La classe operaia va a banda stretta

Strategie “smart” nell’età dell’abbondanza tecnologica

Nel 1995 un appena ventiquattrenne Elon Musk, fresco d’iscrizione al dottorato in fisica applicata, decide di abbandonare la carriera accademica per dedicarsi alla realizzazione della lista delle Five Things to Do to Change the World, da lui stesso redatta. È forse l’ambizione che permea la giovinezza a spingere Elon verso questo sogno impossibile: l’obiettivo è quello di cambiare radicalmente la gestione del flusso di denaro all’interno di internet,
dare nuova vita ai viaggi interplanetari, foraggiare e creare una vera alternativa di produzione attraverso le energie rinnovabili, controllare l’intelligenza artificiale e la biologia genetica. In vent’anni, Musk ha stupito il mondo con il raggiungimento di tre di questi cinque punti: ha creato PayPal, ha fondato Tesla e vuole portare l’umanità su Marte grazie alla sua azienda spaziale Space X.

Nel 1997, Larry Page e Sergey Brin fondano Google, il più famoso e utilizzato motore di ricerca della rete, rivoluzionando il modo in cui l’utenza accede ai contenuti web: un vero e proprio tsunami, capace di spazzare via ogni risultato indesiderato e di fornire esiti di ricerca pertinenti e accurati.

Nel 2004, Mark Zuckerberg crea a Harvard The Facebook, il primo vero social network: inizialmente pensato solamente per studenti universitari, nel corso degli anni Facebook è diventato il centro della vita degli internauti con oltre due miliardi di iscritti, modificando probabilmente per sempre il modo di interagire con i propri conoscenti, così come il mondo dell’informazione, del lavoro e del marketing.

Questi tre esempi rappresentano solamente la cresta dell’onda dell’innovazione tecnologica in atto costantemente sin dagli anni Novanta. Dopo l’invenzione del World Wide Web da parte di Berners-Lee nel 1989, infatti, il mondo della connessione virtuale ha iniziato a crescere rapidamente, arrivando a fornire possibilità inimmaginate: connessioni virtuali dall’altro capo del globo, acquisti online di prodotti che giungono a casa in tempi record, possibilità di apprendimento a un costo davvero vicino allo zero, esperienze lavorative da casa tramite terminale e moltissime altre ancora che sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno.

Si potrebbe definire l’ultimo quarto di secolo “l’età dell’abbondanza tecnologica”: al di là di uno sviluppo interno alla tecnologia stessa di internet, composto da nuovi servizi e differenti interfacce, il continuo progresso dei dispositivi rende ogni innovazione estremamente fruibile dagli utenti. Al di là delle scontate considerazioni possibili sui dispositivi mobili e fissi, quali smartphone, tablet, e-book reader, computer portatili e desktop, l’esperienza tecnologica si è allargata aumentando le possibilità di macchine già esistenti da molto tempo.

I primi che vengono in mente sono gli smartwatch: questi dispositivi hanno una lunga storia, ma il loro utilizzo di massa si attesta solamente alla fine degli anni Duemila, quando Sony Ericsson implementa le capacità degli orologi da polso in relazione al fitness e all’ascolto musicale. Dopo di loro, anche Google e Apple si sono lanciati nel mercato degli orologi “smart”, deviando rispetto a Sony verso una nuova visione degli smartwatch più improntata all’interconnessione fra dispositivi.

Gli smartwatch sono il perfetto esempio di una tecnologia che cresce e si adegua di pari passo al crescere delle manifestazioni di nuove possibilità: la connessione a internet e la sua necessità a livello lavorativo così come di svago ha reso necessario un aumento nel numero delle macchine adatte a compiere questo tipo di operazione.

Dall’avvento dei primi telefoni “smart”, il mondo della tecnologia è mutato all’insegna dell’immediatezza e dell’accessibilità, cercando di soddisfare sempre e comunque la sete di connessione e di comunicazione: ora come ora, un dispositivo incapace di connettersi rende quella stessa macchina, oltre che obsoleta, un oggetto inutile e incapace di stare al passo con i tempi e determina in un certo modo un’esclusione sociale da parte di chi usufruisce del mezzo. Lontani da una considerazione per la quale senza un mezzo tecnologicamente all’avanguardia un individuo non sia parte della società, è indubbio che senza una macchina adeguata ai tempi siano precluse determinate possibilità.

Gli esempi di innovazione tecnologica non si fermano a pochi anni fa, ma procedono inarrestabili, spesso e volentieri in modo elitario: i tre innovatori di cui si parlava poco sopra sono portatori di innesti – quali smartphone, smartwatch e tablet – che prenderanno decisamente piede allo stesso modo dei loro predecessori.

Nello specifico, Zuckerberg si sta facendo promotore dei meccanismi di realtà aumentata: nel 2014 conclude l’acquisto della Oculus Rift, azienda leader nel settore dei visori di realtà aumentata applicabili sul viso. L’intento di Zuckerberg è di portare a compimento tramite i visori VR l’operazione “Facebook Spaces”, capace di applicare la connettività dei social network a degli spazi interattivi e visionati tramite la maschera facciale.

Allo stesso modo, Brin e Page hanno brevettato i Google Glass: il prodotto, collegabile via Bluetooth a qualsiasi telefono cellulare, rende possibile una ricerca istantanea sul celeberrimo motore di ricerca grazie a un touch pad presente sull’asticella dell’occhiale. Come Zuckerberg, Brin e Page cercano di migliorare l’utilizzabilità della propria creazione tramite un rinnovamento che, questa volta, provi a ridefinire l’uso di un oggetto finora molto lontano dai concetti di connettività e ricerca internet.

Differentemente dai suoi colleghi, Elon Musk – il quale ha sempre dimostrato sensibilità verso il miglioramento del mondo e delle sue condizioni di vivibilità, piuttosto che per un semplice guadagno – ha fondato Neuralink, un’azienda neurotecnologica che aspira a essere il primo punto di riferimento per l’utilizzo di interfacce computeristiche all’interno del cervello umano con lo scopo, nel breve periodo, di risolvere malattie cerebrali e, nel lungo periodo, incrementare le capacità dell’intelletto umano.

A fronte di quest’abbondanza di mezzi, una considerazione necessaria è quella della loro effettiva capacità di essere a disposizione di un pubblico davvero ampio: così come i telefoni cellulari all’inizio degli anni Novanta  avevano costi elevatissimi che li rendevano inaccessibili ai più, anche i Google Glass e la maggior parte dei visori VR sono al momento particolarmente onerosi. Negli ultimi anni, per far sì che anche i cellulari all’ultimo grido siano accessibili a un pubblico più ampio, le compagnie telefoniche hanno adottato una strategia di rateizzazione dello smartphone che rende il costo diluibile nel tempo e quindi fornisce un’effettiva chance di acquisto. D’altra parte, il cieco desiderio del mezzo rende miopi di fronte all’effettiva spesa di un “abbonamento” di questo tipo, che porta il prezzo finale dello smartphone a raddoppiarsi rispetto a quello iniziale.

Non è scontato che nel corso dei prossimi anni si vedano strategie di vendita simili a questa per la distribuzione di Google Glass e visori VR, ma finché i prezzi saranno così elevati questa strategia sembra impossibile, anche perché nessuna azienda sembra avere una possibilità di interazione con questi nuovi mezzi – come lo hanno per esempio le compagnie telefoniche con i tablet e gli smartphone.

Il risultato è che l’innovazione tecnologica risulta per forza di cose elitaria, relegando chi non è abbastanza abbiente a un utilizzo delle macchine obsoleto, senza molto spesso conoscere come la tecnologia sia avanzata nel tempo. La forza dell’innovazione si mostra aristocratica nel suo nascere, popolare nel suo crescere, senza però dare mai effettivamente modo alle classi medie di essere al passo con i tempi. Un figlio più forte nasce ogni qual volta l’altro diventa indipendente.

Bibliografia

D. Kirkpatrick, The Facebook Effect: The Real Inside Story of Mark Zuckerberg and the World’s Fastest Growing Company, Virgin Books, London 2010.

J. Naughton, From Gutenberg to Zuckerberg: What You Really Need to Know About the Internet, Quercus Publishing, London 2012.

di Simone Canziani