Considerazioni sparse sul concorso docenti


Addì 19 marzo 2025, h. 11:30

Imbocco la porta di ingresso del Liceo scientifico XXX, Treviso. L’edificio è di quelli nuovi, anni Novanta, calcestruzzo e colori vivaci che tentano di dare una parvenza di piacevolezza a un incastro di parallelepipedi su cui si aprono finestroni ermetici. Agli aspiranti professori convocati per il concorso è dedicato un tavolo nell’atrio. Due ragazzi sono già seduti, capelli lunghi, barbe incolte, compulsano nervosamente un manuale di filosofia comprato per l’occasione, uno di quei bigini da 30€ a copia che le case editrici stampano in grandi quantità ogni volta che viene bandito un concorso pubblico. Saluto (risposte distratte), mi siedo (gli sguardi non si alzano dalle pagine), apro il mio tomo (Stalingrado, Vassilij Grossman), mi metto a leggere. Il dirigente non ci mette molto a raggiungerci, seguito dal segretario. Fatto l’appello, ci trasferiamo in dirigenza, dove estraiamo le tracce su cui dovremo preparare la “simulazione di lezione” entro le 14 del giorno seguente. Scelgo la 247 e scopro che mi troverò – per finta naturalmente – in un Liceo scientifico a indirizzo sportivo (curioso, non sapevo che esistessero licei scientifici a indirizzo sportivo), a spiegare a 30 ragazzi “Carnap: metafisica e linguaggio”. Sorriso di circostanza mentre dentro di me penso: ma quando mai alle superiori si fa Carnap?

Addì 20 marzo 2025, h. 14

L’atrio del Liceo è pieno di adolescenti che defluiscono verso l’uscita. Al tavolo oggi ci sono cinque ragazzi, tre in più di ieri. Mentre mi avvicino faccio un rapido e preciso calcolo a mente: sono l’ultimo dell’appello, ogni prova dura 45 minuti, farò sera.

«Buondì, come va?», chiedo per rompere il ghiaccio. Gli sguardi nervosi e le lingue contratte del giorno prima si sciolgono rapidamente mentre aspettiamo il momento dell’appello. «Che traccia hai estratto?» – «Io Maritain…» – «Chi?!» – «Guarda, mai studiato in vita mia, neanche sapevo che esistesse. Tu?» – «Carnap: metafisica e linguaggio» – «Uhm, tutto sommato m’è andata bene…».

La prova si articola in tre parti calcolate al cronometro (non è un’iperbole: il presidente di commissione tiene il tempo con un timer). Per i primi venti minuti presenti la simulazione di lezione, poi hai venti minuti per rispondere a due domande su un argomento qualsiasi del programma di storia e di filosofia, negli cinque minuti conversi in buon inglese, o almeno si spera. Tempo totale del colloquio 45 minuti.

Il primo a essere chiamato è J. È professore associato all’Università di XXX e insegna da più di dieci anni. Alla fine della giornata saprà di aver preso poco più di 30/100. Toccherà poi a M., che scoraggiato esce dall’aula chiedendo lumi su Ivan IV di Russia: spazio dedicato sul manuale medio di storia: un paragrafo. F. è parzialmente positivo: «Ma sì, alla fine una volta che sei lì l’importante è divertirti», ripete. Gregorio VII e i rapporti tra papato e impero infrangeranno il suo spirito gaudente.

Quando tocca a me il sole è ormai tramontato. Entro nell’aula, ad accogliermi il dirigente, due professori di storia e filosofia, una professoressa di inglese e l’immancabile segretario. Estraggo le domande. Inizio da storia: la Comune di Parigi. Questa la so, ci ho anche scritto un articolo. Sorrido e penso «Chebbotta di culo!». Tocca a filosofia: la giustizia nell’Etica Nicomachea. Il mio sorriso si trasforma in una smorfia, l’ultima volta che ho letto l’Etica era il primo anno di filosofia, sono passati tredici anni, che cosa cazzo diceva Aristotele sulla giustizia? Abbozzo, inserisco la chiavetta USB e il cronometro parte.

Gli esiti delle prove vengono affissi mentre sono in bagno. Mi avvicino e i ragazzi mi fanno i complimenti, cerco il mio nome nell’elenco, ho preso 75/100 (evidentemente Aristotele non diceva che la giustizia rispecchia il giusto mezzo, peccato). Sono l’unico che ha preso la sufficienza ma il punteggio è basso e i posti sono sette su tutta la Lombardia (diverse centinaia i candidati ammessi all’orale). Le probabilità di essere nella rosa dei vincitori sono pari a zero. Se almeno fosse un concorso abilitante potrei iscrivermi alle graduatorie di prima fascia, peccato sia un concorso straordinario e non vincerlo equivale a non farlo.

Per tornare in albergo scrocco un passaggio a uno dei ragazzi. Il tono dei discorsi è tra il disilluso e lo scoraggiato: recriminiamo per un sistema di reclutamento che sembra pensato per escludere la gran massa dei candidati più che per selezionare i più preparati, e proviamo a immaginare delle alternative. I progetti di una scuola futura restano sospesi in aria mentre ci salutiamo e ci auguriamo le migliori cose. Salgo le scale dell’albergo, entro in stanza, accendo la luce e spero nel prossimo concorso.

Questi i fatti, ora qualche considerazione. Da qualche anno a questa parte è ormai inveterato l’uso di reclutare il personale pubblico tramite concorsi. Apparentemente è questo un modo elegante ed efficace per non incorrere in favoritismi e clientelismi. Se ci si riflette più attentamente però ci si rende conto che le cose non stanno esattamente così. Non solo perché fatta la legge trovato l’inganno (Fanpage ha dedicato un’inchiesta al «mercato nero dei titoli scolastici»), ma soprattutto perché il sistema dei concorsi obbliga a stabilire criteri astratti, e che risultano a conti fatti arbitrari, per valutare i candidati. Sono molti i siti, i giornali, le riviste che hanno ricostruito il meccanismo di reclutamento dei docenti, ma vale la pena fare il punto anche qui.

Il prerequisito per insegnare è la laurea, che dà accesso a una classe di concorso, ossia alla possibilità di insegnare alcune materie. Nel mio caso, essendo laureato nella magistrale di filosofia e in quella di storia, ho accesso alla classe di concorso A019, cioè “Storia e filosofia”. In parole povere, con le mie lauree io posso insegnare storia e filosofia al liceo. Fin qui nulla di strano. Le cose iniziano a farsi incomprensibili quando si scopre che avere accesso a una classe di concorso non significa essere “abilitato a insegnare”. La laurea (e il dottorato) infatti, sebbene siano dei titoli legalmente validi che attestano il percorso di studio e ricerca universitario, non certificano la capacità di insegnare quelle stesse cose studiate ai gradi scolastici inferiori, nemmeno se si è candidati per un posto alle scuole elementari o medie.

Per ottenere un certificato che garantisca legalmente questa capacità, i governi che si sono succeduti nel corso del tempo si sono inventati diversi modi, sempre più complessi. Ha iniziato il governo Renzi, introducendo 24 CFU (crediti formativi universitari, cioè esami) in pedagogia, psicologia, metodologie didattiche e antropologia. I 24 CFU sono poi diventati 30 e recentemente, nel 2023, 60, in pratica un anno di università. Subito pronte e performanti le università private hanno iniziato a erogare corsi, che dietro lauto pagamento garantiscono il superamento degli esami e l’abilitazione all’insegnamento. A pensar male, diceva Andreotti, si fa peccato ma ci si azzecca, e l’idea che i governi abbiano introdotto questo sistema di abilitazione come regalo alle università private non appare così peregrina.

Ma non è questo l’unico modo per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Anche i concorsi sono abilitanti. In altre parole, un candidato che non vinca un concorso, che non ottenga un posto a tempo indeterminato, ma le cui prove risultino comunque sufficienti (più di 70/100), è abilitato all’insegnamento. Questo almeno nel caso dei concorsi ordinari. Peccato che l’ultimo concorso ordinario data cinque anni fa, e quelli ora banditi sono finanziati con i soldi del PNRR, quindi sono straordinari e quindi non sono abilitanti.

Ma perché è così importante l’abilitazione? Perché c’è un altro modo per diventare insegnanti oltre a vincere un concorso: ci si può cioè iscrivere alle Graduatorie Provinciali di Supplenza, le GPS. Ora, le GPS sono divise in due fasce: la prima, a cui hanno accesso i docenti abilitati e la seconda, vero e proprio caput mortuum delle speranze di essere assunto almeno per un anno, in cui vengono iscritti tutti gli insegnanti che non sono abilitati. Dato che a settembre vengono chiamati prima i docenti di prima fascia e poi, se resta qualche buco da coprire, i docenti di seconda, ben si capisce quanto sia importante essere abilitati: da lì passa il sottile confine tra lavorare e non lavorare.

Infine, nel girone più basso di questa bolgia infernale, ci sono gli interpelli, vero e proprio regno dell’arbitrarietà e del contratto di breve durata, con cui solitamente vengono coperti i posti di sostegno delle elementari. Ma di questo non ci occuperemo. Torniamo invece al nostro concorso.

Le prove sono due: un quiz a crocette uguale per tutti i candidati su psicologia, pedagogia, metodologie didattiche, inglese e informatica («Qual è il software che permette di animare le slide di una presentazione: a) Canva; b) iTunes; c) Adobe; d) Word»: conoscenza fondamentale per insegnare Socrate o anche le regole della pallavolo) e un colloquio orale. L’aleatorietà delle prove, lo scollamento tra ciò che viene richiesto e ciò che effettivamente si andrà a fare, l’assurdità di un meccanismo che premia chi ha la fortuna di pescare le “domande giuste”, è così evidente che non c’è bisogno di sottolinearla. Più interessante forse provare a ragionare sul motivo per cui è stata scelta questa formula così barbara di selezione e sulle possibili alternative.

Nonostante la cronica penuria di docenti e la conseguente rincorsa ad accaparrarsi supplenti più o meno brevi, il mantenimento di una massa di precari ha una serie di indubbi benefici. In primo luogo permette un gran risparmio alle casse dello Stato. Con il contratto in scadenza al termine delle lezioni (o per i più fortunati al 30 giugno), il precario si dovrà arrabattare con Naspi o lavoretti se vuole mantenersi vivo nei mesi estivi. Non solo. Anche senza immaginare trame occulte intessute da mani laboriose dietro le quinte, è chiaro che un lavoratore precario sarà meno disposto a mobilitarsi per difendere i propri diritti, sia perché deve evitare possibili conflitti con i suoi immediati superiori (vicedirigenti e dirigenti) ma soprattutto perché, sballottato da una scuola all’altra di anno in anno, avrà molte più difficoltà a stringere legami di solidarietà con i colleghi, legami che da che mondo e mondo sono le premesse per qualsiasi lotta.

C’è poi un ulteriore elemento da considerare. La scuola, almeno in Italia, è un servizio pubblico, garantito dallo stato sociale. Nell’infausta epoca di neoliberismo in cui viviamo da ormai quattro decenni, tutto ciò che è pubblico, funzionale alla riproduzione della società ma non immediatamente del capitale, ossia tutto ciò che non è una merce o che non è mercificabile, è guardato dai nostri governanti come il diavolo guarda l’acqua santa. È la stessa storia della sanità pubblica, anche se in quel caso i processi di privatizzazione sono più avanzati: si manomette per incuria o incapacità il funzionamento del servizio, per poi denunciarne i mali e le inefficienze, proponendo come soluzione la privatizzazione. Sottofinanziamento della scuola (8 miliardi tagliati solo nel 2008, con una progressiva diminuzione del finanziamento pubblico che è passato da 72 miliardi nel 2009 a 66 nel 2017), cattedre bandite con il contagocce (sette in storia e filosofia per il concorso bandito nel 2023, tredici nella stessa classe di concorso per il concorso bandito nel 2024), e prove al limite dell’assurdo (1042 erano i candidati per tredici posti disponibili per storia e filosofia nell’ultimo concorso) sono tutte misure che si inseriscono perfettamente all’interno di questa logica di smantellamento del servizio pubblico. Come si diceva poc’anzi, i concorsi non servono per selezionare i più preparati, ma per bocciare la maggioranza dei candidati, che potranno anche essere i Luciano Canfora delle scuole superiori, ma che onniscienti mai lo furono, ma lo sono e mai lo saranno.

Che fare quindi di fronte a questo sfacelo?



La risposta è complessa, ed è resa ancor più difficile dal fatto che in uno stato di crisi non versa solo la scuola ma l’intera società. Un movimento che lotti per il cambiamento dell’esistente, dell’esistente nel suo complesso e non solo di alcune sue parti, appare sempre più necessario. Si potrebbe cominciare con l’elaborare alcuni punti imprescindibili di un programma di trasformazione della società e che, per quanto riguarda il nostro discorso, ripensi il sistema di reclutamento dei docenti. Un sistema che dovrebbe prevedere classi più piccole, con un massimo di quindici alunni per favorire un insegnamento delle materie variegato, che tenga dentro tanto la lezione frontale quanto i laboratori. Un sistema in cui gli aspiranti docenti si iscrivono a una lista provinciale e vengono assegnati provvisoriamente a una classe, accompagnati per uno o due anni da docenti più esperti che svolgano la funzione di tutor e che permettano loro di impratichirsi sia con gli aspetti burocratici del lavoro, che con l’insegnamento (pare una banalità dirlo, ma non basta conoscere librescamente tutte le correnti pedagogiche per saper insegnare), e che vengano valutati alla fine del percorso biennale da una commissione di fronte a cui presentano una lezione “come-se-si-fosse-­in-classe” (ma per davvero, con la spiegazione effettiva dell’argomento, e non la spiegazione di come si vorrebbe spiegare l’argomento).

Allo stato attuale della scuola una proposta del genere appare semirivoluzionaria, me ne rendo conto. Ma questo è più indicativo dello stato di degrado della scuola pubblica che non della sua effettiva radicalità. E in ogni caso, se anche così non fosse, se viceversa fosse un progetto effettivamente rivoluzionario, direi che sarebbe solo un motivo in più per lottare affinché venga realizzato.

Autrici e autori

  • Laureato in Filosofia, in Scienze filosofiche e poi anche in Storia per onorare il proverbio secondo cui non ci può mai essere il due senza il tre, si occupa di politica mentre attende sia il momento di fare la rivoluzione. Nel frattempo fa anche MMA, per cui quando sarà il momento converrà essere dal suo stesso lato della barricata.

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