L’abbondanza

Se un milione di oggetti vengono da te, cosa fai?

Che maledetto rebus quello del maestro Yang-Shan al suo allievo, un bel kōan appena sfornato!

Dunque, vediamo: le cose da dire sono troppo abbondanti e forse il conta-caratteri scoccherà prima della fine di questo viaggio.

Il buddhismo insegna a considerare le “diecimila cose” come la totalità dell’universo, mentre qui addirittura ne abbiamo… un milione! Dalla bodhi-metafora fuoriesce una puzza di “cattiva infinità” (per fortuna su Hegel non si paga il copyright), cattiva infinità come quella dei Diecimila punti cattivi dipinti da Gōng Xián della Scuola di Nanchino, in cui il molteplice confonde e irrita perché disperde l’unità. Confonde e irrita, a meno che non lo si intenda come pienezza capace di andare al fondo dell’unità stessa. Stipato l’esubero dentro i cassetti o sotto il tappeto, come nelle pulizie di primavera degne di questo nome, si scopre allora che «ciascun cassetto contiene qualcosa d’importante», come dice Nyogen Senzaki nel commento al kōan di Yang-Shan. Ecco che l’essere straborda, straripa ed empie di sé. Già al di là dello Himalaya, l’unità cosmica del Brahman veniva descritta nei termini di “pienezza” (bhuman) e “profondità” (atigambhira) e da qui partiamo anche noi, perché il tema centrale del presente numero, tratto dall’esagramma 55 dell’I Ching dal titolo: L’abbondanza, si confronta stavolta con l’esagramma chiamato: Il pozzo, nell’idea di una ricchezza soggiacente, talvolta celata, tutta da rinvenire dalle profondità del suolo. Chiamate uno scout, uno speleologo… un rabdomante!

Sengai Gibon (1750-1837 ), "Hotei si risveglia dal sonnellino", pittura a inchiostro e acqua (Sumi-e)

Sengai Gibon (1750-1837), “Hotei si risveglia dal sonnellino”, pittura a inchiostro e acqua (Sumi-e)

Scende in campo Śan˙ kara, noto ai tifosi come “Cercatore della pienezza”, ma ecco che Rudolph Otto, storico delle religioni acuto e pizzoso (era pastore protestante), temendo il dribbling del mistico indiano, lo fa marcare a uomo dalla plenitudo esse del nostro Meister Eckhart, nel bel testo di confronto fra Mistica orientale e mistica occidentale. Otto stabilisce così alcuni tattici parallelismi, come quello fra il principio eckhartiano di un divino copiosior secundum rationes e l’ālaya-vijnāna dello Yogācāra, descritta come “La stanza del tesoro della coscienza”. Se al momento di far mente locale, per scoprire dentro di sé il tesoro della coscienza, la mente stessa si fa bicamerale a partire dalla separazione Oriente-Occidente, occorre una razionalizzazione. Quale modo migliore se non dare a ciascuno la propria… razione? Così fece Mao con la riforma agraria del ‘49, per garantire “una ciotola di riso per ogni cinese”; davvero un’imprudente fish alle soglie del boom demografico. Non dategli dello sciocco però, mi raccomando, altrimenti risponderà che: è proprio sulla bocca di quelli come lui che risus abundat. I cinesi in questo sono maestri. Guardate quanti chili ha messo su il Buddha passando dall’India alla Cina. Il “Buddha-grasso”, che è anche il “Buddha-sorridente”, trova la sua immagine migliore in Budai, monaco ridanciano e paffutello che caccia dalla sua “bisaccia di pezza”, cui deve il suo nome, scorte di riso che manco Eta Beta o Doraemon. Nemmeno il tragitto fino in Giappone fa smaltire a Budai anche solo un grammo, in compenso lo ribattezza Babbo Hotei e lo include fra i Shichi Fukujin, le Sette Divinità della Fortuna, che riepilogano questa gaia immagine di opulenza e divina generosità. Fra di loro spiccano anche Fukurokuju, dio di ricchezza e longevità, Daikoku, santo protettore del commercio, ma soprattutto Ebisu, detto anche tai-no-kami, il “dio della risaia”, il quale tutela anche i pescatori e quindi, fra riso e pesce, praticamente l’intera dieta del Sol Levante.

Dato che dal milione, passando per il diecimila, abbiamo messo la palla nel “sette”, ricordiamo che questo numero è molto ricorrente in relazione all’abbondanza. La Saptapadi, ad esempio, è una delle principali formule rituali di cui si compongono i luculliani matrimoni hindu, capaci di andare avanti per giorni interi fra giostre di migliaia di convitati. «Oh!, tu che alimenti il cibo che sostiene la vita», recita il voto dello sposo durante il primo dei sette giri intorno al fuoco, «nutri i miei visitatori, amici, genitori e prole con cibo e bevande. Oh! bella signora, io, come forma di Vishnu, faccio questo primo giro con te per il cibo». Insomma: cuccagna e cuccaggio allo stesso tempo! Gli indiani amano insaporire la vita con questi bei mix, fosse per loro anche nel gelato metterebbero il masala, un composto farraginoso di spezie che include cannella, cumino, coriandolo, curcuma, cardamomo, chiodi di garofano e… guai a chi mette una spezia che non inizia con la stessa “C” del logo della Corte dei Miracoli. Qualcosa di simile la ritroviamo nella cucina washoku, che tramanda i valori tradizionali della gastronomia giapponese. Lo shichimi tōgarashi è il sapido composto di sette sapori (shichimi), fra cui semi di sesamo, canapa, papavero e pepe di Sichuan.

L’importante qui è però riuscire a distinguere i singoli sapori: il micragnoso giapponese prende le distanze dal gusto indiano per il pot-pourri. In uno studio sulle arti giapponesi si è spesso usata l’espressione “giustapporre per arricchire”, con cui descrivere l’abbondanza organizzata che si mostra ad esempio nel bentō, la scatola da picnic in cui i cibi sono rigorosamente scompartiti, o l’arte del kōdō, la “Via dell’incenso”, assai praticato alla corte Heian come gioco con cui affinare l’olfatto a distinguere i diversi odori mischiati fra loro.

Possiamo così tornare al nostro eroe, il povero allievo di Yang-Shan, cui in bocca al posto del cibo pende una risposta in sospeso. L’allievo infine disse: «Una cosa verde non è gialla!».

Che caspita vuol dire? Ha detto la prima caciotta che gli è venuta in mente per sembrare intelligente, o forse intendeva che, fossero anche un milione, l’importante è che fra tutti gli oggetti si riesca a discernere le differenze reciproche? Certo è che quando si è al verde, il giallo dell’oro non abbonda, e anche quando abbonda, può passare un Mercante da Venezia a ricordarci che non è tutto oro ciò che luccica. Bisogna quindi aguzzare la vista per trovare “Il Tesoro dell’Occhio della Vera Legge” (Shōbōgenzō), per rubare il titolo di una grande opera del monaco Dōgen, e descrivere la ricchezza della verità profonda che si trova dietro la realtà così come ci appare, nascosta in un pozzo.

Sengai Gibon ( 1750-1837 )_Tigre_pittura a inchiostro e acqua ( Sumi-e ) [anna lav]

Sengai Gibon (1750-1837), “Tigre” pittura a inchiostro e acqua (Sumi-e)

Eppure, proprio perché pecunia non olet, l’indifferenza formale permette al denaro di essere il simbolo maiuscolo dell’abbondanza, e questo non per la sua ricchezza intrinseca (o convenzionale) ma perché «è un repertorio di futuri possibili», come dice Borges nel suo racconto sullo Zahir, in cui la moneta da dieci centesimi che a Buenos Aires portava tale nome assume simboli diversi ed evoca così storie parallele. Lo Zahir diventa perfino una tigre, che si aggira dalle parti di Mysore; forse Borges aveva letto del ricco sultano Tipu, chiamato “la tigre di Mysore”, di cui ancora oggi si può vedere la fastosa tomba a Srirangapatna ricoperta da una pelle del suo felino preferito. Ed è proprio la tigre in Borges a richiamare l’immagine della sovrabbondanza: «Quella tigre era fatta di molte tigri, in modo vertiginoso; l’attraversavano tigri, era tagliata da tigri». Ecco allora un consiglio: se doveste passare da via Mortara a Milano e, per sventura, mettere piede nella tana delle tigri della Corte dei Miracoli, state attenti al crocevia di zampe e artigli che transita da quelle parti. Per aiutare il pubblico a orientarsi nella giungla della programmazione del nostro teatro, vi ricordiamo quindi che il lunedì teniamo un corso di bridge, il martedì letture filosofiche e jam session, mercoledì serate di ballo, giovedì cineforum, venerdì pièce teatrali, sabato… aspettate, non ho finitooo!

di Federico Filippo Fagotto