LA BOMBA GAY (Parte 1)

Bum! Suona suo padre sulle labbra.

Il signor Cheche, per lei Maestro, addosso occhiali sbiechi, giacca arrossata di polvere e shuka variopinto, para quel suono invisibile con un Eeeh! su tono ascendente e sorpreso.

La piccola Lea guarda frattanto la gonna colorata in vita al maestro.

Basta quel botto fintato dal grosso labbro baffuto di suo padre a spiegare perché a Ismahil oggi tocca accompagnare la figlia a piedi da Kathile fino a casa. Ieri la gomma del suo piki-piki gli è scoppiata su un cratere di ritorno dal Kidepo. Una strada terribile, bucata dal vaiolo del tempo. E poiché sono finite le camere d’aria dal meccanico, almeno fino a domani, di colpo il tragitto dalla Narube Primary School a Kaabong si tramuta da un passaggio rombante di circa mezz’ora a una lunga distesa passeggiata insieme a suo padre.

Un’ottima occasione per capirci qualcosa di un uomo che la piccola Lea descriverebbe prontamente nelle fattezze per un compito a scuola – coi suoi scuri baffi mimetizzati quasi alla pelle, le spalle a martello da cui braccia inermi cadono come prosciutti appesi e lo sguardo sfuggente che sembra inseguire una zanzara, – ma per nulla e affatto nella sua interiorità. Di certo c’è solo che suo padre Ismahil lavora come guardiano al Kidepo National Park, che viene a prenderla puntuale alle diciotto fuori da scuola, mangia cassava per cena e banana bollita, poi manutiene la due ruote solitario fino a sera. La mattina di nuovo si sveglia e riparte e questo è quanto. Ha pochi amici, parla poco e riassume le frasi con suoni onomatopeici, proprio l’inverso di Lea che invece fa domande su qualsiasi cosa e dovrebbe avere un porto d’armi per quel suo ditino.

Quello è un posto di blocco, amore. E poi seguendo il piccolo indice: Quello è un albero di matoke. Quell’altro invece è Robert, amore. Vende samosa, ricordi?

Oggi Robert ha appiccicato addosso un torvo sguardo come un timbrino sul parabrezza , spingendo la bicicletta con la teca sul portapacchi piena di triangoli fritti, lungo la strada infinitamente dritta fatta al righello nel paesaggio arso e semidesertico. E a dire il vero quasi tutti i pochi altri intorno li si nota scuri in volto, pure quella testa di vecchia sotto un cesto in equilibrio, pure i bambini insolitamente mogi sul campetto, pure la voce friabile del predicatore salvata dal microfono a colpi di brevi ruggiti.

Ma quello è Padre Daniel, amore. Lo sai!

Con un risolino, Lea infodera l’indiscreta falange puntata per gioco contro colui che già le parla ogni domenica mattina, e che conosce benissimo e che adesso bercia: Non temete, tutto verrà rimesso nelle Sue mani e le devianze risolte!, mentre Ismahil asciuga il quesito della figlia con uno scossone delle sue larghe spalle a gruccia.

Diffusa ma inerte agitazione in giro e un’atmosfera mortifera. Ogni tanto un camioncino ingombro di taniche, talvolta la jeep beige che porta i mzungu a godersi un game drive nella riserva, ma del matatu cui chiedere un passaggio zero tracce. E pertanto, sgusciando dall’inquietante abbraccio architettonico della chiesa comboniana, suo padre, sentendosi forse sufficientemente lontano e al sicuro dallo sguardo muliebre, opta per una deviazione con figlia alla mano verso il villaggio Karamojong che bazzicava prima di sposarsi.

Il suo nome non battesimale era Zimwi.

Finito un sentiero sempre più indeciso, fra strane xerofite e ciuffi di roba secca, appena sormontati dei dossi di una terra frolla come una torta e accolti dalle sparse campanelle degli zebù simili a invisibili lucciole a sonaglio, lo spiazzo polverulento dinnanzi le capanne apre loro il suo semicerchio.

Lo occupano degli uomini inginocchiati, con gli occhi strizzati all’indentro, le mani strette fra loro, intrecciate, i denti serrati, i muscoli delle guance rigidi e convessi, il corpo piegato a portafogli e deretano al vento, appallottolati, rannicchiati e contriti. Sibilano ripetutamente qualcosa, forse un perdono.

I membri del villaggio in foro per guardarli, chi malamente, chi impaurito, chi pietoso, chi scandalizzato dal mormorio all’orecchio di chi invece li guarda obliquo e sadico.

Lea viene quasi rubata a quella tribuna dal pentito gesto a strappo del padre, per toglierla di lì e impedirle l’innocente sguardo, tenerla bambina. Ma rodendo rumorosamente la sabbia, il piede sinistro dello sciamano si è già puntato nella mezzaluna con due collane alla caviglia, come una posta d’azzardo, cosicché al suono della sua voce sottomarina, Ismahil si indurisce e sta sul posto.

Akuj!

Braccia al cielo, avambracci flessi a mimare due corna, poi le cavigliere emettono qualcosa che ricorda il raspare di un gallo, avvinte alle gambe danzanti del bruno anziano dalla corteccia luccicante, dai capelli incasinati, dalla gorgiera a dischi concentrici che sembra un complicato sistema solare scosso dalla gravità del suo collo impazzito.

Impugnandosi nelle pliche palmari il budello penico, il furioso sacerdote prende a puntarlo sugli ormai piangenti, attorniandoli al trotto e invocando qualcosa, qualcosa tipo Shaitana! Qualcosa che la piccola Lea non capisce ma che, vedendosi ormai sconfitta nel corto ditino indicativo da quel lungo membro vestito, trova davvero spassoso.

Lo sguardo d’intesa al padre cade però nella botola del senso di colpa, trovandolo rapito da quella solennità. Mai una volta suo papà aveva reagito così alle parole del prete.

Zimwi!, chiama qualcuno prendendosi l’eco della laconica alzata di mento da parte di Ismahil. Un giovane rasato, di cui Lea distingue per primo il rosa delle crocs, lo raggiunge puntandogli l’orecchio sinistro.

Eeeh! fa suo padre come se anziché bisbigliarci dentro il ragazzo glielo stesse mordendo, e poi ancora Eeeh!, perché il racconto è di certo lungo e intricato e di certo oscuro, di certo più segreto delle solite cose dei grandi, a giudicare dal dito teso verso i reprobi che il ragazzo aggiunge a metà filata e che getta sulla terra asciutta un’ombra più grande di quello della bambina.

Lea se ne accorge, guardandosi di nuovo il suo scivolare via dalla scena, l’altra mano intrappolata e trainata da quella del padre come una nave pescatrice.

Niente, niente! soffoca lui prevenendola.

Ma perché?…

Un’epidemia, dicono.

E di cosa, papà?

Lasciandosi alle spalle la manyatta, Ismahil apposta ritarda a ribattere fingendo di prendersi cura di salutare qualcuno.

Allora?!

Il piccolo soldatino in divisa scolastica, gonnella verde e cardigan blu, somiglia tutta a sua madre nel perder la pazienza.

Non si può dire a una signorina.

Ma…

Taglia corto il clacson del matatu che scende da nord. Ismahil raccoglie in braccio la sua signorina e gli corre incontro.

[prosegue…]

Federico Filippo Fagotto

illustrazioni di Diletta Fiore Pappagallo

Autrici e autori

  • Federico Filippo Fagotto, direttore editoriale della rivista La Tigre di Carta, presiede l’Associazione culturale La Taiga che gestisce il teatro e circolo culturale Corte dei Miracoli. Appassionato di scrittura, pubblica nel 2021 il suo primo romanzo: L'invenzione di Casares (Bookabook Editore), cui seguono Flæsh (Santelli Editore, 2024) e, in prossima uscita, Rever (Do It Human Editore, 2025).

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