Crisi del teatro

La strega che ha perso i poteri

Ripescare la mummia teatro dal suo pentolone?

Il crogiuolo è un’opera di Arthur Miller che non ho letto. Meglio liberarsi immediatamente di ogni ipocrisia, da attrice ergo gran paracula. Dovrebbe parlare di Salem e della caccia alle streghe, usata ovviamente come metafora di qualche abominio politico che senza dubbio stava accadendo negli anni di Miller, vivendo lui negli Stati uniti.

In sostanza parla di un delirio collettivo per cui si mandano a processo delle tipe, si svelano gli altarini della società piccolo borghese, la menzogna e le facce da culo trionfano sulla verità che fondamentalmente è che non c’è proprio niente di cui preoccuparsi e invece tutti si puntano il dito come nel meme di Spider Man, perché impestati da una qualche paranoia collettiva di un senso attanagliante di pericolo e diffidenza del prossimo e alla fine (spoiler) qualcuno muore.

Da lì tra l’altro pare che la città di Salem abbia cominciato a fare i soldi come Gardaland e Medjugore, i Salem si sono chiamati Salem e bella lì e verosimilmente anche il gatto di Sabrina vita da strega ha trovato battesimo.

Tutto questo, oltre che essere una metafora oscenamente didascalica del panorama culturale contemporaneo, di quella che abbiamo sentito chiamare più volte a giusto titolo “società dello spettacolo” e di conseguenza quello teatrale – non mi ricordo chi sostiene, forse Grotowski, che in una società in crisi la prima forma a saltare per aria è proprio quella del teatro poiché mezzo di riconoscimento basilare della società, aka “io guardare me stesso tramite altro uomo, stop” – mi fa un bell’assist per fare una riflessione su questo mestiere e sul senso dell’arte in generale.

No. 11 (Zhang Huan)’, RongRong, 1994 | Tate Modern


Cosa vuol dire che siamo nella società dello spettacolo? È giusto quel piccolo istinto che porta gli artisti a odiare la tecnologia, e non è insensato; perché se spettacolarmente, e con questo non includo solo la cricca del live, ma includo proprio Parlamento e altri ecomostri, esistiamo solo nella misura (sconosciuta) di quanto più veniamo riprodotti, o meglio la nostra immagine viene riprodotta, la nostra angoscia intellettuale o diffusissima banale depressione/malinconia/tristezza che dir si voglia è spauracchio di una vera e propria dissoluzione dell’individuo.

Se siamo in un’epoca post moderna e post-sprezzatura in cui la tecnica, canonica, intendo il sapere fare qualcosa, sul serio, essere competenti è sempre più messo in discussione, anzi diciamolo, fondamentalmente denigrato, o ritenuto effimero, per presunti moti anti reazionari, per la compensazione che fa la tecnologia, per la finta ribellione della scomposizione del tema classico, per il delirio egotico in cui ci incastrano i social, per cui quindi non serve in estrema sintesi saper fare qualcosa ed essere competenti per poter esporre sé stessi o un’opera ma è sufficiente sentirsela abbastanza calda in modo che è la nostra identità stessa oggetto sufficientemente interessante per essere esposto, la promiscuità dell’ego una skill professionale, addirittura il contenuto stesso dell’arte, insomma se siamo in questo assordante “Caos spettacolare” che ci viene venduto come libertà assoluta, l’essere umano, piombato nell’odio verso sé stesso che altri chiamano serenamente transumanesimo, fatica a osservarsi e costruire i processi di riproduzione di sé medesimo. “L’arte deve fare da specchio alla natura”, Shakespeare, et voilà, il risultato è una restrizione di campo asfissiante su un ansioso ma soprattutto fallimentare sguardo auto-riferito, che per autismo finisce col non dire nulla su nessuno, men che meno su di sé.

È curioso che invece siamo proprio nell’epoca del bombardamento della psicanalisi delle patatine. Io, come immagino molti di noi, ricevo centinaia di tips da parte dell’algoritmo al giorno su come conoscermi meglio e risolvere tutti i miei problemi (“tutto può essere utile, nulla è una soluzione”, dice il Tao Te Ching) eppure nelle scuole di teatro ancora si propongono metodi “non psicologici”, o si denuncia l’intelligenza degli attori come fattore di freno alla sua animalità. Ma questo non c’entra.

Anche se, va detto: è curioso che oggi come oggi tutti noi, ma proprio tutti tutti, cioè almeno quelli sinceri, alla fine poi giustamente ci devastiamo i coglioni a teatro. È questo il punto.

Siamo totalmente ormai dimentichi del senso, del live. Del senso di accadimento.

La performace è esibizione di stramberie o peggio di coolness, un’avanguardia più stagnante e invecchiata peggio dei classici, che usa ancora gli stessi quattro trucchetti rubati agli anni Settanta, in una regressione sconcertante che si pasce del risultato di provocare con mezzi che non scandalizzano più nessuno. Per non parlare delle letture o dei READING.

Mike Kelley : Educational Complex Onwards



E se ci annoiamo non ci fidiamo neanche più della nostra sacrosanta noia perché temiamo che evidentemente qualcosa sia troppo intellettuale per noi, se non capiamo idem, e l’arte del luogo della comunione della verità umana è diventata una specie di golpe permanente di separatismo tra la classe intellettuale e il popolo.

La prima cosa che ti dicono a scuola di recitazione ormai è che “il personaggio non esiste”, e la minuziosa e fanatica ricerca della vertà dell’essere umano soccombe davanti a una perpetua straziante e violenta esposizione di un sé fasullo.

In un suo libro, Calasso descrive una società Veda che è esistita per centinaia di migliaia di anni dedicandosi quotidianamente e ininterrottamente al rituale, tramite i suoi capi spirituali che erano gli intercessori sciamanici esperti di mnemotecnica, che trasmettevano memorizzandoli centinaia di migliaia di versi creando, come un gigantesco monastero, un perenne polmone sconosciuto al resto del mondo che pompava centinaia di migliaia di versi e mandava avanti una società che si occupava praticamente solo di mantenimento primario e incessante purificazione dal dolore dell’uomo attraverso un’infinita performance.

Il punto di tutto questo pippone è che in questo senso l’arte performativa o interpretativa, se, come nell’esempio sopracitato, è intesa come forma di conoscenza, è anche nel frattempo, e di questo siamo facilmente dimentichi e rincoglioniti, dimensione esistenziale più reale di quello che concepiamo come reale oggi, nell’epoca del calcolo artificiale, dove siamo profondamente condizionati da un’idea di realizzazione immaginaria e tecnologica più che da una realizzazione vitale, esperienziale, di conoscenza (nel senso arcaico, fisico, psicofisico, basso e sublime insieme, di quei tempi in cui per dire che si era andati a letto con una si diceva “l’ho conosciuta”).

Siamo nella quotidianità esposti sensorialmente a un livello di intensità di vita molto inferiore al livello di vitalità che la sua rappresentazione ci potrebbe offrire, una super verità che è ancora più reale e più vera in quanto più vitale, della realtà, in particolare di quella di oggi.

Obiettivo che tante volte si raggiunge poche volte nella vita di un artista magari eh, balena bianca di ogni attore, raggiungibile solo attraverso una dedizione fanatica e una concezione della serietà del lavoro, senza perderne il fondamentale canale di gioia e guarigione, fondamentale per accedere a una forma di conoscenza esistenziale.

E oltretutto, in questo senso la mutualità benefica tra artista e società è inevitabile; l’artista, nella necessità basilare di restare autenticamente connesso, alla ricerca della propria verità costantemente a rischio di soffocamento commerciale e annichilente, produce qualcosa che poi risponde al sano bisogno, anti snob, anti elitario, anti massonico di condividere la propria arte, senza tenerla per sé come una masturbazione ma condividendo quindi la propria purificazione con altri.

Che questo collasso di senso possa recare grande sollievo a tutti noi dal crogiuolo di angoscia esistenziale e confusione di questo MORTORIO di realtà, per smettere di inseguire queste false chimere e gioire di nuovo a teatro come in una festa.

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