La grande abbuffata

Outwardness di bulimici, anoressici e binge eaters

Luci calde, voci che si sovrappongono, figure  attorno a una tavola imbandita: chi non serba, tra i ricordi più cari, memorie di pranzi conviviali con amici e famiglia? Il pasto come spazio di incontro, il cibo come condivisione, la cucina come esplorazione di sé e apertura all’altro: nutrirsi diventa grammatica della nostra vita sociale, punteggiatura delle nostre giornate. È la colazione al bar prima di entrare in ufficio, l’aperitivo quando si esce, è ritrovarsi a casa per cena, invitare gli amici da noi, essere invitati da loro, è tornare a casa dei tuoi, andare fuori città per un picnic.

Negli ultimi anni, poi, il cibo sembra essere diventato oggetto di culto più o meno irrazionale, protagonista di preparazioni elaborate, programmi televisivi, centinaia di pubblicazioni, sempre più astratto e irriconoscibile, tanto che sembrano passati secoli da quando gli sperimentatori veri e propri si contavano sulle dita di una mano e Ferran Adrià somigliava, agli occhi di molti, a uno stregone misterioso. Siamo diventati esperti di tecniche di cottura, ingredienti esotici, ristoranti stellati (non di rado conosciuti di nome più che di fatto), abbiamo fatto la corsa per iscriverci a corsi di cucina, abbiamo stupito i nostri commensali con qualche effetto speciale sbirciato in tv.

Più o meno in contemporanea abbiamo iniziato a sentire un forte richiamo, una sorta di desiderio largamente condiviso, un bisogno di tornare alla semplicità. Così ci siamo appassionati di ingredienti a chilometro zero, i negozi di surgelati hanno cambiato abito e si sono proposti come botteghe di prodotti biologici, abbiamo iniziato a frequentare i farmers’ market e ci siamo ricordati dell’esistenza dei negozi di quartiere. I più coraggiosi hanno coltivato pomodori sul balcone, cresciuto germogli di soia e accudito il lievito madre con amorevole attenzione.

A.B.Cibo. Ph Anna Laviosa 2017

A.B.Cibo. Ph Anna Laviosa 2017

Ma in mezzo a tutto questo trambusto, quanto siamo consapevoli di ciò che mangiamo? Se il cibo si fa strumento di tanti scopi, quanto resta di ciò che originariamente e naturalmente rappresenta per il nostro organismo? Senza voler in alcun modo negare lo straordinario ruolo culturale della condivisione dei pasti, viene spontaneo domandarsi se non accada, di tanto in tanto, di perdere di vista lo scopo primario della nutrizione e magari di smarrirci nella ricerca dell’ingrediente perfetto o della ricetta migliore, scordando di assaporare ciò che tante fatiche portano, alla fine dei giochi, nel nostro piatto.

È difficile negare che il nostro rapporto con il cibo sia complesso e tenda a essere investito di significati che vanno oltre il semplice atto di nutrirsi per sopravvivere. Quanto questa ipertrofia del nostro interesse per il cibo sia sana è qualcosa che non si può valutare in questa sede in termini definitivi, né si ritiene possa essere utile farlo; il rischio di patologizzare fenomeni culturali non spaventa meno di quello di minimizzarli. Ciò che si intende fare è, piuttosto, condividere una riflessione, nata dell’estrazione dell’esagramma dell’I Ching, che prenda spunto da un fenomeno comune per esplorarne uno più propriamente clinico. Se per molti di noi, infatti, mangiare è un’esigenza fisiologica ma anche, in modo molto evidente, un’occasione sociale, uno status, per alcuni persino il cardine di una filosofia di vita, per chi soffre di disturbi alimentari esso può diventare, potentemente, una modalità di comunicazione, una ricerca identitaria, un tentativo disperato di stare in relazione con l’altro che finisce per compromettere la salute dell’individuo.

Come accade per molti disturbi psicologici, a distinguere salute e malattia è sostanzialmente la rigidità dei nostri schemi di pensiero e dei pattern comportamentali. Non sono la singola abbuffata in una giornata difficile o la restrizione per qualche giorno in vista di un evento particolare a determinare una diagnosi di disturbo del comportamento alimentare, quanto piuttosto il loro ripetersi e la compromissione di più ambiti di vita che ne deriva – gli affetti, la scuola, il lavoro.

Tra i disturbi alimentari il più noto è senza dubbio l’anoressia, detta più precisamente anoressia nervosa, fama cui ha contribuito di recente il discusso film To the bone (2017) scritto e diretto da Marti Noxon. Se è vero che i disturbi alimentari sono trasversalmente caratterizzati da alterazione significativa del comportamento alimentare e da un eccesso di rigidità negli schemi cognitivi di chi ne soffre, l’esagramma estratto dall’I Ching ci invita, in questa sede, a soffermarci su disturbi alimentari meno noti quali la bulimia e il binge eating disorder, in cui l’Abbondanza descrive prima di tutto la quantità di cibo ingerito. Se il soggetto bulimico si abbuffa e poi attua condotte compensatorie, il binge eater si abbuffa ma non elimina quanto ingerito, restando nella sensazione di sazietà. In entrambi i casi, quindi, un pieno che si contrappone a un vuoto che cerca di cancellare. Mangiare tanto, mangiare sino a sentirsi scoppiare, per sentirsi.

Interessante, a tal proposito, la lettura cognitivista di Liccione che, in continuità con la prospettiva post-razionalista di cui si è parlato in questa rubrica qualche tempo fa, definisce la personalità premorbosa (che precede, cioè,  l’insorgere del disturbo) come polarizzata sul versante outward, tutta centrata, cioè, sul rimando che arriva dall’altro, inteso in senso ampio. Quando questo rimando viene meno non resta che cercare una strada alternativa per sostenere la propria identità, per continuare a sentire di esistere. Il corpo offre una possibilità: alterare l’equilibrio della propria nutrizione, abbuffarsi, permette di alzare il volume delle sensazioni del corpo per sentire, finalmente, qualcosa. Laddove il soggetto anoressico si percepisce determinato e invincibile nella sensazione della fame, quello bulimico si fa corpo nell’abbuffata, si sente nella sazietà, per poi continuare a sentirsi nella condotta compensatoria, che provoca di nuovo sensazioni viscerali molto forti. Il binge eater, invece, si fa corpo nella sazietà e nel permanere di tale sensazione, in alcuni casi finalizzato al mantenimento di un peso corporeo elevato che permette di evitare di mettersi in gioco nella dimensione sociale.

Il cibo diventa uno strumento per trovare un senso di identità che è sempre stato costruito sull’altro, nel tentativo costante di aderire ai suoi standard, e che a un certo punto è venuto meno. Il cibo come ansiolitico quando si è troppo attivati, il cibo come attivante dopo una dissociazione. Una soluzione, come è evidente, che risulta poco funzionale per l’organismo, mettendo a serio rischio la salute se non la sopravvivenza del malato. Mangiare non è più nutrirsi. L’intervento di un’équipe clinica diventa quindi necessario al fine di intervenire sulla sintomatologia e riguadagnare uno stato psicologico e fisico di benessere. Un percorso articolato che passa per una maggiore consapevolezza dei propri stati interni e una messa a fuoco di strategie più funzionali per regolare l’attivazione emotiva. Tra i diversi interventi, le pratiche di mindfulness sembrano offrire un elemento prezioso, all’interno di un più ampio percorso di matrice cognitivo-comportamentale. Il cosiddetto mindful eating allena la capacità di stare nel momento presente, cogliendo la molteplicità delle sensazioni connesse all’atto di nutrirsi e lasciando andare i  pensieri che si presentano. Di nuovo, quindi, recuperare le sensazioni del corpo e centrarsi su queste, senza però la necessità di infliggersi abbuffate e condotte eliminatorie disfunzionali. Un percorso che permetta di cogliere le innumerevoli sfumature di un gesto semplice, come quello di mangiare, senz’altro. Che possa essere uno spunto per tutti noi, smarriti tra le corsie di supermercati troppo pieni o storditi da mode affascinanti? Forse la vera abbondanza è nell’esperienza del momento presente.

Bibliografia e sitografia

Bara, B., Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino 2005.

Liccione, D., Psicoterapia cognitiva neuropsicologica, Bollati Boringhieri, Torino 2011.

Mindfulness e disturbi del comportamento alimentare: gli effetti terapeutici, su www.stateofmind.it.

Disturbi alimentari (DCA), su www.stateofmind.it.

di Carola Benelli