Il cenacolo della Pittrice Eroina

Nel XVII secolo, il cenacolo di pittrici creatosi attorno alla figura di Elisabetta Sirani diventa ben presto un tiaso capace di esprimere il talento artistico femminile e creare un “paradiso delle donne”.

Elisabetta Sirani, Autoritratto idealizzato come Allegoria della Pittura, Mosca, Museo Puskin, 1658

Elisabetta Sirani, Autoritratto idealizzato come Allegoria della Pittura, 1658

Elisabetta Sirani nacque a Bologna l’8 gennaio del 1638 e vi morì, a soli ventisette anni, il 29 agosto 1665. Fin dalla più tenera età, dimostrò una precoce propensione per la pittura, alla quale fu avviata, dopo iniziali resistenze, da suo padre Giovanni Andrea Sirani (Bologna, 1610-1670), allievo di Guido Reni.

Bologna a quel tempo era una città ricca di celebrità femminili in campo artistico, tra le quali spiccano la scultrice Properzia de’ Rossi (1490 ca. – 1530) e la pittrice Lavinia Fontana (1552-1614). Elisabetta quindi poteva dar compimento alla sua creatività artistica, pur esercitandola tra le quattro mura del suo studio, poiché il padre non le consentiva di frequentare altri studi o di viaggiare[1].

Sibilla, figura femminile inturbantata di Ginevra Cantofoli (1650 circa)

Ginevra Cantofoli, Figura femminile inturbantata, 1650 circa

Attorno alla figura di Elisabetta si creò un cenacolo di donne pittrici che non ha avuto eguali nella storia dell’arte. Nella Felsina Pittrice (1678) il canonico Carlo Cesare Malvasia, per glorificare la figura della Sirani, richiama alla memoria illustri e leggendarie pittrici dell’antichità: la definì “Pittrice Eroina”[2], motivo di vanto per il padre, come Aristarete e Marzia, simile a Lala di Cizico nello scherzare con i pennelli invece di dipingere e abile nei diversi generi al pari di Irene e Calipso. Oltre a questo, Malvasia riporta anche un elenco di allieve dello studio di Elisabetta, fra cui le due sorelle della pittrice, Barbara e Anna Maria, assieme a Ginevra Cantofoli, per proseguire poi con «una Signora de’ Franchi, e due piccole signorine e figlie, l’una del Sig. Dottor Muratore, l’altra del Sig. Riniero Panzacchi: Una figliuola del tante volte mentovato Cavalier Coriolani, intagliatore di stampe di legno: una del Sig. Baldassar Bianchi pittore ordinario, ed assalariato del Serenissimo di Modena, ed una del già morto Bibiena: una Scarfaglia, una Lauteri, una Mongardi, una Fontana… ed altre, che ora non sovvengono»[3].

Notizie più dettagliate sulle discepole della Sirani si possono trovare nelle informazioni raccolte da Antonio Masini per l’Aggiunta della Bologna Perlustrata (1690), dove vengono confermate alcune sue allieve come, ad esempio, Lucrezia Bianchi. Di difficile credibilità è il passaggio dallo studio dell’artista Angela Teresa Muratori, poiché nacque nel 1662 e alla morte di Elisabetta aveva solo tre anni. Rivela problemi cronologici anche l’alunnato di Elena Maria Panzacchi, poiché, nata nel 1658, sarebbe stata troppo giovane per frequentare con profitto lo studio di Elisabetta[4].

Prima di giungere presso la bottega di Carlo Cignani (1628-1719), la pittrice Maria Oriana Galli Bibiena passa un periodo di apprendistato da Elisabetta Sirani e, tra le sue opere, ricordiamo la pala di Fossombrone eseguita prima del 1680. Veronica Fontana si dedica all’arte dell’incisione (esercitata pure da Elisabetta), nel 1677 si occupa dell’apparato illustrativo del Museo Cospiano e, nel 1678, esegue le incisioni dell’Albero genealogico dei Carracci e il Ritratto del pittore Francesco Brizio per la Felsina Pittrice di Malvasia. Un bellissimo Autoritratto (1678) di Lucrezia Scarfaglia è rintracciabile nella Galleria Pallavicini di Roma, dove lei si pone come un’artista colta e devota, intenta a dipingere come San Luca un’immagine della Vergine col Bambino. Di Ginevra Cantofoli è conservata una Figura femminile inturbantata (già attribuita a Guido Reni) presso la Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma. Di Barbara Sirani è visibile un Ecce Homo nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna, mentre di Anna Maria Sirani sono visibili due pale d’altare site rispettivamente a Medesano (Santissima Trinità e San Martino) e nella chiesa di San Vitale a Granarolo (Madonna di San Luca e Santi).

Lucrezia Scarfaglia, Autoritratto, Roma, Galleria Pallavicini

Lucrezia Scarfaglia, Autoritratto

La fama dell’operato di Elisabetta, sepolta con grandi onori nella chiesa di San Domenico al fianco di Guido Reni, è subito alimentata da letterati come Giovanni Luigi Picinardi, che scrisse dei versi per le esequie della pittrice[5], accomunando le sorelle Barbara e Anna Maria nell’encomio e portando la prima testimonianza di un “cenacolo femminile” avente come figura straordinaria Elisabetta (“dell’arte Apellea mostro”[6]), e mettendo in luce una nuova figura della donna, conscia delle proprie capacità e del proprio valore. Grazie a questo cenacolo è possibile, almeno a Bologna, l’inserimento della donna negli ambienti accademici e aristocratici della città che, non a caso, sarà chiamata da Antonio Francesco Ghiselli “paradiso delle donne”[7].

 

Note

[1] F. Frisoni, Elisabetta Sirani, in La scuola di Guido Reni, Modena 1992, p. 343.

[2] C. C. Malvasia, Felsina Pittrice, Bologna 1678, ed. cons. Bologna 1841, p. 386.

[3] Ivi, p. 407.

[4] I. Graziani, Il cenacolo di Elisabetta Sirani, in Elisabetta Sirani “pittrice eroina”, Bologna 2004, pp. 121-122.

[5] Il pennello lagrimato. Orazione funebre del signor Gio. Luigi Picinardi, con alcune poesie in morte della signora Elisabetta Sirani pittrice famosissima, Bologna 1655.

[6] Ivi, p. 55.

[7] A. F. Ghiselli, Memorie antiche manuscritte di Bologna raccolte et accresciute sino a’ tempi nostri, vol. LXVII, Bologna 1666.

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