Dai Testi Fondativi al romanzo massimalista: crogioli letterari
Che siano di grafite e argilla, di carburo di silicio o di ceramica, i crogioli hanno sempre dovuto sopportare grandi sbalzi di temperatura. Che si parta da memorie di guerra, intuizioni fantasiose o ispirazioni religiose i grandi libri antichi hanno sempre dovuto sopportare l’usura del tempo e l’avvicendarsi di culture diverse. La forma orale per ripetersi nella memoria, la pagina scritta per affrancarsi dall’oblio.
Da millenni le forme più antiche di letteratura, quelli che Rosa Maria Parrinello chiama «I Testi Fondativi delle grandi religioni», hanno sempre rappresentato la cristallizzazione di visioni onnicomprensive del reale.
Sebbene oggi siano considerati, da fedeli e non, principalmente per il loro carattere dottrinale, non è segreto il fatto che questi Testi Fondativi siano oggetti ben più complessi e compositi e contengano, al loro interno, molti più filoni e caratteri. Hanno fuso in un unico crogiolo letterario i diversi saperi che avevano del mondo per poterli trasportare e trasmettere meglio di generazione in generazione.
Nel testo biblico per esempio, si possono individuare sezioni o addirittura interi libri che hanno un carattere tutt’altro che religioso. Il libro del Levitico è di fatto un testo giuridico, i libri dei Re e delle Cronache hanno un’impostazione storiografica. Il Qohelet può essere letto come un trattatello filosofico, per altro molto cinico e disincantato, e lo Shir Hasshirim (Cantico dei Cantici), infine, è un testo in cui l’aspetto artistico, poetico ed erotico è tanto predominante da aver fatto vacillare, a momenti alterni, il suo diritto di cittadinanza nel canone sia giudaico che cristiano.

Questo discorso si potrebbe estendere ad altre religioni o culture antiche e in ciascuno di questi testi troveremmo indicazioni di tipo medico, architettonico, pratico che ai nostri occhi esulano dal contesto originario. In questi passaggi – l’indicazione taoista di costruire l’ingresso dei templi verso est; la descrizione nell’Iliade della diffusione della peste da cani e buoi, e in seguito agli uomini – non sempre sarebbe possibile distinguere l’ambito letterario da quello più tecnico o simbolico. Ma è proprio questo il punto, ossia che questi testi sono espressioni di civiltà che non avevano una netta separazione dei saperi come abbiamo noi oggi e che questo miscuglio poteva inizialmente fondersi, e cristallizzarsi, poi, nelle opere letterarie che essa produceva.
La cultura occidentale con il passare dei secoli ha poi provveduto alla separazione delle varie discipline. Tuttavia, questi processi di emancipazione avevano spesso una prima fase di distacco in cui permaneva la commistione tra ambiti diversi. La filosofia si affranca attraverso i miti platonici, la morale cristiana attraverso le parabole di Gesù. In entrambi questi casi l’aspetto narrativo e diegetico, e quindi potremmo dire in senso più ampio letterario, è strutturale. A tal proposito è ancora più interessante ricordare come anche uno dei maggiori protagonisti della rivoluzione scientifica del XVII secolo, Galileo Galilei, oltre all’elaborazione del metodo per cui viene ricordato, parallelamente usa, nella cosiddetta Favola dei suoni contenuta nel Saggiatore, lo strumento narrativo per elaborare e veicolare gli stessi concetti.
Il risultato della modernità, da questo punto di vista, dunque è duplice: la separazione delle discipline e il prodursi di una nuova forma testuale che possa, mutatis mutandis, farsi nuovo contenitore per la fusione di diversi aspetti del reale così come era stata l’epica in passato, ovvero il romanzo. Questo lungo cammino durato più di quattrocento anni produrrà le sue forme più compiute e mature tra il XIX e il XX secolo, le quali saranno veicolo di un nuovo tipo di miscuglio: una nuova forma letteraria che, colando in ogni interstizio della realtà, arriverà a trattare, come nessun’altra prima, dell’intima realtà psichica dei personaggi, del trascurato e dell’insignificante. I romanzi più emblematici da questo punto di vista sono stati raggruppati sotto diverse etichette, dalle opere mondo di Franco Moretti al romanzo massimalista di Stefano Ercolino e vanno dal Faust di Goethe, passando dall’Ulisse di Joyce fino a Infinte Jest di David Foster Wallace e 2666 di Roberto Bolaño.

Tra i tanti, uno dei più curiosi ed efficaci romanzi che si fanno luogo di fusione è Zona di Mathias Enard. Pubblicato nel 2008, con una prima edizione italiana nel 2011 e una più recente del 2022, questo romanzo è riuscito a rompere i confini tra gli elementi di cui si compone e scioglierli insieme sia dal punto di vista formale che contenutistico. La vicenda racconta del viaggio in treno da Milano a Roma che Francis Servain, spia franco-croata, sta facendo per andare a consegnare in Vaticano una valigetta contenente segreti di una vita di lavoro nei peggiori scenari di guerra del secondo Novecento.
Il primo e più evidente espediente attraverso cui narrazione e realtà si coagulano è sicuramente lo strumento del flusso di coscienza che attraversa tutte le 444 pagine in cui non sono presenti punti fermi o maiuscole, ma solo virgole. Questa tecnica non viene usata nelle sue forme più estreme, la lettura è infatti molto scorrevole e non compaiono le libere associazioni che invece sono utilizzate nei testi joyciani, tuttavia è funzionale a far emergere altre forme di rottura dei confini.
Il flusso di coscienza in Zona è interrotto solo tre volte, ossia nei momenti in cui il protagonista, durante il viaggio, si immerge nella lettura di un libro. A quel punto, il capitolo finisce (rigorosamente senza punto fermo) e comincia il capitolo successivo che è direttamente la pagina letta da Francis Servain, creando quindi in questo modo una sorta di mise en abîme che mette il lettore nella stessa condizione del personaggio, condensando le due figure attraverso lo stesso gesto.
Inoltre, questa narrazione-fiume permette, come sempre in questi casi, di mescolare il tempo nei ricordi e nelle riflessioni del protagonista. Si susseguono in ordine sparso i suoi anni e le sue esperienze, ma anche aneddoti ripescati da secoli precedenti e raggrumati tutti in un’unica linea di pensiero. A essere ulteriormente agglutinato, tuttavia, qua non è solo il tempo ma anche lo spazio. Durante il viaggio ferroviario si spazia con la mente in tutta la Zona appunto, ossia l’area mediterranea (a tratti, più in generale europea) in cui si è svolta l’attività di spionaggio di Francis o la sua storia famigliare. A partire dalla linea retta Milano-Roma si vede una gemmazione di associazioni a ogni fermata e ogni sguardo dal finestrino di altre città e altri luoghi che dilatano lo spazio della narrazione oltre i binari. L’idea di viaggio stesso viene distorta e moltiplicata esponenzialmente quando Francis immagina un orario ferroviario che contenga tutti i treni del mondo e permetta tutti i viaggi possibili. Lo spazio mediterraneo dunque, già crogiolo di civiltà a suo tempo, torna ad essere per tutta la narrazione intessuto di fili immaginari e connessioni dal Levantino all’Italia e dai Balcani all’Algeria.
Altri aspetti formali che ci riportano ai testi epici da cui siamo partiti sono la suddivisione in ventiquattro capitoli, la peregrinazione, ancorché mentale, in tutto il Mediterraneo e la centralità della guerra e della violenza. Con questi riferimenti, in particolare all’Iliade e il suo valore di poema della guerra, siamo arrivati così al vero centro rovente del romanzo: la violenza, il centro metaforico “verso cui tutte le strade tendono”. Che si parli di guerre, assalti, imboscate, stupri, genocidi, vendette la costante protagonista di ogni pagina è la violenza: cinica e cruda è l’elemento che fonde insieme tutti gli altri fino a qua citati e viene reificata in maniera plastica, ovviamente, nella valigetta scura che Francis consegnerà in Vaticano. La lista di nomi che essa contiene sembra concentrare magneticamente in sé tutti gli orrori del Novecento (e non solo) i quali vengono squagliati come plasma o, come un buco nero, fanno convergere verso sé tutta la narrazione.
Attraverso lo strumento della letteratura dunque, tutto questo materiale incandescente, i personaggi e luoghi vengono fusi insieme dalle sapienti mani dell’autore che riesce a colarli poi nel nuovo perimetro della pagina scritta. Tra martellate zampillanti e sinuosi movimenti di miele arroventato il risultato è un romanzo cristallino e tagliente come il vetro che lascia poco scampo al lettore e al secolo passato.




