatto signor… mentale ispezione alla cartella clinica, Signor Carallo.

Nello scandire, ringrazia di non aver detto la parola herpes che l’avrebbe brividamente fatto pensare al proprio nome, quello sul badge pinzato al suo taschino bianco.

Ma è il dio greco, asino! Rispose a suo tempo papà quando a sette anni lui mise a fuoco che nessun altro giù dalle sue parti, a Palermo, si chiamava neanche lontanamente Hermes e quindi solo un fottuto insegnante di liceo poteva escogitarlo e mamma, figuriamoci, non si era opposta.

A suo fratello Achille non dava fastidio ma a lui sì perché, a differenza di Achille, Hermes sa di sudato e di malsano e di gioppino pappamoscia, lo sfigato svolazzante postino dei numi.

Ma no, imbranato, è molto altro e molto meglio! Cerchiò suo padre sull’immaginario compito in classe, sforcando gli occhiali e scivolando sulla lista delle virtù di Mercurio estranee alla tempra del figlio dalla prima all’ultima.

Penultima, a essere onesti, che una dote in comune con la prole di Zeus lui ce l’ha ma suo padre non lo sa. Se l’è portata via con sé a Milano, a Città Studi e poi all’MTS, il Centro per le Malattie a Trasmissione sessuale in via Pace, dietro il policlinico. Non serve appuntamento, si prende il numerino e si sta in fila come ha fatto stamane il buon signor Carallo, prima di vedere da posizione supina quello strano dottore coi rasta infilarsi i guanti di plastica.

Anche suo padre diceva rasta, schifando e mancando il punto vendicativo del figlio, della serie, mi hai dato un nome unto e sudaticcio? Hai voluto mi iscrivessi a una facoltà così igienica e antibatterica?

Anche il capo ambulatorio belloccio, repellendo in lui qualcosa, li ha definiti rasta per poi invitarlo a coprirli a dovere con la cuffietta.

Dreadlock, l’ha corretto lui rivalendosi su ciò che non poteva ribattere a suo padre e perfino rubandogli saccenza, Rasta è un’indebita crasi dell’espressione Ras Tafari, il titolo onorifico del Negus Neghesti etiope.

Sì sì, ha ridimensionato il belloccio, l’importante stiano nella maledetta cuffietta.

Si è dovuto far spedire da Achille una di quelle ridicole retine da cuoco per farceli entrar tutti, che suo fratello almeno ha avuto il lusso di scegliersi l’alberghiero. Dopo il primogenito il vecchio si vede ha mollato il colpo, il secondo morso della serpe è sempre più vuoto di veleno. Ma nel suo ha iniettato invece tutto quel senso del dovere, l’obbedienza e la visione tradizionale del mondo e della famiglia da costringerlo a succhiarsi via il sangue e sputarlo per terra.

Stia rilassato, avvisa con sbrigativa premura mentre il paziente avverte il finto del lattice sul pene come un profilattico animato, al che lui sente assodarsi qualcosa fra le dita. Si starà mica eccitando, quel birichino del signor Carallo.

In questi casi? Tentenna l’uomo, discinto della dignità a sud dell’ombelico malgrado il tweed che indossa anche a lavoro.

Hermes sfila dal taschino il suo utensile preferito. Adora i taschini, riporre oggetti al cuore, e ancor di più ama il suo camice e non per l’autorità della divisa, il sussiego da uniforme, ma per potersi nascondere dietro il candido velo, occultare la sua vera natura.

Era così da bambino, che finché stava chiuso in sé stesso tutto bene, il mondo triangolava i suoi pronostici e il videogioco della vita era sincronizzato al joystick. Ma poi la parola la si deve “prendere”, a un certo punto, e gli altri li si deve “incontrare”, con l’accento tutto su quel contro, ed è lì che le stringhe tirano, è lì che l’orizzonte piatto fa trompe-l’œil e rivela uno scalino su cui per non incespicare occorre un balzo che ti fa irrompere sugli altri, ti fa fare una boutade, un atto di schiettezza. Così il timido Hermes divenne tranchant.  

Tagliamolo via.

I suoi colleghi di solito dicono: incidere la porzione interessata, per non crear panico.

Tagliare? Tremula Carallo.

Esattamente! Sentenzia il dottore, mostrando finalmente il piccolo bisturi a lama arcuata, una sorta di roncola rimpicciolita. Brilla. Ghigna.

E visto che la nostra è una civiltà retorica, dove gli addetti dicono: Tutto sotto controllo, quando invece va a rotoli, dove le hostess in aereo mettono il sorriso sotto la maschera d’ossigeno sapendo non servirà a niente e al fast food la Emme gialla ora sta su fondo verde, il nostro signor Carallo quasi quasi pesca fiducia in quella bruschezza, e gli crede e trova coraggio fino a dirsi: Sai che c’è? Facciamolo. Traducendo il tutto con l’assenso del capo, che da sdraiato stringe la gola.

Hermes impugna fra le pliche palmari quel membro barzotto e plissettato, strizzando la verruca e facendola gonfiare come un’obesa lumaca. Un’escrescenza estranea, simile a una feccia umana che va espunta allo sguardo sociale. Carezza col bisturi la base del purulento bozzo, la falce pronta a mietere mentre il paziente impaurito fa serranda alle palpebre e il dottore viene traversato da un improvviso tradimento ippocratico. Rimuoverai il sintomo, gli dice la vocina, Non guarirai la malattia! L’herpes non si può curare. È una di quelle cose che restano annidate, sotto pelle, inconfessabili e morbose.

Ma al Carallo di certo non frega, è di quelli che vuol salvare le apparenze, tornare normale, pazienza se il virus latita in lui, l’importante non sbuchi allo specchio e in camera da letto.

Per favore, implora, si sbrighi.

Ora la piccola vescica è tutta paonazza e non appena il raso la solletica e il dottore affonda le carni e il corpo si fa violare, ecco prima dello schizzo erompere un suono da palloncino bucato.

Bum!

[prosegue…]

Federico Filippo Fagotto

illustrazioni di Diletta Fiore Pappagallo

Autrici e autori

  • Federico Filippo Fagotto, direttore editoriale della rivista La Tigre di Carta, presiede l’Associazione culturale La Taiga che gestisce il teatro e circolo culturale Corte dei Miracoli. Appassionato di scrittura, pubblica nel 2021 il suo primo romanzo: L'invenzione di Casares (Bookabook Editore), cui seguono Flæsh (Santelli Editore, 2024) e, in prossima uscita, Rever (Do It Human Editore, 2025).

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