Il terremoto in Centro Italia del 2016, un anno dopo

Riflessioni sparse sui beni culturali e il senso di appartenenza

Le seguenti riflessioni sono nate fra il 2 e l’8 luglio 2017 in occasione della partecipazione alla summer school “Tra Norcia e Camerino: una terra ferita, un patrimonio da salvare”, organizzata dalla Fondazione Zeri e ideata da A. De Marchi e A. Delpriori allo scopo di ampliare la conoscenza sul patrimonio storico-artistico di questa zona (ancora in buona parte inedito e poco studiato nelle università) e di toccare “con mano” i danni del terremoto e i meccanismi che si attuano intorno al patrimonio in situazione di emergenza, favorendo confronti e bilanci.

«L’immagine brucia. Brucia della distruzione, dell’incendio che ha rischiato di polverizzarla, da cui è scampata e di cui, perciò, essa è oggi capace d’offrire ancora l’archivio e la possibile immaginazione. […] Brucia del dolore da cui viene e che procura a chiunque si prenda il tempo di attaccarvisi. Infine, l’immagine brucia della memoria, vale a dire che essa brucia ancora, anche quando non è più che cenere: come a dire la sua essenziale vocazione alla sopravvivenza, al malgrado tutto»[1]. Queste le parole che mi tornano alla mente mentre, con i miei compagni di studi – laureandi, dottorandi, professori o appassionati di storia dell’arte da tutta Italia – mi aggiro fra le macerie di Visso e di Camerino (Marche), ancora sparse a terra dalla scossa catastrofica del 30 ottobre 2016 (6,5 di magnitudo), ancora protagoniste principali – insieme a facciate spezzate, absidi squarciate, case scoperchiate, palazzi inagibili – della non-vita di queste cittadine deserte, fantasmi di loro stesse da più di nove mesi.

Queste le parole su cui rifletto mentre, questa volta in Umbria, ci aggiriamo nel deposito del Santo Chiodo, un grande laboratorio antisismico alle porte di Spoleto pensato per il recupero dei manufatti artistici sfollati dalle chiese e dalle collegiate terremotate. Ascoltiamo informazioni sparse sulle opere più importanti e sulle modalità dei recuperi, camminando lungo una distesa geometrica di lenzuoli di cellophane che ospitano statue a pezzi, grandi pale d’altare appoggiate di taglio, orologi da campanile, candelabri, pesanti campane di bronzo cesellato e casse di legno ricolme di frammenti lapidei con sopra dei foglietti scritti a mano; “San Salvatore in Campi”, “Sant’Agostino”: sono i resti delle chiese umbre coinvolte nel cratere sismico.

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Deposito per i beni culturali del Santo Chiodo, Spoleto.

«L’immagine brucia»: il contrasto fra l’asetticità tecnologica del deposito, un hangar open space illuminato dalle luci al neon, e le opere, affastellate come tanti cadaveri della storia, rende più che mai eloquenti queste parole. Ogni pezzo nell’hangar, ogni persona che incontriamo, ogni palazzo spezzato ha il suo racconto da dirci; e ogni racconto è la storia di una perdita di qualcosa di cui la materialità è solo uno degli aspetti, probabilmente solo il più raccontabile.

«Spegneremo la luce di questo posto solo quando ogni singola opera sarà stata restituita al suo luogo di appartenenza, perché questo è il nostro senso», ci dice la direttrice del polo museale umbro Tiziana Biganti, che sovraintende ai recuperi delle opere al Santo Chiodo. «Queste madonne, queste croci, queste tavole, non sono solo documenti, ma sono anche pezzi della nostra identità, perché sono amatissime dalle persone a cui sono familiari; fossero anche solo tre persone, stanno aspettando il loro ritorno, e noi dobbiamo ridargliele». Parole così poco retoriche durante la rielaborazione collettiva di un lutto sono rare; il contrasto fra la loro semplicità e le implicazioni che portano su cosa sia il patrimonio artistico per una comunità mi colpisce in maniera profonda e, sul momento, difficile da razionalizzare. Identità: questo dovrebbe essere il nodo centrale di qualunque discorso sul recupero e la valorizzazione delle città e dei territori che ogni giorno ci circondano (ma che purtroppo, come queste zone continuamente ci insegnano, non sono eterni e immutabili); questo dovrebbe essere il faro che guida qualunque piano di recupero.

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Resti della chiesa di San Filippo nella zona rossa di Norcia.

Le testimonianze e le riflessioni che raccolgo nell’arco della settimana mi confermano che la dolorosa testimonianza della memoria, in questi casi, spesso si mescola con la commiserazione e l’evocazione di un mondo passato idealizzato (quasi mai realmente esistito), alimentando l’immobilismo amaro di chi ormai vede troppa decadenza nel presente perchè sia veramente possibile cambiare qualcosa nel futuro. È Il male comune delle tragedie: necessario per chi ci si trova immerso, comprensibile per chi le ha vissute, condannabile da parte di chi le racconta sui media, ingiustificabile da parte di chi è chiamato a pensare a soluzioni effettive e progetti di lungo termine – cosa che, nel nostro piccolo, eravamo chiamati a fare anche noi studiosi. Di troppa retorica si rischia di morire: lo sa bene chi ascolta da anni gli slogan della ricostruzione “dov’era, com’era” e intanto perde parenti, figli e amici sotto le macerie. Cosa potevamo fare allora, noi, per non essere retorici a nostra volta?

È evidente che sotto a tutta la retorica del patrimonio da salvare c’è un problema preliminare, più profondo della risposta alle domande capitali di cosa salvare e come salvarlo. Viene fatalmente dato per scontato che tutti gli attori della ricostruzione – in primis, politici e funzionari – siano d’accordo sul perché: perché salvare una piccola chiesa di un borgo quasi disabitato? E quindi, ampliando il ragionamento: qual è il ruolo del patrimonio in una società e come si fa a valutarne l’importanza? Spesso ci si appella a un’idea astratta e intellettuale di “valore”, come se la risposta avesse senso solo su un piano teorico, di moralità superiore: niente di più lontano dalla realtà e di più dannoso dal punto di vista comunicativo.

Quello che è stato colpito non è semplicemente un insieme di manufatti e di edifici (più o meno “artistici” a seconda della qualità e dell’importanza storica), di documenti e di scenari paesaggistici, ma è un congegno della memoria di cui tutti questi elementi si sono fatti, nel corso dei secoli, testimoni attivi. Questo significa che ognuno di questi elementi è sì fondamentale, in quanto dotato di una sua storia materiale che va conosciuta e preservata, ma che il legame che collega tutti gli elementi del patrimonio fra di loro è costituito di dinamiche sociali e interazioni che rischiano l’oblio quanto – o forse più – degli oggetti. Il nodo fra le chiese, le piazze, le statue e la comunità che le vive è una questione che tre abitanti di un piccolo borgo umbro che aspettano il ritorno della loro madonnina dal deposito del Santo Chiodo potrebbero spiegarci molto meglio che un qualunque storico dell’arte.

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Santa Maria de Via a Camerino, ancora interamente zona rossa.

«Io credo che la forza più grande del nostro territorio sia il territorio stesso, con le specificità storiche, artistiche, paesistiche e sociali», ha scritto A. Delpriori, sindaco di Matelica e storico dell’arte a sua volta, con la stessa rara consapevolezza di Tiziana Biganti. «Questa è la leva che può farci diventare nuovamente competitivi»[2], poiché crea un turismo sostenibile, potenzialmente inesauribile e redditizio sia sul breve che sul lungo termine, e innesta un circolo virtuoso che blocca lo spopolamento, migliora la qualità di vita delle persone e offre un possibile paradigma operativo applicabile su tutto il territorio italiano.

Occasioni come quella a cui ho preso parte, che riuniva professori, ricercatori e studiosi locali, sono fondamentali per aumentare quella conoscenza “sul campo” capillare che ancora manca, e per sperare che questa conoscenza esca dalla cerchia degli “addetti ai lavori” del patrimonio e arrivi a tutti gli attori principali delle scelte socio-economiche che lo riguardano. Ma diventa una occasione veramente unica e preziosa solo se, oltre a uno scambio di conoscenze, diviene anche un esercizio di spirito critico sinergico e non fazioso. Solo lo sforzo critico di chi già da anni ha incamerato e profondamente rielaborato la conoscenza palmare del territorio – inteso non certo come sequela di monumenti, chiese e quadri, ma come organismo vivo fatto di persone, luoghi di ritrovo, rituali condivisi, tradizioni secolari – può fare da leva per scardinare il circolo vizioso della nostalgia e della rabbia condivisa a favore di una presa di coscienza che attivi una pars construens non solo annunciata, ma tangibile. Solo se il tema dell’identità del patrimonio tornerà ad essere nella coscienza di tanti, esso ha qualche possibilità di diventare prioritario anche nelle logiche di potere.

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L’ingresso del borgo di Visso, interamente zona rossa, e la Rocca di Visso sullo sfondo.

Cosa succede con la buona divulgazione? Cosa succede se i “dati per scontato” degli esperti diventano scontati per tutti? Succede che le persone colpite dal terremoto imparano a dare un nome e un aspetto sempre più definito a quello che sentono di aver perso sotto le macerie del duomo cittadino. Succede che le strazianti testimonianze che ci vengono riportate, invece che lasciarci solo un senso di perdita e frustrazione, si trasformerebbero nel primo atto di pubblica comunione con l’identità che il patrimonio crea. Succede che finalmente potremmo scoprire di nuovo «la necessità delle rovine»[3], come già avevano fatto nel Rinascimento, reimparando a vederle non più solo come fantasmi di un passato glorioso ma anche come opportunità in potenza di una nuova vita, di un nuovo ordine. Le macerie «bruciano», come le immagini, ci pongono dilemmi e non possono lasciarci indifferenti: ma sono pur sempre un dono della storia, una sopravvivenza. «Ogni volta che posiamo il nostro sguardo su un’immagine, dovremmo pensare alle condizioni che hanno impedito la sua distruzione, la sua sparizione»[4], ma soprattutto, alle potenzialità di cui «ardono» davanti ai nostri occhi, malgrado tutto. Forse ci dimentichiamo troppo facilmente che la fascinazione per le rovine è stata una prerogativa solo occidentale, e il Rinascimento un fenomeno prettamente italiano: le rovine sono lì, silenti, per ricordarci di riflettere anche su questo.

Note

[1] G. Didi-Huberman, “L’immagine brucia”, in A. Pinotti, A. Somaini, Teorie dell’immagine: il dibattito contemporaneo, Cortina, Milano 2009, p. 264.

[2] A. Delpriori, I rischi della ricostruzione: quando l’uomo può fare più danni della natura, in emergenzacultura.org (consultato il 18 agosto 2017).

[3] J. B. Jackson, The Necessity for Ruins and Other Topics, University of Massachusetts Press, 1980.

[4] G. Didi-Huberman, “L’immagine brucia”, cit., p. 247.

Bibliografia

A. Delpriori, I rischi della ricostruzione: quando l’uomo può fare più danni della natura, in emergenzacultura.org.

G. Didi-Huberman, “L’immagine brucia”, in A. Pinotti, A. Somaini, Teorie dell’immagine: il dibattito contemporaneo, Cortina, Milano 2009.

J. B. Jackson, The Necessity for Ruins and Other Topics, University of Massachusetts Press, 1980.

S. Settis, Cieli d’Europa: cultura, creatività, uguaglianza, Torino, Utet, 2017.

di Aurora Vasinton

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