In principio era la relazione

Le “regole del gioco” delle famiglie patologiche

Dalla scuola di Palo Alto alle correnti italiane, l’approccio sistemico ha permesso di orientare l’analisi sui rapporti e le interazioni e rivedere i meccanismi psicologici fra presunte vittime e colpevoli.

Se la vostra mente ragiona in modo analitico, vi sarà capitato diverse volte di trovarvi davanti a un problema e non riuscire a risolverlo perché, concentrandovi sui dettagli, perdete la visione di insieme. Che si tratti di una ruota da sostituire o di una relazione che non funziona, qualche volta è sufficiente cambiare prospettiva. Uno sguardo più ampio può essere ciò di cui avete bisogno per uscire dall’impasse.

Qualcosa di simile è accaduto nella mia mente quando l’estrazione dell’esagramma per questo numero ha imposto a tutti noi della redazione di affrontare il concetto di “innocenza”. Come stabilire chi sia innocente e chi colpevole? Che cosa significa, in una prospettiva psicologica, occuparsi di innocenza? Lasciando la giurisprudenza e le sue sentenze a chi è competente in materia (come il nostro Gian!), che cosa resta da dire in tema di colpe, danni e responsabilità? Esiste, per chi si interessa del comportamento umano, un modo di trattare le relazioni (soprattutto quelle che coinvolgono colpa e innocenza) tenendosi alla larga da giudizi e semplificazioni?

Poiché la mente analitica continuava ad arenarsi lungo le coste frastagliate dell’etica, un cambio di prospettiva ha fornito la soluzione. Forse, nell’osservare le relazioni asimmetriche tra un colpevole e un innocente, più che assegnare colpe e formulare valutazioni morali, ciò che è interessante è la relazione stessa. Forse non è importante il contenuto del sopruso, né un’analisi psicologica delle parti coinvolte, ma piuttosto la fenomenologia di una relazione che, pur asimmetrica, per il fatto stesso di mantenersi nel tempo rivela una forza inaspettata e lascia trasparire una certa determinazione delle parti interessate a conservare lo stato di cose. In una simile prospettiva, il giudizio morale si rivela inconsistente e perde la propria ragion d’essere.

"Warm Hug Cold Day", foto di Anna Laviosa, 2015

“Warm Hug Cold Day”, foto di Anna Laviosa, 2015

In psicologia è stato l’approccio sistemico a sottolineare l’importanza di spostare il focus sulle relazioni per descrivere e comprendere il comportamento umano, oltre che per intervenire in modo adeguato nei casi che lo richiedono. Ribaltando la lettura della psicopatologia, questo approccio ha segnato una svolta nella storia della psicoterapia. Ma andiamo con ordine.

L’orientamento sistemico affonda le sue radici nella California degli anni Cinquanta. Attorno al Mental Research Institute di Palo Alto, infatti, gravitavano all’epoca diversi intellettuali che si dedicavano allo studio della cibernetica e all’approfondimento della teoria dei sistemi. Il nome più noto è probabilmente quello di Gregory Bateson, filosofo, antropologo, sociologo e psicologo. Il lavoro di Bateson, connotato da un approccio olistico, è stato dedicato alla ricerca di connessioni tra fenomeni apparentemente molto distanti, dando forma alla cosiddetta ecologia delle idee e contribuendo allo sviluppo dell’epistemologia cibernetica. L’ecologia delle idee si interessa, infatti, di sistemi e non di singoli individui, e in particolare studia l’evoluzione di questi sistemi, che permette la loro conservazione attraverso l’apprendimento. Di Paul Watzlawick, Beavin e Jackson, invece, è Pragmatica della comunicazione umana, uno straordinario contributo allo studio della comunicazione pubblicato nel 1967 e di assoluta attualità. La comunicazione è pervasiva e inevitabile, sostengono gli autori, tanto che non si può non comunicare, che lo si faccia utilizzando il linguaggio verbale oppure altri canali. Ma non basta: ogni comunicazione ha diversi livelli, uno di contenuto e l’altro di relazione – in altre parole, non importa solo che cosa diciamo ma anche a chi e in quale contesto. Alcune interazioni sono asimmetriche, cioè prevedono che una delle parti coinvolte abbia più potere dell’altra, altre invece sono complementari. Infine, la sequenza degli scambi comunicativi tra due o più parti nel corso del tempo permette di raggiungere un accordo, di condividere alcuni presupposti fondamentali per la comunicazione.

Il lavoro della Scuola di Palo Alto è stato ripreso, in Italia, dalla scuola Mara Selvini Palazzoli, con Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata, a partire dagli anni Settanta. La ricerca condotta dagli autori presso il Centro Milanese per lo Studio della Famiglia si basava sull’idea, derivata dalla pragmatica della comunicazione e dalla prospettiva cibernetica, che la famiglia sia un sistema autocorrettivo, che si autogoverna mediante regole costituitesi nel tempo per prove ed errori. In linea con tale presupposto, Selvini e colleghi ipotizzavano che le famiglie al cui interno fosse presente una patologia di tipo psicologico si caratterizzassero per particolari regole comunicative. Queste transazioni, specifiche per tipo di patologia, sarebbero mantenute in vita da peculiari comportamenti-comunicazione e comportamenti-risposta. Identificando questi comportamenti è possibile cogliere le regole che mantengono il sistema e, di conseguenza, si può provare a cambiarle. L’osservazione e il lavoro terapeutico condotti nel corso del tempo con diverse famiglie hanno permesso di mettere a punto i fondamenti di quella che oggi è nota come terapia sistemica.

Le famiglie patologiche si differenziano dalle famiglie “sane” perché, contrariamente a queste, hanno una scarsa capacità di trasformazione e tendono a mantenere in modo rigido le soluzioni memorizzate per garantire l’omeostasi. Si tratta, però, di un sistema, di una sorta di circuito di interazione in cui non è possibile vedere una causalità lineare tra il comportamento di un singolo membro e le risposte degli altri. Ogni comportamento influenza inevitabilmente tutti i membri ma non può esserne detto causa, perché sarebbe semplicistico e scorretto isolare tale comportamento dalla serie di comportamenti di cui fa parte. Tornando al tema dell’innocenza e della colpa, anche un comportamento che, in vari modi, riduca al ruolo di vittima impotente chi ne è destinatario non può essere considerato un comportamento-potere, ma deve essere inteso nei termini di comportamento-risposta. Il potere non appartiene a nessuna delle parti coinvolte: il potere è nelle regole del gioco, che si sono costruite nel corso del tempo e che tendono a mantenersi. Ciò che accade nel sistema è determinato da ciò che è accaduto prima, determina ciò che accadrà dopo e al tempo stesso è estraneo a rapporti di causalità diretta. Ignorare tale modalità di funzionamento dei sistemi – prediligendo un’attribuzione di ruoli rigida – impedisce di comprendere il sistema e, quindi, ostacola ogni possibile forma di intervento e trasformazione.

Secondo la lettura sistemica, ogni famiglia patologica si caratterizza per una simmetria tale da non poter essere ammessa da alcuno dei membri. Si tratta di famiglie in cui i rapporti non sono definiti e sembrano indefinibili. Nessuno, infatti, ammetterebbe né di essere limitato da un familiare, né di essere colui che impone il limite: l’affermazione di voler prevalere porta con sé il rischio di poter, al contrario, soccombere, nonché il rischio ancor più spaventoso che una vittoria o una sconfitta definitive sanciscano l’abbandono del campo e quindi la fine della relazione. In questa tipologia familiare, al contrario, mantenere lo stato di cose risulta essere la principale preoccupazione dei membri.

L’osservazione delle famiglie disfunzionali rivela un gioco di mosse e contromosse che è opportuno considerare nel loro reciproco rapporto, non in termini assoluti, notando lo scopo che le unifica, cioè la perpetuazione del gioco stesso. Da un lato il malato, il paziente designato, che la società riconosce come vittima, dall’altra i suoi familiari, che si attribuiscono la colpa della sua malattia, entrambi convinti di detenere il potere ed entrambi vittime inconsapevoli e innocenti di un gioco che continuano a servire.

Bibliografia

Bateson, G., Steps to an Ecology of Mind: Collected Essays in Anthropology, Psychiatry, Evolution, and Epistemology, University of Chicago Press, Chicago 1972.

Bavelas, J. B., Jackson, D. D. A, Watzlawick, P., Pragmatics of Human Communication. A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes, WW Norton, PaloAlto 1967.

Boscolo, L., Cecchin, G., Prata, G., Selvini Palazzoli, M., Paradosso e controparadosso. Un nuovo modello nella terapia della famiglia a transazione schizofrenica, Feltrinelli, Milano 1975.

di Carola Benelli

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