L’inflazione del genio

Può esserci un genio dietro ogni angolo? Pensieri sul conflitto tra abbondanza e grandezza

Più di un genio speculativo si è rotto la testa nel tentativo di isolare una definizione del genio artistico. Non vorrei, in questa sede, né riassumere le principali proposte né valutarne i meriti o demeriti. Si può però prendere le mosse da alcune concezioni intuitive per sviluppare qualche riflessione.

Da un lato, l’idea ovvia che il genio sia qualcosa di raro (e di tanto più prezioso, in effetti, quanto più raro) ci potrebbe portare a concepire un criterio puramente quantitativo e puramente relativo per ritenere qualcuno un genio: potremmo cioè pensare che la persona più brillante ogni milione, o miliardo, sia necessariamente – per definizione – un genio, o che lo sia ognuno dei capiclasse di ogni generazione secondo una percentuale arbitraria, purché piccola. Per assumere questa prospettiva non servirebbe disporre di un metro affidabile e condivisibile per mettere in ordine dal peggiore al migliore tutti gli uomini: basterebbe ritenere che, se mai un metro del genere esistesse, esso sarebbe sufficiente, da solo, per risolvere l’uso della parola “genio”, cioè per distillare il suo senso.

"Amatori classici sempre più convinti che l'arte è perduta in Francia". Illustrazioni di Honoré Daumier, 1840-1857

“Amatori classici sempre più convinti che l’arte è perduta in Francia”. Illustrazioni di Honoré Daumier, 1840-1857

Da un altro lato, qualcosa nelle sfumature che associamo al concetto di “genio” fa resistenza all’idea che compilare una specie di scala dei QI getti realmente su quel concetto tutta la luce di cui ha bisogno. L’intensità della comunicazione che l’opera artistica di un genio è capace di trasmettere sembra non lasciarsi quantificare da una semplice frazione, dal trovarsi un uomo nel top-one-percent della sua epoca. E qui a ben vedere ciò che non va nel criterio quantitativo non è un eccesso di relatività, ma un eccesso di assolutezza. Esso sembra attribuire il genio a qualcuno, e negarlo a qualcun altro, sulla base di un valore intrinseco, a prescindere da tutte le dipendenze: e, in particolare, a prescindere dal fatto che ciò che viene comunicato in un’opera artistica dipende anche da chi riceve la comunicazione, e non solo da chi la fa.

Questo solleva un problema che mi sembra molto interessante. Alle opere di coloro che consideriamo geni in modo non controverso – Michelangelo, Shakespeare, Beethoven… – dedichiamo un’attenzione fuori dal comune. Al loro lavoro ci accostiamo forse anche con riverenza, ma soprattutto con una disposizione a far fatica, a investire una dose consistente di attenzione, di impegno e, banalmente, di tempo. Si innesca qui il più elementare, ma anche il più significativo, dei circoli ermeneutici: quando passeggiamo, già stanchi, per la grande galleria della pittura italiana al Louvre studiamo con cura quasi maniacale Giotto, Botticelli, Leonardo, Caravaggio, e questo studio ci appaga, ci arricchisce e ci stimola; ma questo studio lo intraprendiamo, e lo troviamo così felice, anche proprio perché sono Giotto, Botticelli, Leonardo e Caravaggio. Allora consideriamo un’opera geniale perché ci piace, o ci piace perché la consideriamo geniale? Non dipende in misura determinante il nostro apprezzamento di un’opera dall’investimento che facciamo nel cercarvi la grandezza che ci aspettiamo di trovarvi? E la grandezza che ci aspettiamo di trovare in un’opera non può dipendere in misura determinante, tra le altre cose, dal fatto che la tradizione l’abbia etichettata come geniale?

Honoré Daumier, Eh guardando bene_cut [anna lav]

“Eh! Guardando bene questo quadro da vicino si finisce per trovarvi dei pregi, si vede che il colore non è male.”

Ecco in che senso il genio è relativo – e più relativo, per così dire, di quanto una mera percentuale lascerebbe supporre. Ciò diventa ancora più interessante quando considerazioni simili vengono applicate alla contemporaneità. In mancanza di quella falsariga che per il passato è offerta dalla tradizione, in mancanza di un’autorità che ci dica chi merita il fiore della nostra attenzione e chi no, siamo soli o quasi soli di fronte alla scelta di dedicare a un quadro o a un libro poco o tanto tempo, poca o tanta energia intellettuale. Se sbagliamo per difetto, è facilissimo che qualcosa di grande ci sembri piccolo; se sbagliamo per eccesso, è possibile che qualcosa di piccolo ci sembri medio o persino grande. Anche con riferimento a opere del passato, naturalmente, è possibile commettere l’errore di non dedicare abbastanza attenzione a un gigante e di liquidarlo quindi altezzosamente, con gravissimo sacrilegio, come un produttore di patacche («Bacon? Solo cattivo gusto»); così come è possibile, per anticonformismo o anche per il gusto dell’esperimento, dedicare troppa attenzione a qualcuno di ordinario, a qualche fante dell’esercito degli artefici che, generazione dopo generazione, lavora per dare ai generali qualcuno da sovrastare, e quindi esaltarlo spropositatamente («Derain? Molto più grande di Picasso»). Ma la cosa è urgente soprattutto con riferimento al presente.

Honoré Daumier, Si dice che i Parigini_cut [anna lav]

“Si dice che i Parigini siano difficili da soddisfare, su queste quattro sedie nessuno è scontento… è vero che tutti questi Francesi sono dei Romani.”

Ci troviamo infatti gettati in mezzo a una moltitudine di prodotti dell’ingegno di cui fatichiamo a giudicare il valore per mancanza di saldi criteri, e tra i quali dunque a maggior ragione non ci sentiamo di elevarne alcuni ad altezze celesti per precipitarne altri nel fango. Ma la responsabilità del doverlo fare, come l’ebbrezza del poterlo fare, ci spetta. Come causa possibile della difficoltà di riconoscere un genio in questi tempi di proliferazione incontrollata delle esposizioni e delle pubblicazioni si potrebbe addurre il dato inconfutabile che riguarda il numero esorbitante, e del tutto privo di precedenti, delle opere che la nostra epoca produce. Per quanto il criterio puramente quantitativo per la genialità sia, come abbiamo visto, decisamente inadeguato, un’analisi demografica assai approssimativa basta infatti a renderci evidente che il bacino dei geni potenziali va  incrementando in modo vertiginoso con l’aumento della popolazione e il miglioramento dell’accesso all’istruzione. Tuttavia, dare un giudizio del proprio contemporaneo è sempre stato un compito di estrema difficoltà: epoca dopo epoca la torre del canone ha dovuto essere costruita con la ghiaia delle recensioni. La sovrabbondanza di geni potenziali è un dato implicito nella concezione stessa della genialità come fatto non semplicemente statistico, perché questa si riduce all’idea che davvero chiunque potrebbe essere un genio finché anche i destinatari della sua comunicazione non si esprimono con convinzione sulla questione se lo sia o non lo sia. E quindi l’inflazione del genio di cui ci sembra di essere testimoni, la sensazione che possa esservi un genio dietro ogni angolo, non è una specificità esclusiva della nostra epoca, ma una costante metastorica. Dire che c’è una sovrabbondanza di geni potenziali è, propriamente, pleonastico, perché il passaggio dalla genialità potenziale a quella attuale è uno sfoltimento, è la riduzione di una copia eccessiva a una quantità ragionevole e gestibile. Una decisione se qualcuno sia un genio o non lo sia, insomma, in parte consiste in una decisione su chi merita da parte nostra una certa quantità di cura e chi no, e per questa decisione ovviamente occorre una certa quantità di cura.
Honoré Daumier, Triste contegno_cut [anna lav]

“Triste contegno della Scultura piazzata in mezzo alla Pittura.”

A noi uomini del presente, a noi che non possiamo leggere o guardare tutto ciò che ci sarebbe da leggere o guardare e che forse vale la pena di essere letto o guardato, spettano nondimeno le decisioni locali, che la storia amalgamerà in una valutazione globale, circa la grandezza dei nostri coetanei. Ciò che vi è di bello in questo è la possibilità di esercitare quella che Borges chiamava la tecnica delle attribuzioni arbitrarie ed erronee: la quale qui si traduce in un incoraggiamento a leggere o guardare ogni cosa, col solo limite delle nostre forze, come se potesse essere un’opera di genio – e ad aiutarla così, forse, a diventarlo. Se c’è una differenza, pur non sostanziale, tra il modo in cui questo è possibile oggi e il modo in cui era possibile nelle epoche passate, essa consiste nel fatto che davvero ora siamo esposti a più materiale che allora: se un tempo si poteva credere, forse persino a ragione, di dover dedicare a tutti il tempo che è necessario per identificare un genio prima di “promuovere” solo i geni reali, questo zelo non potrebbe essere oggi che figlio di un’illusione; e sapendolo, e rinunciando quindi a dedicare a tutti quelli che potrebbero essere geni il tempo necessario a “scoprirli”, possiamo esercitare il nostro giudizio con una certa spregiudicatezza leggera che ai nostri avi sarebbe sembrata irresponsabile, e che noi sappiamo invece necessaria.

di Michele Lavazza

Autore