Il mito delle due culture e la filosofia dei giornali

di Elio Franzini

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Gazzettieri sono, per Leopardi, non tanto coloro che usano travestimenti per ingannare gli altri, ma quelli che vanno «mascherati con una stessa forma di maschera, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l’un l’altro, e conoscendosi ottimamente tra loro». Essi inaugurano, continua Leopardi, una «filosofia de’ giornali, i quali uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono i maestri e la luce dell’età presente». Di fronte a questo male della modernità si potrebbe contrapporre, oltre al silenzio del lavoro, il rider alto, cioè la capacità di affrontare la banalità non con un servile fatalismo imbelle, manierista e ripetitivo, ma con la forza, al tempo stesso ragionevole e passionale, di uno sguardo consapevole, sapendo che «la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso»: «ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedran ridere così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano taceranno, resteranno come mortificati, non ordiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti senza eccezioni».

Il rider alto è anche ciò che Kundera ha chiamato saggezza dell’incertezza: in filosofia ciò significa rifiuto del pensiero unico, consapevolezza che pensare esige una pluralità di punti di vista possibili, mai uccidendo la varietà e le differenze, sapendo che “nuovi” elementi di pensiero non superano né annullano i precedenti.  La filosofia, pur disciplina diacronica, certo non si riduce alla sua storia ma, proprio perché la attraversa, deve sapere che i concetti che la costituiscono si sono formati nel tempo e attraverso il tempo. Neppure le nozioni di logos e di episteme, di ragione e di scienza, sono sempre state uguali a se stesse, al di là dei miti delle origini. E tutto ciò che è storico può essere, per sua stessa natura, messo in discussione, argomentato, criticato.

Quando dunque Heidegger affermava che il concetto moderno di scienza non raccoglie in sé né l’antica episteme né la medievale doctrina, manifestava un punto di vista, che tuttavia non può essere ignorato, così come le sue parole fanno riflettere nel momento in cui ricordano che la scienza, con il suo operativismo sperimentalistico, rischia di diventare soltanto «ricerca», rinchiusa nella limitatezza dell’ente. Una ricerca il cui concetto va a sua volta considerato su un piano storico: e la storia parla nella forma della domanda, ed è in questa forma, di conseguenza, che si deve porre la questione.

Esisterà dunque sempre una servetta tracia a domandarci: ma che cosa servirà mai questo interrogarsi? Non è già tutto chiaro o, meglio, non vi sono le scienze a chiarificare e a spiegare? A dire che cosa è utile o inutile? Almeno in apparenza, questa domanda, come l’interpretazione di una poesia, “non serve”. Non “succede niente” se non rispondiamo. Eppure, siamo davvero sicuri che non serva? Che qualcosa non accada? Che anche una cattiva lettura di una poesia non porti conseguenze? Che la sua “spiritualità” non sia elemento di primaria definizione? Che il suo “esibirsi”, attraverso il linguaggio e la poeticità dell’uomo, non sia il segno di una profondità che senza la filosofia rimarrebbe inindagata?

Rispondere radicalizzando le metodologie – definitoria e proposizionale da un lato e decostruttiva o storico-ermeneutica dall’altro – è storicamente illegittimo come ignorarne la differenza. Non esistono certo le due culture, che tanto si amavano in una stantia polemica degli anni Sessanta del secolo scorso. Ma respingere le dicotomie, e le chiusure “umanistiche” verso la cultura scientifica, non deve annullare, bensì al contrario potenziare, il valore epistemologico delle differenze e dei differenti modelli di analisi connessi alle specificità degli oggetti. Senza una consapevolezza dei processi genetici attraverso i quali si determinano gli orizzonti e i modi della conoscenza, non può esservi una reale comprensione delle questioni che si analizzano e dei metodi che ne svelano le specificità.

Non si tratta allora di costruire nuovi dualismi, ma di comprendere sino in fondo i pericoli, come sottolineava Preti, di punti di vista che cercano di «fondere», invece di rilevare le differenze di struttura descrittiva, con il fine non di costruire nuovi paradigmi, ma di comprendere i molteplici rapporti tra le funzioni della ragione e i valori che in esse sono posti. Se infatti ci limitassimo a portare alle estreme conseguenze l’esperimento mentale suggerito da Hans Blumenberg e pensassimo il corso della filosofia moderna come l’attuazione del programma metodico cartesiano, dovremmo dedurre che le regole del Discorso porterebbero la lingua filosofica a un’ideale di perfetta oggettività in cui «tutto può essere definito, quindi tutto deve essere definito» e, di conseguenza, «non c’è più nulla di logicamente in sospeso». Tutte le locuzioni “traslate”, tutta la dimensione umanistica e storica del sapere, sarebbero sostituibili in termini logici, in quanto espressione di quella précipitation che Cartesio condanna nella prima regola. Il risultato, del tutto evidente, è che, rinnovata la paideia, eliminati con ciò i residui della retorica, la filosofia dovrebbe «perdere anche ogni interesse reale a ricerche di storia dei suoi concetti».

Il che non è, e non deve essere. Preti affermava che in filosofia logica e sapere storico-retorico si oppongono nel momento in cui quest’ultimo è soggettivismo astratto ed enfatico. Quando invece è in grado di comprendere le strutture trascendentali che attraversano il suo orizzonte di esperienza, il contrasto diviene determinazione descrittiva delle differenze, che sul piano storico si è anche tradotta in conflitti – i simmeliani conflitti della cultura – che non vanno annullati in monismi astratti, in metafisiche confuse, in formule vuote, in prospettive degne di quelli che chiamava «filosofi in minigonna».

A un monismo falsificante, a un postmodernismo confuso, a un elogio delle tracce e dei rizomi bisogna quindi contrapporre il senso specifico del valore gnoseologico della filosofia, in modo da evitare quegli ingenui esiti metafisici in cui, come scriveva Dal Pra, «le funzioni vengono tramutate in oggetti e le strutture vengono tramutate in cose». Ben si sa – è ancora Preti a parlare – che la civiltà è nata «in un miscuglio di valori, di norme, di procedimenti, di idee che è irto di contraddizioni».  Ma questa consapevolezza, se da un lato permette di rifuggire sia una metafisica monistica sia uno sterile dualismo o un culto acritico per ricerche sperimentali, deve anche evidenziare, proprio perché la filosofia è «passione per le differenze», non solo la loro confusa presenza, ma i legami, possibili o impossibili, che esse possono tra loro instaurare, costruendo le svariate, ma non sovrapponibili, strutture assiologiche della conoscenza. Husserl, nella Terza delle sue Ricerche logiche, ricorda infatti che per costruire un «intero» non basta raccogliere parti alla rinfusa: è invece necessario che un aggregato di oggetti (contenuti) sia abbracciato da una fondazione unitaria. Ciò si verifica se, e solo se, dato un qualunque oggetto (contenuto) appartenente all’aggregato, sussiste tra quell’oggetto ed ogni altro oggetto appartenente all’aggregato un rapporto di fondazione (mediato o immediato). Per definire quello che chiama intero in senso pregnante o intero-di-fondazione si dovrà dunque cercare, tra gli oggetti aggregati, tra le parti, una fondazione unitaria, che si potrà avere soltanto se tali parti o si fondano tra loro organicamente o si connettono attraverso forme di collegamento, che l’esperienza comprova e che siano «momenti di unità». In altri termini: un insieme «fondato» non è una «mera somma»: non si ha un intero, scrive Piana commentando il passo husserliano, se «gli oggetti che intervengono nel complesso non sottostanno ad alcuna unificazione intrinseca», «per il semplice fatto che sono considerati prescindendo da ogni determinazione contenutistica». Forse, al di là delle facili formule, e della «filosofia dei giornali», è a questa determinazione che bisogna pensare.

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Autore

  • È professore ordinario di Estetica all'Università degli Studi di Milano, ex Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. I suoi studi, provenienti dagli insegnamenti di Piana e Formaggio, si sono concentrati sulla fenomenologia, con particolare riguardo alle teorie dell'immaginazione e della rappresentazione.