Incontro con Milo De Angelis

Milo De Angelis

di Victor Attilio Campagna

e Ivan Ferrari

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La morte è un elemento essenziale di Incontri e Agguati. Essa è descritta come una presenza costante che fiancheggia la vita e la assale ripetutamente. Uno scontro che mi ricorda quello descritto da Freud tra le forze psicologiche: Thanatos ed Eros. L’arte in generale e la poesia in particolare sembrano il solo viatico edibile per un messo viaggiatore che voglia provare a passare da una trincea all’altra, per un pacifista che voglia sostituire la trattativa alla guerra. Tuttavia, una morte che è presente alla vita, che addirittura vi si può mischiare e che non si limita a negarla è forse un fenomeno più ampio di quello freudiano. Nella prima sezione dell’opera, la morte e l’amore si risolvono nell’arte, nella terza si confondono nella disperazione di un uxoricidio.

Quello che si scorge in questa visione della morte è la percezione implacabile di quella finitudine che non caratterizza tanto la globalità di un’esistenza, quanto piuttosto i suoi sali alchemici, le sue costruzioni più o meno riuscite. Tutte sempre e ugualmente temporanee, tutte capaci di iniziare come false promesse di eternità e di finire come l’illusione di un prestigiatore. Ed è così che la morte ci presenta il mondo… Come una vasta prestidigitazione dannatamente dolorosa, un saṃsāra nel quale ella è sovrana. È la sensazione di non poter dare un senso a nulla. È una potente impotenza che si scontra, incontra e tende agguati a ogni stato mentale e a ogni circostanza. È un cadere nel chiuso di se stessi, un ammutolirsi al quale si può solo opporre la fatica di esprimersi e superarsi in un’auto-narrazione che possa ricreare, poiché ogni narrazione è un atto creativo, un io vivente credibile.

Viene naturale, come prima domanda, chiedere: Cos’altro è, per lei, la morte?

La morte può assumere molti volti. Può essere desolazione, gelo irrimediabile oppure scandalo, grido di rabbia; può essere consolazione, rito, cammino iniziatico, metamorfosi, rinascita, può assumere il volto straziato di Pavese o quello imperturbabile di Seneca, può diventare persino guizzo, giostra, ebbrezza, come in certe scene di La corsa dei mantelli, dove i morti giocano con noi e ci suggeriscono con la loro voce sapiente il momento migliore per colpire il pallone.

I concetti di vuoto, assenza e morte sono quasi sempre elaborati in una sequenza di memorie. Spesso il vuoto statico di uno stato mentale è contrapposto alla fluida pienezza della corporeità. Forse compio un volo pindarico, ma questo tratto del suo lavoro mi ha fatto pensare alle carceri italiane. Esse sono solitamente piene di corpi viventi e vuote di senso, di ragione e di speranza. Lei ha deciso di esplorare la sterile desolazione di quei deserti cementizi e, laddove ciò sia possibile, lenirla grazie all’apporto di contenuti. Cosa significa per lei, oggi, lavorare a Milano in un carcere di massima sicurezza?

Il carcere, come tu hai detto, è un luogo di vuoti e di pieni, un luogo dove la discesa verticale nel buio della mente si alterna a momenti di ebbrezza e di vitalità. Credo che insegnare in carcere – specialmente in un carcere duro come Opera – sia entrare in contatto con questi momenti vitali e cercare di accrescerli, prolungarli, dare loro una durata e una direzione. Tieni conto che frequentare la scuola non dà alcun beneficio di legge e che in Italia, a differenza di altre nazioni, gli insegnanti non hanno nessuna rilevanza nelle vicende penali del detenuto. Gli alunni che scendono a lezione dunque lo fanno per una scelta esistenziale che riguarda la cultura e quasi sempre sono alunni seriamente motivati a studiare e anche esigenti: con alcuni di loro ho stretto un dialogo duraturo e necessario come non mi era mai successo prima.

Le radici della sua poetica affondano nella sensibilità degli anni Settanta e nel terreno, tanto accidentato quanto fertile, delle traduzioni dal francese e dalle lingue classiche. La sua prima opera, Somiglianze, è stata pubblicata nel 1976. Come è cambiato il suo modo di scrivere da allora?

Gli anni Settanta sono stati anni di scoperte, polemiche, furori, grandi movimenti della storia e del costume in cui tutti noi eravamo immersi, anche quelli che, come me, non accettavano il dominio della politica sulla poesia e combattevano una loro solitaria battaglia contro le mode del tempo. Sono stati poi anni di studio e traduzioni, certamente. Lunghe permanenze nel mondo classico – soprattutto la tragedia greca e Lucrezio – e in quello francese, che mi appassiona da sempre. Sono stati anni decisivi per la mia formazione e hanno lasciato qualcosa di durevole: il tema dell’adolescenza, per esempio, o del gesto atletico, che poi tornerà in forme e tonalità diverse nei libri successivi.

La poesia è un mondo in realtà brulicante di aspiranti poeti, solo che si lamenta spesso una difficoltà non tanto nell’emergere, perché i mezzi per farlo sono tanti, quanto più nell’avere un riscontro editoriale. Spesso ci si riduce a rimpiangere un passato aureo, quasi alla stregua di un’epoca perfetta, in cui pubblicare era più semplice. Visto che lei ha esordito a metà degli anni Settanta, può dirci se è effettivamente così? Che differenze ci sono tra l’esordire di oggi e quello di allora?

Pubblicare non è mai semplice. Pubblicare – ossia rendere pubblica la propria vita di scrittore, darle il senso che fin dall’inizio essa cercava – è un gesto decisivo ed esige una scelta accurata del tempo e del luogo. L’opera deve essere matura: ha atteso tutto il tempo necessario e non può attendere ancora. La collana deve essere quella giusta, quella che abbiamo scelto da sempre come dimora delle nostre pagine. Giusta non significa quella più nota e recensita, ma quella con cui c’è un legame consolidato negli anni, quella che ha pubblicato degli autori amati e che viene diretta da qualcuno che stimiamo profondamente. Detto questo, è vero che gli anni Settanta sono stati gli anni d’oro dell’editoria italiana. Nascevano continuamente nuove collane e quelle più importanti erano dirette da poeti. Così, il legame e l’amicizia con Raboni, Sereni, Fortini o Bertolucci rendeva naturale la pubblicazione, se c’era una stima da parte loro. I tempi erano più brevi di quelli odierni e soprattutto il passaggio al libro non implicava le ricerche esasperate e i corteggiamenti imbarazzanti che caratterizzano il tempo attuale.

Nella sua raccolta compare spesso la figura di Viviana, a tratti ha un ruolo da protagonista femminile. Per molti poeti, c’è sempre stata una donna capace di assurgere a istanza terrena della Musa astratta. Come le sembra riuscire questo ruolo, peraltro spesso inconsapevole, a una donna contemporanea?

Ho sempre creduto nell’ispirazione e Viviana è una creatura capace di ispirare infinitamente. Il suo sguardo sulle cose – così mobile e singolare – la sua attenzione sottilissima, il suo attribuire un peso enorme alla parola, tutto questo è acqua di sorgente per un poeta, che ogni giorno si disseta alla sua fonte e ne sente la presenza viva e inesauribile. Come è possibile, mi chiedi, che ciò avvenga in una donna contemporanea? Ma Viviana non è solo contemporanea. Come ogni vera presenza amorosa, appartiene a ogni tempo, dal mito greco al Romanticismo, dal medioevo angelicato a questo istante.

Ora una domanda più leggera: l’amore tra lei e Viviana è nato davvero vicino a un’edicola come sembra far intuire in una delle poesie della raccolta?

Ho sempre amato le edicole, questi chioschi animati che danno vita e colore alle strade. Da una parte scandiscono il tempo quotidiano nella data dei giornali e dall’altra rinviano a un tempo mitico dell’infanzia: gli album e le figurine, Tex Willer, Nembo Kid, l’audace Diabolik con la sua bionda e avventurosa Eva Kant e poi la “Fiera Letteraria” degli anni Sessanta, i calendari del Milan e i settimanali sportivi e tutti gli altri, fino alla rivista “Poesia”, che dal 1988 esce ancora oggi ai primi di ogni mese.

Ho fatto questo lungo preambolo per dirti che avrei voluto incontrare Viviana davanti a un’edicola. Ma non è stato così. Per essere precisi: ci siamo conosciuti il 19 maggio del 2006 alla Casa della Poesia di Milano, quando Viviana mi parlò di un suo progetto che univa poesia e fotografia. Più tardi, in ottobre, Viviana è venuta a casa mia, in via Bovisasca e mi ha mostrato alcune sue foto stupende che poi sono entrate nel libro Necessità dell’anatomia, pubblicato nel 2007 dall’editore Spirali. Queste foto hanno segnato visivamente l’inizio del nostro legame con la loro indimenticabile presenza che ancora oggi si rinnova nelle pareti della nostra casa in via degli Imbriani 31. E le edicole? Non è morto tra noi il loro richiamo. Tutt’altro. I nostri appuntamenti non avvengono in un bar o in un ristorante, ma sempre davanti alla leggendaria edicola di Piazza Bausan, dove ormai siamo di casa. Ed è lì che ci rechiamo al mattino a prendere il “Corriere”, “Repubblica” e persino, lo confesso, la “Gazzetta dello Sport”.

Incontri e agguati, un titolo molto interessante, poetico di per sé, perché nasconde un ossimoro. A questo proposito qual è la differenza tra incontro e agguato? Dove si incontrano e dove si scontrano questi due eventi?

Ogni incontro, anche il più consueto, può farci precipitare in un luogo sconosciuto e inatteso, nel baratro improvviso di un agguato. E talvolta siamo noi che tendiamo un agguato a quanto ci suona troppo domestico, reclamando un’urgenza dietro i lineamenti di un viso troppo quieto. L’agguato in cui cadiamo e quello cui tendiamo portano entrambi all’irruzione di una verità.