Romania. Viaggio nel pozzo delle storie | Prologo

Barză, brânză, varză, viezure, mânz

di Ilaria Iannuzzi

Tutti i rumeni conoscono il mantra dacico: cicogna, formaggio, cavolo, tasso, puledro, parole ancestrali, di origine antica, che hanno resistito all’invasione linguistica del latino e che sintetizzano il rapporto originario di un popolo con la sua terra, le sue piante, i suoi animali. In questo strato profondo della lingua rumena ci sembra quasi di scorgere l’essenza più intima di quella gente, vigorosa e selvatica, dura e gaia, che né le campagne dell’imperatore Traiano, né il vassallaggio nei confronti dell’Impero ottomano, né la dominazione asburgica, né la dittatura di Ceaușescu sono riusciti a offuscare.

La storia della Romania, certo, è fatta di violenti assoggettamenti, marginalizzazioni alla periferia di regni dal cuore lontano, ciechi orrori sovietici, ma lo spirito forte della sua gente ha saputo anche coprirsi di glorie, colmarsi di arte, conquistarsi la libertà. Aggirandoci in questa terra ancora convalescente per le violenze sofferte e insieme piena di energia abbiamo visitato città ricche di un patrimonio storico-artistico ritroso ma folgorante, paesaggi di una bellezza struggente, chiese, castelli, stalle, ci siamo addentrati in vicoli sterrati e nei vialetti privati di case sconosciute, ricevendo ovunque in dono un frammento della storia e della cultura rumena.

Non ci azzarderemo a comporre i pezzi in un unico, risolutivo quadro. Cercheremo solo di ripeterli in fila, sperando che facciano la stessa impressione di un mantra dacico.

Foto di Sergio Bernini © 2017


Prologo. Barză, brânză, varză, viezure, mânz

Capitolo 1. Timișoara di bellezze scrostate

Capitolo 2. Huneodara: un antipasto di dracula

Capitolo 3. Maramureş, dove la terra è di legno

Capitolo 4. Transilvania: vampiri di gomma, alieni di luce

Epilogo. Bucura, bucurie, București