Una barchetta per attraversare il crogiolo
Fra la fine degli anni Quaranta e il 1972, a Manhattan, passando dall’incrocio fra la 53esima e la 54 strada e la sesta Avenue vi sarebbe potuto capitare di imbattervi in un signore con barba e capelli lunghissimi, vestito come un vichingo con tanto di copricapo bicorne e caratteristica lancia o bastone. Due occhi ciechi senza occhiali scuri a nasconderli. Avreste potuto ascoltare la sua musica, suonata sui suoi strumenti, e acquistare gli spartiti e le raccolte delle sue poesie direttamente dalle sue mani. Era proprio in questo modo che Samuel Harding, meglio noto con il nome d’arte di Moondog, si guadagnava non solo da vivere, ma anche la possibilità di far copiare stampare e registrare la propria musica.
Cresciuto lontano dai centri urbani, fra le praterie del Wyoming, nato da un missionario evangelico, fa le sue prime esperienze musicali fra i nativi americani. In visita con suo padre alle cerimonie tradizionali, racconta di aver partecipato quando aveva sei anni alla Danza del Sole suonando il tamburo sulle ginocchia del capotribù.
A sedici anni, ferito dall’esplosione di una carica di dinamite inesplosa vicino ai binari della ferrovia, rimane cieco. Persa la vista dedicò la sua vita all’arte dell’udito. Fu proprio la scuola per ciechi dell’Iowa che gli diede la possibilità di studiare pianoforte, organo, violino e viola, di suonare in quartetto, nell’orchestra e nel coro della scuola. Qui iniziò lo studio della tradizione classica occidentale, che rimase l’impronta prevalente del suo stile armonico e melodico.
Grazie a un mecenate d’arte poté trasferirsi a New York ed entrare in contatto con i musicisti attivi all’epoca, nel vivo del crogiolo. In prima fila a una serata alla Carnegie Hall, al debutto di un giovane Leonard Bernstein, venne invitato dagli orchestrali – lui la cui immagine era diventata presto familiare in città – ad assistere alle prove dell’orchestra. Preso in simpatia da Artur Rodzinski, il direttore della Filarmonica, ebbe modo di imparare molto da questa esperienza sul campo. Ma quando venne richiamato per il suo abbigliamento eccentrico scelse di rinunciarvi, restando fedele al proprio abito.

Alla fine degli anni Sessanta incontrò Philip Glass, presso il quale visse per un certo periodo, facendo così la conoscenza di Steve Reich e Terry Riley. Registrarono insieme musica che non venne mai pubblicata. Non è difficile individuare l’affinità e l’influenza avuta su questi compositori storici del minimalismo americano, di cui pare lo stesso Glass abbia detto che Moondog fosse il “leader del branco”. Suonavano insieme i rounds, canoni o madrigali che la sua inventiva melodica lo portava a partorire quotidianamente, da suonare in una goduta ripetitività, senza pretese insincere: il minimalismo dei musicisti “colti” non poteva trarre nutrimento più salutare di questo “pane per tutti”.
Della musica barocca e dello stile di Bach, o del jazz, che i raffinati intenditori riconosceranno fra le ispirazioni di Moondog resta questa traduzione in ritmi tribali e in una stroficità popolare, nella limpidezza di un rigoroso contrappunto.
Dalle esperienze fra i nativi aveva maturato il gusto per quel suo caratteristico stile ritmico serpentino, da cui lo snake time, che rimase la sua firma, piegando l’andamento delle armonie più classiche e lineari in un contrappunto ritmico intricato. «È nella musica degli indiani – dice – dei Sioux, Arapahoe e Apache, che si trova l’origine dello stile sincopato dello swing». Ma non mancarono gli effettivi contatti con la scena jazzistica: “A Bird’s lament”, fra i suoi brani più celebri, è un compianto per la morte di Charlie Parker, che aveva conosciuto.
Nell’album Moondog del 1971 registra la raccolta del suo “primo libro di madrigali”, di cui lo spartito reca unicamente melodie con il testo da suonare e cantare a canone. Sovraincide con sua figlia l’accompagnamento strumentale e le voci, cantando in uno stile che definisce «classico-folk, senza vibrato, ecclesiastico, vicino allo stile di Monteverdi», o forse si può dire più semplicemente, evitando stili manierati esibizionistici, tanto classico-lirici che popular. I ritmi sono scanditi dalla sua trimba, strumento a percussione pensato e realizzato da Moondog stesso, da suonare accovacciato a terra.

Le prime registrazioni dei suoi brani le realizzò così, sovraincidendo tutti gli strumenti. Procedimento che oggi è relativamente semplice anche in sedi amatoriali. All’inizio degli anni Cinquanta, in assenza di mezzi migliori implicava un significativo abbassamento della qualità della registrazione ad ogni aggiunta: il suono già registrato veniva ripreso assieme allo strumento da aggiungere. Per “Theme” abbiamo sia la registrazione di quegli anni, per cui Moondog stesso registra il violino, il flauto, il corno, il contrabbasso e altri strumenti, sia una versione successiva che il suo produttore per la Columbia Records gli propose di registrare orchestrata quasi vent’anni dopo.
La chiave della sua arte sta proprio nel modo in cui la musica e il ritmo riescono ad abbracciare i fenomeni del mondo e del pensiero: è attraverso il suono della parola e della rima che Moondog conserva la sua personale filosofia. Una pratica ispirata a ciò che è stato comune e vitale a tutti i popoli, prima di iniziare a trasferire in segno il suono, con la scrittura.
Cultore delle saghe norrene, figlio di padre di origini anglo-normanne e madre di famiglia tedesca, era legato alla poesia nella forma della ballata, al verso dall’aedo, alla musica della parola, portata attraverso il tempo da cantori dall’indubitabile mnemotecnica.
Elabora un suo originale metro, che prendendo spunto dal distico eroico – una coppia di pentametri giambici – “troppo corto” per rappresentare le sue idee, trasforma in distico di eptametri giambici, aggiungendo due piedi a ciascun verso. Ad introdurre alcuni brani nelle registrazioni o nei concerti la voce di Moondog recita distici tratti dalle sue poesie, come ad introduzione di Minisym #1: The only one who knows this ounce of words is just a token, / is he who has a ton to tell that must remain unspoken.
Un uomo che ha vissuto versato nel mondo, perdendo forse assieme alla vista l’appiglio per un ideale di vita privata sicura e appartata, ci lascia nella sua musica l’inguaribile fiducia nel suono, nel ritmo, nella parola, che consola esalta rallegra e acquieta: canzoni che sono quelle che ci portiamo in tasca, canzoni del cuore (“H’art Songs”) : I’m this, I’m that, / I’m Sharp, I’m flat; / I’m Young, I’m old; /I’m hot, I’m cold; / I’m right, I’m wrong; / I’m weak, I’m strong; / I’m high, I’m low; /I’m fast, I’m slow.
Musica come gioco e rito: il punto di incontro fra la filastrocca, l’inno religioso, l’epica, la danza tribale: formule capaci di passare di mano in mano, per secoli, una vita dopo l’altra, senza sgualcirsi.
Proprio per questo le giunture del meccanismo non vengono caricate di orpelli. A dare forza a chi porta con sé i versi di una poesia, sono proprio i nodi delle sue rime, dei suoi ritmi e dell’intonazione delle sue parole, che allacciano le sensazioni fra loro, danno modo a una vita di non disperdersi pur perdendosi fra molte altre: danno modo di essere parte, perché rinsaldano le proprie parti.
La vita si affida al meccanismo messo a punto dall’Arte e si libera della necessità di darsi un senso, nel momento in cui il senso, la direzione, è propulsa dal suono che invita l’animo a muoversi in sintonia con il suo andamento.
Nel crogiolo di vite che è la grande metropoli e la babelica convivenza degli stili e delle ambizioni personali, faccio fatica a considerare “espressione dell’individuo” – alla maniera in cui la intendiamo comunemente – questa riduzione all’osso delle forme, questa trasformazione del canto in danza geometrica. Più che un’espressione di sé, questa musica, bella e coinvolgente, è essenzialmente un meccanismo della più autentica continuità sonora, nel quale mettersi comodi forse, come nel ventre di una barchetta dalle assi ben connesse, per attraversare, quasi parte dei suoi moti, un mare di onde convulse.




