Il viandante

viandante

Il Viandante è un tema dell’I Ching che presenta un aspetto metaletterario, perché l’I Ching stesso è viandante, diviene e incede nei suoi mutamenti. Chi decide di seguire la catena dei suoi simboli, seppur in ordine randomico come fosse una rayuela, si fa viandante a sua volta e rende l’I Ching, perciò, una via. Non serve dilungarsi sulla diffusione di questo argomento nell’arco delle cosiddette (talvolta impropriamente) culture orientali: intraprendere una via e farsi viaggiatore dello spirito è stata la prima nozione che gli Occidentali hanno afferrato dell’ampio messaggio induista e buddhista, poiché era quella che forse più docilmente si offriva alla loro comprensione, dal Pellegrinaggio in Oriente di Hesse ai Vagabondi del Dharma di Kerouac. Ma evitando le scorciatoie, per muovere foss’anche un solo misero passo su una delle via maestre, irta di segnali contraddittori, il fatto di grattare la superficie delle parole contenute nel capitolo 56 dell’I Ching può forse premiarci dello sforzo. Bisogna subito chiedersi come mai, per dipingere l’immagine di un viandante, l’I Ching si serva degli elementi naturali della montagna e del fuoco, e non – più intuitivamente – di vento e terra. Inoltre, il testo di questo capitolo presenta criticità ai limiti dell’ermetismo, soprattutto quando si nomina un fagiano che il viandante ucciderebbe alla prima freccia per portarlo in dono a un principe, poi un uccello cui brucia il nido e infine una vacca che il viandante perderebbe a causa della sua leggerezza, passando dal ridere al piangere e gemere. Si intravede forse una filigrana esoterica, dietro il conio apollineo del commento confuciano. D’altronde viene quasi d’obbligo che il viandante si identifichi con un adepto. Forzo anch’io il guscio, allora, aiutandomi con un’analisi della famosa indologa Wendy Doniger, secondo cui nella concezione dell’India classica gli animali si dividevano in due categorie: da una parte i pashu, cioè le bestie che si tengono in vita finché non conviene ucciderle, come le greggi e il bestiame. Dall’altra invece i mrgha, cioè gli animali che si cacciano. Dal primo termine origina la radice di pecus, da cui “pecora” e “pecunia”, il secondo invece si lega al termine margha che indica il “sentiero” e, per astrazione, la via da intraprendere per mettere a frutto qualunque azione fisica e spirituale. Verrà infatti tradotto in Cina con il termine “Tao” e in Giappone con il suffisso “-”(aikidô, shodô, kendô, etc.). Questo significa che le grandi vie della disciplina, dallo yoga allo Zen, devono la loro identità al rapporto figurato fra uomo e animale. Pashu, infatti, è l’animale così simile all’uomo, così tanto inserito nella domus in quanto “domestico”, che mangiarlo sfiora il cannibalismo e richiede un rito che esorcizzi l’incesto connaturato durante l’addomesticamento della fiera. Mrgha, invece, è l’estremo opposto: è l’animale ferino, antipode dell’uomo, ignoto e perciò, in quanto ganz Anderes, divino. Quando lo si sacrifica occorre stavolta un rito per scongiurare l’empietà. Gli dèi, ormai si sa, nascono come animali assolutizzati. La via dunque nasce come sentiero per seguire la traccia della preda, e la preda per antonomasia è il cervo (in spagnolo e portoghese infatti si dice venado, in francese venaison, mentre nell’inglese Dear vi è la stessa radice del tedesco Tier, cioè “animale”, l’animale per eccellenza). Come forse spiegherà meglio l’articolo di Geografia in questo numero, le stesse migrazioni umane che hanno aumentato le probabilità di miscuglio fra i primati, alzando le chance di comparizione dell’homo sapiens, sono iniziate con l’andare dietro alle prede di quella mega fauna ormai estinta, mentre scappava dalla nostra persecuzione. L’uomo è viandante perché è affamato. Ma il tragitto mistico che qui ci apre l’I Ching non si muove in piano. La montagna con in cima il fuoco è, per l’appunto, un’ascesi. Dalle “nostre” parti, ci ricorda il roveto ardente in cima al monte Sinai. Mosé si fa viandante per andare incontro al ganz Anderes, e poi torna nell’ovile del consorzio umano per civilizzarlo. Ha a che fare con entrambi i tipi di “animale”. Muovendoci verso est, invece, la montagna è la torre del silenzio zoroastriano, in cima a cui sta l’avvoltoio che becca i cadaveri, oltrepassati all’acme della vita. Ma in cima alla vetta non può esserci il fuoco sacro zoroastriano, perché è troppo puro per bruciare i sozzi corpi, perciò la cremazione è vietata. Avviene lo stesso scollamento con cui l’I Ching giustifica l’utilizzo di questi elementi naturali per far nascere l’idea del viandante: «Il monte sta quieto, il fuoco sopra divampa e non dimora», si legge infatti all’inizio, «Per questo non rimangono insieme. È uno straniero, e separarsi è la sorte del viandante». Ecco, quindi, che se la montagna conduce al fuoco sulla sua cima, ma poi questo se ne distacca, il contenuto nascosto della figura allude alla liberazione in cima alla strenua salita di un percorso iniziatico, poiché il fuoco è – adesso possiamo dirlo – l’illuminazione. Il quadro migliore ce lo offre il Picco degli Avvoltoi, sito nel Bihar, dove Siddharta si recò per ben due volte. Il monte è il picco stesso, poi iconizzato dallo stupa, il fuoco è il nirvana ottenuto, in quell’occasione, da Shariputra, il più savio fra gli allievi del Buddha, e il viandante è la messa in moto della Ruota del Dharma. Rileggendo a questo punto il testo dell’I Ching, il principe svolge il ruolo del mentore, la locanda quello della Legge, che a un certo punto brucia perché, come sappiamo, della zattera dell’insegnamento bisogna poi sbarazzarsi.

Ma l’I Ching ci lascia con un ultimo enigma: «Il viandante riposa dove poi ha trovato alloggio», dice infatti, aggiungendo poi sibillino: «Egli ottiene il suo possesso e un’ascia», e infine: «Il mio cuore non è lieto». Se qualcuno riuscisse a spiegarmi queste ultime parole, gliene sarei riconoscente.

di Federico Filippo Fagotto

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