Intervista ad Alberto Pellegatta

poesia

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di Victor Attilio Campagna

Alberto Pellegatta (1978) cura una collana chiamata Poesia di ricerca per la EDB edizioni, una collana in cui vengono pubblicati esclusivamente poeti esordienti, insieme anche a poeti già affermati, come Mary Barbara Tolusso, Carla Saracino e Maurizio Cucchi. Questo progetto si pone l’obiettivo di effettuare un censimento della poesia in fieri, un’indagine necessaria in un momento storico come il nostro, in cui si scrive tanto, forse troppo, e si tende a sfilacciare la maglia che univa chi scrive poesia in una rete di discussione poetica, discussione che a tutt’oggi manca. Forse Poesia di ricerca può essere un inizio verso una ridiscussione del linguaggio poetico, oltre che un prospetto della poesia contemporanea.

Il mondo dell’editoria nel contemporaneo è un mare magnum di case editrici più o meno oneste e valide; quello degli scrittori è addirittura un oceano sterminato disperso nella rete, tra blog, social network, autopubblicazioni, e-book… Sembra non ci sia una linea e che l’editoria abbia perso il suo ruolo di tramite tra autore e pubblico. In tutto questo EDB, con la Poesia di ricerca in particolare, sembra fare eccezione. In che modo vi espandete e vi rivolgete ad un pubblico?

La chiave è la qualità delle proposte, oggi più difficili da individuare per la quantità di surrogati sottoboschivi in circolazione. Noi rispettiamo l’intelligenza del lettore, e questo ci premia. Non abbiamo una linea ideologica ma soltanto un sentimento di giustizia estetica.

Si dice spesso che la poesia è morta. Recentissima è la polemica che ha imperversato nei giornali al riguardo. Eppure secondo i dati in Italia si pubblica tanto, forse troppo, e non solo romanzi, ma anche poeti. Del resto non esisterebbero quelle case editrici a pagamento, specifiche di poesia, che creano concorsi ad hoc. Quindi, a ben vedere, la poesia è morta, ma sono vivi i poeti…

La poesia non è affatto morta, semmai dobbiamo ammettere che molte raccolte che si pubblicano sono pessime e dilettantistiche, opere di morti viventi. Il diritto alla pubblicazione non si nega a nessuno e l’esorbitante numero delle plaquette sta drogando il pubblico. La vitalità della buona poesia, invece, è manifesta proprio nelle voci dei più giovani (Silvia Caratti, Lorenzo Caschetta, Francesco Maria Tipaldi, Francesca Moccia ecc.), nella ricerca che operano sul linguaggio nonostante l’indifferenza di giornali e critica. La migliore risposta ai catastrofisti degli inserti culturali la troviamo nell’introduzione della ristampa anastatica di Quarta generazione. Giovane poesia 1945-1954 di Luciano Erba e Piero Chiara: «Fra gli infiniti attrezzi della critica ignoravamo quello che liquida, a dir poco, un’intera leva letteraria facendole la colpa di non aver saputo corrispondere all’attesa di chissà quale palingenesi di forme e di contenuti». A esser morta non è la letteratura, ma la capacità di analizzarla, la vera assente all’appello è la critica, perlopiù preda di poveri concetti alla penultima moda, incapace di discriminare alcunché – essa tutt’al più attacca col livore del picchiatore chi ritiene (a ragione) avversario della propria vacuità.

Non è che il vero problema sta nell’autoreferenzialità del mondo della poesia, che l’ha caratterizzata per gli ultimi 20 anni?

Il vero problema è la mancanza di ascolto e di confronto reale sui testi. Ci sono autori tutt’altro che autoreferenziali, poeti che si confrontano costantemente con le scienze, che frequentano la grande narrativa e l’arte, il problema è che non vengono letti, sui blog e sulle riviste si preferiscono i compitini dei poeti rionali, il cui linguaggio ampiamente codificato porta a risultati piuttosto deludenti, quando non involontariamente comici. Gli ultimi vent’anni sono stati uno sterminio delle menti, basato sulla mancanza di empatia e sulla prevaricazione. La migliore poesia ha messo in discussione il linguaggio dominante (di formule vuote e parole tampone) e ha contribuito a mantenere in piedi l’impalcatura del pensiero.

Da curatore di una collana di poesia che ricerca giovani autori, qual è il discrimine che usa per riconoscere un poeta di talento?

L’unica selezione possibile è quella che si basa sulla qualità dei testi e sull’originalità del lavoro sul linguaggio.

Cosa pensa dei poeti da palcoscenico, come Guido Catalano, che stanno riscontrando un enorme successo, soprattutto tra i giovani?

Slam e affini fanno parte di una tendenza più generale, e già avviata da tempo, di abbassamento del gusto e della complessità – qualche anno fa si parlava di spettacolarizzazione della cultura. Un metodo efficace per creare cittadini che votino all’unisono il primo ciarlatano di passaggio. Far passare un cantante per un poeta priva di profondità la riflessione, e tutto si esaurisce in una battuta da avanspettacolo.

Ora una domanda personale. Come ha iniziato la sua carriera da poeta?

Scrivevo già al ginnasio e ho potuto frequentare un grande maestro come Maurizio Cucchi quando non ero neanche maggiorenne. Sono stato fortunato, ho letto subito i libri decisivi e ho conosciuto personalmente i migliori autori contemporanei, da Raboni a Bellintani, da Erba a De Angelis. Mi sono confrontato con i miei coetanei: Silvia Caratti, Andrea Ponso ecc.

Come ultima domanda vorrei chiederle se non è necessario ricominciare a discutere di poesia, dibattere, creare spazi in cui potersi confrontare sulla poetica e non solo leggere i propri versi? Lo chiedo perché molti lamentano una totale mancanza di discussione, eppure questo legittimo sconcerto non viene messo in pratica e rimane spesso semplice affermazione, conclusa in un discorso. Bisognerebbe fare qualche passo in avanti da questo punto di vista?

L’istituzione dello Spazio Poesia all’interno del Laboratorio Formentini per l’Editoria, nel cuore milanese di Brera, il consolidamento di collane di ricerca come la nostra, e l’attenzione della grande editoria (il mio libro è uscito nel 2011 nella collezione de Lo Specchio Mondadori) vanno in questa direzione. Bisogna tornare a parlare della poetica, del perché delle nostre scelte, ma dobbiamo farlo partendo dai versi, come prova del nove per le intenzioni. Molti si riempiono la bocca di grandi concetti ma poi le loro poesie sono mucchietti di versi illeggibili. Purtroppo nelle scuole e nelle università si utilizzano strumenti paleolitici – c’è ancora chi pretende di trovare il significato di una poesia, invece che studiarne il movimento e la plausibilità. I poeti non possono fare tutto da soli, hanno bisogno dell’aiuto di un’editoria intelligente, di una critica attendibile e maggiorenne, di una scuola che sappia formare i lettori del futuro.